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19 apr 2026

I capponi di Renzo e l’idem sentire

di Luciano Caveri

Dire che la polemica è parte della politica è quasi un pleonasmo, cioè una ripetizione superflua.

La polemica — cioè il confronto, spesso acceso, tra opinioni opposte — è una componente intrinseca della politica.

Anzi, ad essere più precisi, la politica è polemica, nel senso etimologico e nobile del termine. Infatti, senza essere troppo pignolo, se scaviamo nelle radici della parola, scopriamo che "polemica" deriva dal greco pólemos (πoˊλϵμoς), che significa guerra. In un certo senso, la democrazia è l’invenzione geniale che ha permesso all'umanità in determinate circostanze di sostituire la guerra fisica con quella delle parole.

Ecco perché la polemica, anche quella "al calor bianco" che io stesso ho praticato e talora pratico con piacere, non è un malfunzionamento del sistema, ma spesso il suo motore. Senza scontro non c'è confronto. Se fossimo tutti d'accordo, la politica sarebbe una scatola vuota.

La polemica serve a tracciare i confini tra diverse visioni del mondo e in democrazia sana questo avviene. Serve a capire nelle proprie convinzioni chi siamo e, soprattutto, chi non siamo e questo mette a confronto e anche in scontro visioni diverse delle cose.

Ciò detto, ricordo di passaggio che esiste anche un galateo istituzionale, che non è solo pura cortesia istituzionale, ma regole che fanno sì che il confronto non trascenda.

C'è però una differenza sottile tra la polemica del passato e quella odierna. Spesso oggi si ha l'impressione che il "calor bianco" sia artificiale. Si urla con troppa facilità per ottenere un frame di pochi secondi sui social. La polemica diventa fine a se stessa anziché mezzo per arrivare a una sintesi o ad una decisione.

Quindi la polemica è il "sale" della politica. Senza certa vivacità, il corpo sociale diventa apatico. Il problema non è mai l'intensità dello scontro, ma la sua qualità: finché si discute (anche aspramente) di visioni diverse della società, la politica è viva.

Quando si scade nel mero insulto personale e nell’inanellare scontri più pretestuosi che sostanziali, la polemica smette di essere politica e diventa semplice rumore di fondo e occasione per molti di scansarla e pure per non votare più.

Ma esiste un ulteriore livello su cui riflettere e vale dal più piccolo dei Comuni agli equilibri della politica mondiale. Avete presente i capponi? Loro, i poveri galli castrati, come dice l’immaginifico verbo del greco antico che significa in modo plastico “tagliare” o “recidere”.

Passiamo ora, per capire dove io voglia arrivare, ad un celeberrima brano letterario: ”Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura”.

Eccoci, dunque, al famoso ”I capponi di Renzo”, episodio del Capitolo III de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, diventato un’espressione proverbiale nella cultura italiana.

Cosa succede nella storia molti lo ricorderanno, perché il libro resta da tempo immemorabile un passaggio senza scampo per generazioni di studenti.

Dopo che il matrimonio tra Renzo Tramaglino e Lucia viene impedito da don Abbondio (sotto pressione di don Rodrigo), Agnese consiglia al futuro genero di andare dall’avvocato Azzeccagarbugli a Lecco per un consiglio legale. Per non presentarsi a mani vuote, Agnese gli prepara quattro capponi (quelli destinati al banchetto di nozze) legati per le zampe con uno spago, come un mazzetto.

Renzo, agitato e gesticolante per la rabbia e la speranza, li porta tenendoli a testa in giù. Manzoni descrive vividamente la scena come poc’anzi pubblicato.

Cosa c’entrano, dunque, questi capponi diventati esempio vivido della stupidità di certi scontri? Facile capire che, invece di beccarsi tra loro, i capponi farebbero meglio a unirsi per tentare di liberarsi dallo spago.

Ci ho pensato spesso di fronte a problemi seri per la politica e ho avuto il privilegio di vederne e affrontarne molti nella scala della mia esperienza politica che ho percorso a Roma, a Bruxelles e ad Aosta.

Questa logica perenne dello scontro frontale ha preso un abbrivio che mi sconcerta. Lo vedo nel piccolo e nel grande di come su temi specifici, tipici dell’idem sentire al posto di far fronte comune ci si divida.

Non vorrei scadere in quello che proprio Manzoni con ironia chiamava ”latinorum”, ma - visto che ci sono concetti che attraversano il tempo - eccomi a scavare in questa espressione ”idem sentire”.

Risale all’anno politica romana del I secolo a.C., un’epoca di guerre civili, congiure e fazioni agguerrite. Sallustio mette alcune frasi in bocca a Catilina in un’arringa per rovesciare la Repubblica.

Sallustio scrive: ”Nam idem velle atque idem nolle, ea demum firma amicitia est." (Infatti volere le stesse cose e non volere le stesse cose, questa soltanto è una salda amicizia).

Da questo passaggio è derivata appunto la formula contratta idem sentire, che indica non solo una coincidenza di gusti, ma una profonda comunanza di intenti, di valori e di vedute, sia pro che contro.

Insomma: non morire da capponi, ma sapere in certe circostanze uscire dalla polemica inutile, divisiva e ormai fatta più per apparire che essere sui Social. Considerazione - lo so bene - che può apparire banale, ma ragionarci e applicarla migliorerebbe le cose.