Un breve pensiero nella rubrica settimanale del Grand Continent mi colpisce.
Così dice, riferendosi alla settimana scorsa: ”Mercoledì, a mezzogiorno, l’Europa si trovava all’apice di una nuova ondata di calore.
La temperatura dell’aria era in rapporto assolutamente anormale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l’oscillazione mensile periodica.
Sulla vetta del Monte Bianco, i ghiacci si stavano sciogliendo. E voi, cosa stavate facendo? Dove vi trovavate? Se non ve lo ricordate, potete controllare la vostra agenda. È piuttosto importante”.
Mentre leggo, reagisco con il pensiero e ricordo: ero a Bruxelles con un’agenda fitta di appuntamenti.
Cominciavo con il gruppo membri del Comitato delle Regioni dedicato al Vino per discutere delle nuove norme in materia, seguiva il gruppo parlamentare di Renew sul futuro della politica di coesione, era poi il momento della conferenza su San Bernardo di Aosta e a seguire la plenaria e in Commissione europea sul Bilancio e il ruolo delle Regioni nel nuovo periodo di programmazione.
Un misto di argomenti immersi nel caldo torrido o nel fresco delle sale climatizzate. La sera, per fortuna, la cena in quelle serate con la luce estiva che illumina sino a tardi le piazze di Bruxelles piene di gente di tutti i Paesi.
Ma quando torno al testo che avevo cominciato a leggere capisco che chiedere dove fossi non era altro che un pretesto: ”Forse non lo sapete ancora, ma proprio questo mercoledì è accaduto qualcosa. Una nuova soglia è stata superata. Dal 2 luglio alle ore 12, siamo ufficialmente più vicini al 2050 che all’anno 2000. Certo, si tratta di una soglia puramente simbolica. Ma Petrarca lo sapeva già. Le ricorrenze servono a segnare il tempo, a costruire la memoria, a riscrivere un’identità in movimento. È per questo che è importante fermarsi su questo momento e aprirsi alle domande che solleva.
Se l’anno 2000 è ormai più lontano di quanto non lo sia il 2050, perché allora ci appare ancora così vicino? E perché il 2050 ci sembra invece appartenere a un tempo remoto, una data quasi irreale, inaccessibile?
Mentre il Medio Oriente e l’Ucraina sono colpiti da guerre devastanti, queste domande possono sembrare vane o marginali.
Eppure potrebbero aiutarci a comprendere le ragioni di una impasse.
Se facciamo surplace, forse–in fondo–è proprio per questo. Non riusciamo più a proiettarci nel futuro”.
Normale riflettere su un fatto su cui non avevo per nulla pensato: il tempo che passa e incalza anche in questo primo secolo del nuovo Millennio, che sembra accelerare in un clima mondiale complesso.
Ma questo tempo scandito che guarda ormai più avanti che indietro ci sta anche ognuno di noi.
E chi ha ormai parecchi anni sulle spalle come chi scrive nel guardare avanti sente il brivido di inquietudine su di un pensiero normale e ricorrente, pensando a quale e soprattutto quanto tratto di strada ancora lo attenda.
Ma se si allarga il ragionamento al di là della visione soggettiva, allora ci si chiede come diavolo sia successo che questo nuovo secolo, che era pieno di speranze e di attese allo scandire del suo arrivo proprio 25 anni fa, abbia tradito le attese per un grumo di problemi seri, tragedie umane, paure collettive che pesano.
E mi viene in mente un articolo letto sul Foglio di Sergio Berardinelli sull’Intelligenza Artificiale, grande protagonista e novità di questi tempi.
Utile laddove dice: “Banalizzando un po', le intelligenze artificiali ci dicono in sostanza che per sfruttarle al meglio non dobbiamo smettere di coltivare l'intelligenza naturale”.
Già quella che, guardandoci attorno come umanità intera, non usiamo abbastanza e che sarebbe bene usare, nei prossimi decenni, per avere un futuro.