Montagna sacra nel Gran Paradiso?

Ogni tanto capita di perdersi una notizia. Per caso ho sentito per radio questa storia, così riassumibile: il Monveso di Forzo è una cima di 3.322 metri, che si trova nelle Alpi Graie al confine tra il Piemonte e la Valle d’Aosta, nel Parco nazionale del Gran Paradiso, che è già area protetta con molte regole dà rispettare. Lato piemontese c’è il comune di Ronco Canavese in Val Soana che ha una frazione che si chiama Forzo, mentre in Valle d’Aosta il territorio si trova nel comune di Cogne. È stata scelta per una proposta inedita di un gruppo di ambientalisti, che vorrebbe trasformare i luoghi in una cosiddetta montagna “sacra”, inaccessibile cioè agli alpinisti”. Sobbalzo!
Trovo poi su di un sito (ehabitat) la spiegazione sintetica, risalente a un mese fa: “Istituire una “Montagna Sacra“, e pertanto inviolabile, nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. È la proposta affascinante e sovversiva per celebrare il centenario dell’area protetta, istituita nel 1922. L’aggettivo “Sacra”, con quella maiuscola iniziale, può sembrare spiazzante per la nostra cultura occidentale. Non si tratta di una sacralità religiosa ma laica: indica un luogo in cui la padrona è la Natura, e l’uomo può solo contemplarne dal basso la bellezza. (…) Se il progetto diverrà realtà, la sua vetta sarà simbolicamente dichiarata inviolabile dall’uomo. Non ci sarà tuttavia nessun divieto formale né sanzione ai trasgressori. L’interdizione all’accesso sarà una scelta suggerita che verrà rimessa alla sensibilità personale degli alpinisti”.
Affascinante e sovversiva? Non posso crederci! Trovo poi su Il Post un’ulteriore approfondimento su questa storia bislacca idea della montagna sacra inventata a tavolino: “Ce ne sono altre nel mondo, come il Machapuchare in Nepal, il Kailash in Cina, e l’Uluṟu o Ayers Rock, nell’omonimo parco nazionale australiano. Ma a differenza di queste montagne, che le comunità locali considerano sacre in senso religioso, nel caso del Monveso di Forzo l’aggettivo non ha nulla a che fare con la religione. «La più antica etimologia del termine, d’altra parte, indica un luogo elevato e inaccessibile, affascinante, a prescindere dal culto religioso», dicono i promotori. Se l’idea verrà accolta, il Monveso di Forzo diventerà una montagna in un certo senso restituita alla natura, da cui escludere ogni presenza umana”. Che Monveso, che viene dal latino Vesulus (visibile o al limite altura) abbia a che fare con inaccessibile o affascinante non so dove lo abbiano studiato.
Capite, però, la sostanza. La Natura per questi ambientalisti esclude l’uomo, come se fosse un elemento estraneo, una specie di accidente di cui disfarsi e non la chiave di volta della consapevolezza intelligente e sistematica del nostro pianeta dove la razza umana si è sviluppata.
Che poi questo capiti sulle Alpi, sede di antiche civiltà che hanno vissuto e forgiato l’ambiente naturale, è davvero grottesco e dimostra una vera e propria deriva politica. Questa vicenda diventa dunque esemplare di un fossato che si crea fra certo ambientalismo e una montagna che va vissuta, praticata, abitata dall’uomo nel rispetto di un ambiente naturale di cui fa parte. Il resto è una specie di abbaglio ideologico antiumanista e in fondo suicidario.
Leggo poi altrove - e per fortuna - che in data 13 luglio scorso, il Presidente del Parco del Gran Paradiso Italo Cerise e tutti i consiglieri si sono espressi contro l’ipotesi che l’ente parco faccia proprio il progetto presentato. Conoscendo Italo, che ha avuto e ha un ruolo essenziale nel saldare comunità locali e tutela del Parco per evitare le incomprensioni del passato, non avevo dubbi. È un montanaro colto e consapevole per studi e bagaglio amministrativo e scientifico e me lo immagino attonito di fronte ad una proposta apparentemente romantica e visionaria, che invece ha un nocciolo divisivo e incongruo, che immagina una sacralità senza la presenza umana che la concepisce. Un paradosso vero e proprio. Peccato che non ci sia più un Mario Rigoni Stern per mettere ordine in certe storie cervellotiche che piacciono a quegli ambientalisti che vorrebbero in fondo niente altro che una montagna senza quel rompiscatole dell’homo sapiens.
Io farei a meno di loro, che vogliono sacralizzare una montagna senza avere un dio per farlo.

La montagna merita una buona legge

Si torna a parlare di una legge sulla montagna. L’ultimo e unico testo organico fu una legge del 1994, frutto del Parlamento dell’epoca di cui facevo parte. Al tempo, in buona parte con il mio coordinamento, funzionava un agguerrito Gruppo Parlamentari Amici della Montagna che, mettendo assieme deputati e senatori di tutti i gruppi, perseguiva in modo sistematico l’ottenimento di soluzioni concrete a problemi altrettanto concreti. L’arrembaggio principale si sviluppava in occasione della Finanziaria.
Quel testo organico, che ha valenze positive ancora oggi, venne inghiottito da logiche burocratiche romane, essendo previsti decreti attuativi che mai vennero, caducando le nostre buone intenzioni. Da allora ad oggi, me compreso quando ero Presidente della Regione con una proposta che il Consiglio Valle inviò alle Camere, molti testi sono stati scritti per avere una nuova legge che riguardasse la montagna italiana.
Diventata Ministro delle Autonomie con delega sulla montagna, Mariastella Gelmini ha montato un gruppo “scientifico” per l’elaborazione di una nuova legge, volendola fare passare con grande velocità nel collegato alla Finanziaria. Peccato originale: un’inesistente concertazione, specie con le Regioni e le Province autonome, depositarie di poteri e competenze largamente toccate dalla bozza di legge. Uno sgarbo istituzionale, cui le Regioni hanno reagito nelle scorse ore, chiedendo un tavolo di discussione e stoppando l’inusitata accelerazione.
Inusitata perché basta scorrere il testo – l’ultima versione recentissima – per capire che chi ha scritto il testo ha fatto una specie di misto frutta con norme spesso sbilenche e passaggi che sono incostituzionali anche agli occhi di un bambino. Sarebbe bastato qualche esperto giuridico con competenze sulla montagna e qualche politico di lungo corso sulla materia per capire che la proposta non funziona. Se affrontasse il passaggio parlamentare, farebbe una brutta fine e penso sarebbe destinata al binario morto. Quanto di peggio possa capitare, quando invece una legge nuova sarebbe cosa buona e giusta.
Spero davvero che il dialogo si apra e non sia concepito, come mi pare capiti nell’epoca Draghi, come un passaggio formale e poi si andasse avanti come schiacciasassi. Temo che nell’immaginario di molti tecnici al Governo le Regioni siano tipo il dopolavoro ferroviario o l’Unicef e non organi costituzionali con una loro degnità sancita dalla Costituzione. Sono convinto che certi obbrobri spaventerebbero persino la Corte Costituzionale, il cui spirito di questi tempi è purtroppo tutt’altro che regionalista, ma certe enormità non potrebbero passare.
Peccato che tutto questo avvenga nell’approssimarsi della Giornata internazionale della Montagna dell’11 dicembre, nata dalle fondamenta di quell’Anno internazionale delle Montagne che nel 2002 fu indimenticabile occasione dappertutto per discutere dei problemi della montagna e che fu per me, Presidente in Italia, occasione di grandi apprendimenti. Ancora oggi certe pubblicazioni che predisponemmo risultano fondamentali per l’analisi seria e multidisciplinare della “questione montagna”. Il 13 dicembre a Bard, In un dibattito che modererò, si parlerà dell’insieme di tanti argomenti, che oggi ruotano attorno a quella definizione “sviluppo sostenibile”, che va riempita di contenuti veri, evitando che risulti solo un’etichetta multiuso alla moda e come tale inutile.
Per la piccola Valle d’Aosta la politica della montagna, che sia nazionale, europea o frutto del nostro ingegno nella legiferazione che ci è consentita in Valle, è essenziale, perché siamo e restiamo un territorio interamente montano e questo è un segno geografico che ha forgiato la nostra Storia e le nostre Istituzioni. Questo ci dà sul tema un pieno diritto di parola!

L'orizzonte politico

Il rinnovato simbolo di 'VdAUnie'Oggi mi occuperò di un tema valdostano. Capita ogni tanto di doverlo fare, perché nasco e vivo qui, anche se cerco di vedere il mondo non restando solo all'ombra del mio campanile. Certo che mi sento - uso la parola senza paure - un "nazionalista valdostano", ma federalista e direi cosmopolita, per cui nessun sovranismo o giacobinismo avvelena i miei pensieri.
La nascita in Consiglio Valle del Gruppo fra Alliance e VdAUnie (con MOUV' come chiarisce il simbolo depositato) ha un significato per nulla contingente. Pur nel mantenere la loro identità, questa scelta fa parte di un filone di pensiero cui ho sempre aderito. Nasco come Union Valdôtaine, transito in Union Valdôtaine Progressiste non accettando gli indirizzi assunti dal mio Movimento d'origine, per poi scegliere con MOUV' un'ulteriore scelta di coerenza rispetto alla mia storia autonomista. Scelte politiche dolorose ma che considero ancor oggi indispensabili per potermi guardare allo specchio e non macchiare il mio percorso, che considero essere stato sempre coerente nelle mie decisioni.
Tuttavia ho sempre detto che in politica bisogna sempre avere il coraggio di guardare avanti e astrarsi da situazioni storicizzate.
Ho avuto l'onore di rappresentare in diverse Assemblee la Valle d'Aosta, alla Camera dei Deputati, al Parlamento europeo, al Consiglio d'Europa, al "Comitato delle Regioni", e l'ho sempre fatto nella logica di massima rappresentanza. Ho potuto capire in queste situazioni esterne, ma anche nella politica valdostana e mi riferisco al Consiglio regionale, quanto per il popolo valdostano sia negativo che esista uno spezzettamento eccessivo, che favorisce la logica di chi ci guadagna con il celebre "divide et impera".
Ecco perché ogni pezzo dì un puzzle dì ricostruzione va visto in positivo e non sono giochetti politici ma scelte strategiche che hanno una sola logica: ritrovare più quel che può unire rispetto a quanto divide. E lo si fa in un momento decisivo e non drammatizzo affatto.
Ogni giorno - e lo potrei lungamente motivare con troppi esempi, purtroppo - si evidenzia un vento antiregionalista, che diventa ben più grave per un'Autonomia speciale che ha delle sue fragilità, malgrado lo Statuto di Autonomia. Per questo come non mai - verso Roma e verso Bruxelles ed anche verso il resto del sistema regionalista - bisogna tornare a contare di più e questo spetta in primis ad un mondo autonomista che deve cercare un comune denominatore.
Ho apprezzato il capogruppo dell'Union Valdôtaine, Aurelio Marguerettaz, che ha preso atto con interesse della formazione del nuovo Gruppo politico.
Sono segnali importanti sui quali bisogna ora impregnarsi per proseguire con altre tappe. Si tratta - con metafora montana - di un'ascesa molto complessa verso la vetta e questa scalata deve avvenire legandosi in cordata per essere solidali e in sicurezza gli uni con gli altri.
Resto convinto che questo obiettivo sia considerato importante dalla larga parte dei valdostani, che da anni spingono perché si passi dalle parole ai fatti.

Adulto e vaccinato

Un 'no-vax' carico di cartelli sotto Palazzo regionale"La libertà di non vaccinarsi finisce quando lede la salute degli altri, perciò vaccinarsi non comporta solo un vantaggio personale, ma è anche un atto di attenzione verso i più deboli".
Silvio Garattini

Euforico. Ieri mi sentivo così, perché ho fatto con convinzione la terza dose di vaccino ("Moderna"!) e ne sono fiero. L'appuntamento è stato al Centro vaccinale di Pollein con un meccanismo rodato, che avevo già apprezzato due volte nella struttura di Châtillon. Efficienza, cortesia e rapidità.
Ciò è avvenuto una fase in cui - come si è discusso nel Governo regionale - si è fatto appello ai medici, infermieri ed altro personale sanitario che può vaccinare per una mobilitazione che vada al di là dei propri doveri professionali ed implichi uno sforzo generoso suppletivo. Spero che ci sia una buona risposta, pensando all'impegno enorme che nel Bilancio si sta facendo per la Sanità, che resta la spesa maggiore nella nostra Regione e di questo tutto bisogna essere consapevoli. E' necessario infatti accelerare la somministrazione del vaccino. Il rischio di ingorgo è evidente per la riduzione dei tempi per il richiamo ed anche per l'obbligo vaccinale ampliato alla scuola e alle Forze dell'ordine.

Il pensiero di Scurati

Antonio ScuratiCapisco quanto sia faticoso, con questo maledetto virus, restare così a lungo in una situazione in cui si alternano buone e cattive notizie, speranze e delusioni, dati confortanti e sconfortanti. Basta una variante - e tante ce ne saranno - e torna l'apprensione.
Antonio Scurati è un geniale scrittore italiano e sono lieto di averlo letto sul "Corriere" in una riflessione sulla pandemia. Per brevità entro nel cuore del suo ragionamento: «E' necessario attrezzarci con modelli di pensiero che contemplino l'ipotesi peggiore, quella di un'emergenza sanitaria globale che, attraversata una soglia critica, diventi cronica. E' possibile che mi sbagli ma, in tutta coscienza, ritengo giusto e doveroso tenere lo sguardo fisso sull'abisso che ci si è spalancato sotto i piedi.
Lo schema culturale che ha prevalso nelle interpretazioni e commenti sulla pandemia a partire dal marzo del 2020 è stato quello dei cicli di morte e rinascita. Stiamo attraversando un momento di tenebra - ci siamo detti - ma non dobbiamo disperare perché nessuna notte è infinita. La morte vendemmia nella nostra vigna. Bisogna stringere i denti, sbarrare la porta, pregare il Dio che avevamo dimenticato: la vita tornerà. Celebreremo il suo trionfo con una festa memorabile. Se l'inverno viene, non può essere lontana primavera»
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