È sempre interessante capire come evolvano le parole ed è utile farlo per un loro esatto utilizzo.
Io non ho timore di usare il termine “popolo valdostano” per definire le radici in cui mi riconosco, pur essendo io stesso un misto di provenienze.
Ma trovo altrettanto importante e parallela l’antica parola di origine latina “comunità”, che esprime qualcosa di condiviso collettivamente, con un forte senso di partecipazione e obblighi reciproci. Mi piace molto l’equilibrio vissuto di diritti e doveri. Comunità resta una parola che sottolinea il “noi” rispetto all’“io”, ma senza annullare la persona.
Adriano Olivetti scelse questo stesso termine come fondamento del suo pensiero, perché rappresentava una risposta di civile convivenza alternativa alle due grandi ideologie del Novecento — il capitalismo liberista e il marxismo collettivista — che riteneva entrambe incapaci di rispettare la persona umana nella sua interezza. Immaginava gruppi di persone radicate in un luogo, capaci di governarsi con una certa autonomia.
In un insieme di influenze culturali, che confluivano nel filone federalista, Olivetti teorizzava che lo Stato-nazione moderno fosse troppo grande per essere democratico e troppo piccolo per affrontare i problemi globali. «Comunità» significava - in una taglia ragionevole che combacia con una Regione come la Valle d’Aosta - come la politica debba ripartire dal concreto: dal luogo, dal lavoro, dalla cultura locale.
La felicità — termine che Olivetti usava senza ironia — era raggiungibile solo in una dimensione comunitaria, dove la tecnica e l’industria fossero strumenti dell’uomo e non il contrario.
Restano - in scenari molto cambiati anche in quel solco tecnologico che più di altri aveva intuito - molti messaggi utili e anticipatori nel pensiero olivettiano, che oggi è storicizzato e può servire da stimolo, ma ha esaurito quella carica rivoluzionaria che ebbe.
Resta da chiedersi quali siano i pro e i contro della comunità. Spiccano in positivo la fiducia reciproca, la coesione sociale, la partecipazione civica, il senso di responsabilità e quello di appartenenza, la solidarietà come valore.
Dall’altro lato della bilancia bisogna evitare rischi insiti nella comunità come il controllo sociale soffocante, il rischio che il conformismo diventi il prezzo dell’appartenenza, così come si manifesti la chiusura verso l’altro o anche verso chi eccelle e diventa oggetto di invidia e di pettegolezzi.
Olivetti ci aveva pensato: la sua risposta era che la comunità doveva essere aperta — radicarsi nel locale ma dialogare col mondo, usare la cultura come antidoto al provincialismo e a logiche vecchie di autoconservazione.
Per Alexandre Marc, teorico del federalismo che ben conosceva Olivetti e la sua utopia da realizzare ad Ivrea, la comunità non è un fine in sé, perché non si tratta di esaltare il gruppo contro l’individuo. La persona umana, nella sua irriducibile singolarità, rimane il punto di riferimento ultimo. Ma la persona non esiste nel vuoto: si costruisce attraverso le comunità di appartenenza.
La comunità è quindi la condizione di possibilità della persona, non il suo opposto. Questo dev’essere il fondamento della politica e resta il contraltare contro ogni tentazione autoritaria, piccola o grande.