Utilizziamo i cookie per personalizzare i contenuti e analizzare il nostro traffico. Si prega di decidere se si è disposti ad accettare i cookie dal nostro sito Web.
29 mag 2026

Selfie, social e il bisogno di esistere:

di Luciano Caveri

Bisogna osservare con attenzione. Che uno sia in una spiaggia tropicale o in un belvedere in alta montagna. C’è chi, arrivando in questi luoghi, prima ancora di apprezzarli, sfodera il telefonino di ordinanza per farsi un selfie e postarlo.

Eccomi, sembra dire con questo gesto: ci sono, sono qui e cerco di comunicarlo, apparendo al meglio e, se non vengo bene, aiutano filtri e app.

La parola viene ovviamente dall’inglese “australiano” e nasce dall’unione della parola self (sé) e del suffisso -ie. Il suffisso -ie la rende una parola graziosa e mitiga l’associazione a selfish (“egoista”); confermerebbe inoltre l’origine australiana, perché è un suffisso molto produttivo in quella varietà linguistica.

Il primo utilizzo documentato risale al 13 settembre 2002, appunto in Australia. Un giovane soprannominato Hopey racconta su un forum di essersi ferito al volto durante una festa di compleanno e, dopo aver pubblicato una foto del proprio labbro suturato, usa per la prima volta la parola selfie.

Sulla rete anglofona la parola inizia a circolare nei primi anni 2000 (con apparizioni dal 2002 sull’Oxford English Corpus). La prima apparizione lessicografica è del 2005, quando viene registrata dagli utenti di Urban Dictionary nella grafia selfy.

Nel 2013 l’Oxford Dictionary la elegge “parola dell’anno”: selfie non è più solo una novità, ma già un’abitudine planetaria. In Italia la prima attestazione giornalistica in rete risale all’8 dicembre 2012 su Vanity Fair, per poi approdare alla carta stampata e agli altri media nel corso dell’estate 2013.

Oggi si incolla bene in un’abitudine che può diventare - lo avrebbe mai detto - un’ossessione per chi non ne può più fare a meno. Quando diventa una dipendenza si chiama ”selfitis”. È il termine coniato per descrivere la scelta compulsiva di scattare selfie e metterli sui Social, spesso come modo per compensare bassa autostima, cercare attenzione, validazione sociale o modificare l’umore.

Nata in sordina, questa parola sfociata in studi che hanno previsto livelli in una scala dal più lieve al più grave: se scatti almeno 3 selfie al giorno ma non li posti sempre sei borderline; se scatti e posti almeno 3 selfie al giorno sei acuto; se l’impulso è incontrollabile, scatti e posti più di 6 volte al giorno sei cronico.

Quel che è certo è che si tratta di un fenomeno molto contemporaneo, amplificato da Instagram, TikTok e filtri, ma con radici psicologiche ormai ben studiate. Se diventa invalidante (ansia quando non si posta, confronto costante, ecc.) può valere parlarne con uno psicologo, che spiegherebbe che un "mi piace", un commento o una reazione, il nostro cervello rilascia dopamina, il neurotrasmettitore del piacere e della ricompensa.

A differenza della vita reale, dove gli altri ci vedono così come siamo in un dato momento, il selfie permette un controllo totale della propria immagine. Una versione che spesso risulta idealizzata di noi stessi, decidendo attivamente come vogliamo essere percepiti dal mondo.

Il selfie è la prova tangibile della propria presenza in un determinato contesto; una sorta di dichiarazione di esistenza in vita per la propria rete sociale. Viviamo - anche se scriverlo fa orrore - nell'epoca della vetrinizzazione, un concetto sociologico secondo cui ogni aspetto della vita privata viene esposto come la merce di un negozio. A questo - si male in peggio - si lega l la Fear Of Missing Out, FOMO, la paura di essere tagliati fuori): vedere gli altri costantemente attivi e visibili spinge, per imitazione e spirito di sopravvivenza sociale, a fare lo stesso per non scomparire dai radar degli algoritmi e degli amici.

Noto alcuni ”colleghi” politici che ne sono afflitti e perdono alla fine il senso della realtà, che siano scelte loro o dei molti sedicenti esperti del ramo, spesso improvvisati nel ruolo e come tali dannosi e per chi spera, invece, chissà quale ritorno di immagine.