Mi piace l’orizzonte. Ho in mente delle immagini bellissime viste al mare e in alta montagna.
L’orizzonte è considerato un “inganno” o un’illusione ottica per una ragione molto precisa e affascinante, che combina geometria, fisica e percezione umana.
Lo dice in parte la stessa parola orizzonte, che deriva dal greco horízōn (kyklos) e significa letteralmente "cerchio che delimita". È affascinante notare come la parola stessa contenga l'idea di un confine che si sposta come se fosse un gioco di prestigio.
Nella letteratura classica e di viaggio, l'orizzonte rappresenta la frontiera tra il mondo conosciuto e l'inesplorato. È il motore dell'azione in barba ai terrapiattisti che prevedono - immagino - che ci sia un limite in un cui si cade giù - come dire - precipitevolissimevolmente.
Ulisse nell’Odissea scruta l'orizzonte con la nostalgia di Itaca, ma è anche quell'orizzonte che promette l'incontro con il meraviglioso e pure con avvertire in cui rischia la vita, per poi tornare davvero a casa.
L’orizzonte è il mio amato Jules Verne, che apre - in modo visionario - alla sfida tecnologica e umana. Si tratta di spostarlo sempre più in là, verso i poli, sotto i mari, al centro della Terra o verso la Luna.
Per i romantici del passato e del presente l’orizzonte diventa il punto di contatto tra la terra e il cielo, tra l'umano e il divino. L’uomo si sente piccolo di fronte all'immensità e come non pensare allo stupore sempre vivo, quando si assiste alle albe e ai tramonti.
L'orizzonte segna anche la separazione tra il presente e il futuro e l’ultimo del giorno dell’anno somiglia davvero a un passaggio del genere. Cosa aspettarsi?
Ne Il deserto dei Tartari Dino Buzzati ha immaginato - e capita di mettersi nei loro panni - i soldati passano la vita a scrutare l'orizzonte, aspettando un nemico che non arriva mai. L'orizzonte diventa trepidazione.
E nella vita anche a me, come a tutti, capita di aspettare di vedere che cosa spunterà nell’avvenire.
Nel passaggio, davvero immaginario come il tempo che scandisce la nostra vita, fra un anno e un altro ci sta l’orizzonte come prospettiva indeterminata.
"L'Infinito" di Leopardi dimostra come un panorama domestico sia per la nostra mente una sfida. C’è una siepe che fa da ostacolo alla vista e impedisce di vedere l'orizzonte.
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma è proprio questa limitazione che permette al poeta di spaziare con l'immaginazione verso "interminati spazi" e "sovrumani silenzi".
Per Eugenio Montale, poeta del paesaggio ligure, l'orizzonte come linea del mare è il limite dove il poeta cerca il "varco", ovvero una via d'uscita dalla monotonia e dal male di vivere.
Una linea che scorgiamo, avendo però qualcosa di sfuggente, misterioso, quasi mistico: è lì davanti a te…ma non c’è!
Così il mio poeta preferito:
Spesso il male di vivere ho chiesto
all’orizzonte che si restringe
e si fa più lontano
quanto più l’occhio lo cerca.
[…]
Non so se sia un miraggio
o un confine vero
quello che si allontana
quando ci avviciniamo.
Personalmente penso che l’orizzonte serva anche nella buona Politica.
Lo scrittore Eduardo Galeano, nel libro Finestra sulle utopie, ha osservato e vale come un buon viatico: “L'utopia è là, all'orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l'orizzonte si sposta dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l'utopia? Serve a questo: a camminare”.