C’è un dato di partenza che la scienza ha reso indiscutibile: la specie umana è una sola. Il DNA non conosce gerarchie tra i popoli, non traccia confini biologici che giustifichino trattamenti diversi tra un essere umano e un altro.
Quello che invece esiste, in tutta la sua ricchezza, è la diversità delle culture: lingue, religioni, tradizioni, modi di organizzare la vita comune che si sono sviluppati lungo percorsi storici diversi, spesso lontanissimi tra loro.
Questa premessa non è un vezzo retorico, ma il fondamento di tutto il ragionamento che segue: se si parte dal riconoscimento pieno che apparteniamo alla stessa stirpe, allora qualsiasi discorso sui limiti del relativismo culturale non nasce da un pregiudizio di razza o da un’ostilità verso chi viene da altrove.
Nasce, semmai, dalla convinzione che la parola “rispetto” vada presa sul serio, e che il rispetto tra esseri umani uguali non può tradursi in un’accettazione acritica di qualunque pratica culturale, specialmente quando questa nega a qualcuno – spesso donne, minoranze, dissidenti – la pari dignità che quel principio di partenza dovrebbe garantire a tutti.
Viviamo in un’epoca di mobilità delle persone come mai prima nella Storia. Milioni di individui si spostano, si incontrano, si mescolano. È un fatto, non un’opinione, ed è anche – nel complesso – una delle grandi occasioni di arricchimento reciprocol della storia umana. Ma la mobilità delle persone non deve tradursi automaticamente nell’importazione acritica di modelli culturali o sociali che rappresentino un passo indietro rispetto a conquiste faticosamente ottenute: l’uguaglianza di genere, la libertà di coscienza, la separazione tra sfera religiosa e sfera pubblica, l’istruzione come strumento di emancipazione, la tolleranza come condizione minima di convivenza.
Queste non sono “invenzioni occidentali” da relativizzare come se fossero una preferenza tra le tante. Sono, piuttosto, il risultato di secoli di conflitti, rivoluzioni, lotte sociali e culturali – spesso pagate a caro prezzo – che hanno permesso alle società di allontanarsi da condizioni di sudditanza, discriminazione, oscurantismo. Rinunciarvi in nome di un malinteso senso di apertura non sarebbe un atto di generosità verso chi arriva da altre esperienze storiche, ma un tradimento verso chi, in quelle stesse società di origine, lotta ogni giorno per raggiungere gli stessi diritti che noi diamo per scontati.
Il relativismo culturale, inteso correttamente, è un principio di metodo: prima di giudicare un uso, un costume, una pratica diversa dalla propria, occorre comprenderne il contesto storico e sociale, evitare l’arroganza di considerare la propria cultura come metro assoluto di ogni altra. È un antidoto necessario all’etnocentrismo.