blog di luciano

Un aereo che schianta una vita

Ormai i telefonini sono i testimoni delle tragedie. Guardavo ieri sera le immagini riprese a Caselle delle Frecce Tricolori in formazione e uno degli aerei che si abbassa di quota e poi si nota un puntino che si distacca ed è il pilota che usa il seggiolino eiettabile e si nota il paracadute per la discesa, mentre il velivolo si schianta. Muore nell’impatto una bimba di 5 anni, Laura, nell’auto di famiglia colpita dall’aereo impazzito.
Pochi giorni fa a Brandizzo un ragazzo si riprende con il telefonino sulla massicciata della ferrovia e le parole che vengono registrate attorno a lui serviranno per capire le ragioni che hanno portato alla morte sua e dei suoi compagni falciati da un treno in corsa che li coglie al lavoro sui binari.
Vengono così colti attimi cruciali di vicende terribili, di cui tutti finiamo per essere testimoni in questo mondo globalizzato. Ci si rende conto di quanto colpisca l’attimo fatale e di come ci si possa trovare nel posto sbagliato al momento sbagliato ed è una questione di una frazione di secondo. Penso al mio amico colpito da un sasso in parete mentre scalava, ad un altro investito da una valanga mentre sciava, a due auto partite da luoghi distanti che si scontrano a metà strada e muore un altro conoscente e via di questo passo in meccanismi che stroncano vite. Ho seguito funerali per tragedie così e ho sempre seguito con strazio i preti che devono nelle loro omelie dare un qualche senso consolatorio al dolore di chi ha perso persone care.
Ho letto molti pensieri su vita e morte e restano intatti per me i suoi misteri. Ognuno si costruisce le sue ragioni. Penso sempre al giornalista Tiziano Terzani che, sapendo di dover morire, ha scritto cose sagge, come: ”Se la vita fosse tutto un letto di rose sarebbe una benedizione o una condanna? Forse una condanna, perché se uno vive senza mai chiedersi perché vive, spreca una grande occasione. E solo il dolore spinge a porsi questa domanda”.
Difficile per tutti dare una spiegazione al Fato, al Destino o come vogliamo chiamarlo, che si abbatte sulle persone, lasciando quella scia luttuosa che è fatta anche dai tanti perché. Ma i perché sono davvero senza risposta, anche se di risposte ne sono state fare tantissime
Persino un fisico, pur bizzarro ma curioso non solo dei misteri della materia, come Albert Einstein osservava con poesia: ”Tutto è determinato da forze sulle quali non abbiamo alcun controllo. Vale per l’insetto come per gli astri. Esseri umani, vegetali o polvere cosmica, tutti danziamo al ritmo di una musica misteriosa, suonata in lontananza da un pifferaio invisibile”.
Uno scrittore come Alessandro Baricco non risponde ma osserva: “È molto bella l’immagine di un proiettile in corsa: è la metafora esatta del destino. Il proiettile corre e non sa se ammazzerà qualcuno o finirà nel nulla, ma intanto corre e nella sua corsa è già scritto se finirà a spappolare il cuore di un uomo o a scheggiare un muro qualunque”.
Io non ho risposte, ma più si vive e più si osservano le singolari dinamiche che possono cadere, fra gioie e dolori, nel percorso della vita di ciascuno di noi.
Certo è che la morte di un bimba così piccola colpita da un aereo rende grottesca ogni spiegazione: è solo buio e niente altro.

La Lega si rompe

In politica, nel piccolo e sempre stimolante laboratorio valdostano, ho studiato cose del passato che sono ancora istruttive e vivo, da almeno 45 anni, come osservatore-protagonista gli avvenimenti cangianti che fanno parte delle vicende valdostane e dimostrano la passionaccia che i valdostani hanno sul tema. E questo si deve anche allo spirito autonomista, che così sintetizzava mio zio Séverin Caveri: ”Noi Valdostani vogliamo una cosa sola, amministrare noi i nostri comuni, amministrare e governare noi la nostra Valle, questo vogliamo dire, quando diciamo: Nous voulons être
maîtres chez-nous”. Tutto racchiuso in una sola frase, che attraversa il tempo e i cambiamenti.
Una piccola democrazia la nostra con i suoi pregi e i suoi difetti e con la caratteristica, per certi rivolgimenti, di non annoiare mai e questo avviene in modo imprevedibile o, come nel caso di cui scrivo, prevedibile senza essere Nostradamus.
Ho un grande rispetto per le tribolazioni politiche che possono portare alla scelta grave di abbandonare la forza politica con cui si è stati eletti. Una scelta mai facile, che genera veleni, ripicche e accuse in genere reciproche.
Mi è capitato così, quando ho lasciato l’Union Valdôtaine e poi quando ho abbandonato in seguito l’Union Valdôtaine Progressiste. Tranquillizzo chi legge: non ho intenzione di tornare su quelle mie scelte, frutto non semplice di decisioni comunque ponderate. Oggi per fortuna guardo avanti e spero che si possa concretizzare quella réunification dentro l’Union Valdôtaine per rimarginare una ferita che è stata per me dolorosa e chi mi conosce lo sa bene. I tempi oggi sono largamente maturi e direi necessari. Già ci sperai quando lavorai alacremente nel 2015 sulla Constituante autonomiste, avendone poi una cocente delusione per certe ambiguità e per un passaggio andato a vuoto in cui invece speravo, dimostrando - lo dico ex post - una sana ingenuità che tengo sempre in tasca a mia tutela.
Anche da quella esperienza negativa ricavo un pensiero: la necessità di fare le cose con rapidità per evitare che la sabbia si depositi negli ingranaggi. Specie dopo aver vissuto il 18 maggio scorso quella grande assemblea a Saint-Vincent in cui si è confermata la strada necessaria per rimettersi assieme senza se e senza ma, almeno in quella sede.
Seguo ora con rispetto politico e personale la scelta di quattro consiglieri regionali eletti nelle liste della Lega, che hanno dato vita, ad un gruppo chiamato Rassemblement Valdôtain, che ricorda nella dizione del nuovo gruppo consiliare la scissione verso destra - con occhio verso la Democrazia Cristiana - di esponenti diventati ex unionisti, avvenuta nel 1963 in polemica con leadership di già evocato Séverin e la sua Giunta del Leone con Il PCI.
Vedremo quale sarà in prospettiva la loro collocazione, intanto si può dire che si chiude di fatto quella situazione ambigua di esponenti leghisti che convivevano nello stesso partito e nello stesso gruppo con visioni di fatto molto diverse. Difficile dirsi federalisti con un Salvini che sta andando sempre più a destra con un nazionalismo anacronistico, come mostra - stravolgendo le origini - la presenza di Marine Le Pen al prossimo raduno di Pontida. Se si comparano i programmi politici del passato (e personalmente ho assistito alla nascita e allo sviluppo del movimento di allora) ai programmi di oggi la Lega appare un partito diversissimo e in certi casi agli antipodi dal proprio imprinting iniziale.
Ma non sono fatti miei, mi limito ad osservare quanto è capitato nel tempo e la convivenza di due linee politiche diverse - non credendo personalmente alle famose convergenze parallele di Aldo Moro - con contraddizioni comunque destinata prima o poi ad emergere. Ed è emersa sul casus belli della legge elettorale, di certo su di un punto molto delicato per chi crede nel rispetto del dettato dello Statuto d’Autonomia. Se non fosse avvenuto su questo tema, la frattura si sarebbe comunque e altrimenti dimostrata.
Diceva un politico francese, Lionel Jospin, che ”La politique, même civilisée, est un univers rude”.

Gli omuncoli che uccidono le donne

È interessante e parimenti tragico che a Firenze abbiano bloccato un Tizio che voleva bruciare la ex moglie, dicendole “ti faccio fare la stessa fine delle altre”.
Esiste nel tragico susseguirsi di donne uccise, in una logica complessa in cui si sommano molte storie personali e l’evidente orrore verso chi ammazza, un processo imitativo che deriva anche dagli eccessi di narrazione di certi delitti.
Così quella frase colpisce, perché il riferimento alle “altre” sembra aver inciso in chi ha deciso di ammazzare con un procedimento identificativo con chi ha già compito delitti simili verso mogli, compagne, fidanzate.
Guardo raramente certa televisione, quella tipo “Chi l’ha visto?” e quei contenitori pomeridiani far sangue e melassa, la cui logica oscilla fra cronaca nera e cronaca rosa, processi fuori dall’aula dei Tribunali e indugio su particolari macabri, ma trovo che ci sia una specie di deriva, specie nella tv generalista che ha ormai tipologia di ascoltatori che amano il genere e, visto che sono sempre meno, vanno tenuti stretti, assecondandone i gusti.
Lo psichiatra Vittorino Andreoli in un’intervista a La Stampa di qualche tempo fa, realizzata da Flavia Amabile sul caso di uno dei casi di uccisione, osservava acutamente: ”La morte ha perduto ogni dimensione del mistero, della sacralità, del punto interrogativo. (…) La morte è diventata un mezzo per sbarazzarsi di un ostacolo. Poiché questa ragazza gli creava dei problemi il fidanzato l’ha uccisa”.
Riflessione che fa venire i brividi, cui lo stesso Andreoli aggiunge un aspetto rispetto ad un meccanismo di delitto che somiglia a certe violenze da videogioco: “I videogiochi spesso si fondano sulla quantità di eliminazioni di immagini umane. Però ci sono anche degli altri elementi da prendere in considerazione. Il tempo, per esempio. Come in un videogioco, la vita viene percepita come una serie di momenti distanziati l’uno dall’altro. Non si va oltre quello che interessa oggi o il fine settimana o, al massimo, le vacanze. Non c’è il futuro, c’è un empirismo esistenziale che è totalmente amorale. Il giovane, infatti, non percepisce l’etica la differenza tra un modo di vivere correttamente e un altro che non è accettabile, quindi non ha avuto la sensazione di aver fatto qualcosa che non avrebbe dovuto fare. Non prova alcun senso di colpa, ha solo eliminato un problema. Sono elementi purtroppo diffusi e comuni".
In fondo una banalizzazione che accomuna la vita come la morte con una perdita di percezione della realtà, senza per questo rifugiarsi nell’alibi della follia o del raptus.
È ancora Andreoli con un pensiero profondo: ”Si è persa completamente la percezione dell’amore. L’amore che noi definiamo come una relazione che aiuta a vivere è un’acquisizione nell’evoluzione delle specie, fa sentire il bisogno dell’altro ed è una prerogativa del genere umano. Tutto questo non c’è più, è scomparsa la cosa più straordinaria, la relazione d’amore in cui uno vuole fare tutto per l’altro, che prova piacere nel generare piacere nell’altro. Adesso, invece, è un’esperienza che non ha la dimensione del tempo ma quella del consumo. È un rito che si brucia in modo estremamente rapido, basta che si dica “mi sono fatto quella””.
Infine la parte forse ancora più dolorosa: “La donna è evoluta in questi 20-30 anni, ha fatto passi straordinari dal punto di vista affettivo, del ruolo sociale e del pensiero. L’uomo, invece, non è andato avanti. Avevo un’amica meravigliosa, Ida Magli. Mi diceva: “Vittorino, se il movimento femminista resta staccato dall’uomo non si riuscirà mai a raggiungere la parità anche dei sentimenti”. Oggi abbiamo da una parte le donne che possono dire: adesso è finita. Dall’altra ci sono questi omuncoli che non sanno stare senza le donne e non sanno affrontare le difficoltà dei rapporti”.
Temo che questi aspetti siano terribilmente veri e la proposta finale di Andreoli tutt’altro che semplice nella sua realizzazione: ”Bisogna fare presto e cambiare completamente i principi dell’educazione. Bisogna insegnare ad affrontare le emozioni a spiegare che non siamo un “io” ma siamo un “noi”, la parte di una relazione, perché abbiamo sempre bisogno dell’altro. Purtroppo, invece, se c’è un settore che non funziona è l’educazione, si preferisce riempirci di poliziotti invece che investire nella scuola”.
Certo bisogna fare di più e anche saper mettere la sordina agli eccessi di un’informazione voyeuristica, che rischia di agire come una miccia. Nessuna censura, ma buonsenso per evitare catene di delitti.

L’analfabetismo sull’Europa

Ne scrivo oggi, pensando a che cosa sarà tra pochi mesi. Le elezioni europee riaccenderanno, infatti, il faro sull’Europa e saremo assaliti da una cacofonia di voci in vista delle urne. Purtroppo è così da quando, nel 1979, ci furono le prime elezioni a suffragio universale per il Parlamento europeo. Ho un ricordo vivissimo di quella competizione elettorale. Lavoravo a RTA (Radio Tele Aosta) e segnalo incidentalmente che fu in quella occasione che, con Massimo Boccarella con cui lavoravo, organizzammo la prima diretta fra lo studio che si trovava nei locali in cima a Palazzo Fiat ad Aosta e il Palazzo regionale, dove affluivano i dati dello scrutinio.
Era anche la prima volta che, a differenza delle elezioni regionali e di quelle politiche, in cui a politica nazionale, attraverso i candidati di vari partiti, irrompeva sul nostro territorio. Ciò avvenne per la sciagurata legge elettorale ancora in vigore che buttava l’elettorato valdostano in una mostruosa circoscrizione elettorale Nord-Ovest con Lombardia, Piemonte e Liguria. Ritengo che sia ingiusto e che bisognerebbe assicurare un eletto per ciascuna Regione, ma ogni tentativo di modificare la normativa non è mai andato a buon fine e dunque ci si arrabatta con la possibilità di apparentarsi da parte dei partiti autonomisti con un partito nazionale. Il meccanismo è complicato e solo per un colpo di fortuna riuscii a diventare parlamentare europeo.
Già allora nel 1979, cronista in erba, mi accorsi di questa storia molto italiana di una fiammata di interesse per l’Unione europea innescata dalla corsa ai seggi per Bruxelles-Strasburgo, che passa con triste rapidità all’indomani del voto. Nel periodo della campagna gran fervore sui temi comunitari, che si spengono come cerini in tempo breve. Sarà pur vero che all’epoca non esistevano partiti antieuropeisti, mentre poi nel tempo una porzione del confronto ha cambiato veste con l’arrivo di sovranisti, nazionalisti e anche di cretini vari che fanno la campagna elettorale contro l’Europa per essere eletti in Europa. Meravigliosa contraddizione…
Davvero un peccato che l’europeismo e pure l’antieuropeismo siano usa e getta, cioè fortemente concentrati alla ricerca del consenso elettorale, ponendo poi l’argomento in terza fila e più legato nell’ordinarietà di polemiche prevalentemente sterili.
Il processo di integrazione europea è interessantissimo e indispensabile, eppure ancora oggi vige – tranne rari casi – una distrazione di massa sul tema. L’Europa raramente la insegna a scuola, la coscienza europeista si scontra con un disinteresse generale, spiccano più che le conoscenze un mare di pregiudizi. Poco importa che solo l’Europa consenta ai Paesi membri di contare di più, che certi diritti si siano affermati nella legislazione comunitaria, che la libera circolazione di merci e persone sia una conquista e via di questo passo, evitando io stesso di allargare troppo il campo per il rischio di sembrare un veditore porta a porta. Sarebbe interessante fare un gioco al contrario e cioè vedere cosa ne sarebbe del Vecchio Continente, dell’Italia e di noi stessi se l’Europa non fosse nata e i periodici conflitti fra Paesi avessero continuato a insanguinare i nostri territori. Nel 1947 lo disse Luigi Einaudi alla Costituente: “Noi riusciremo a salvarci dalla terza guerra mondiale solo se noi impugneremo per la salvezza e l'unificazione dell'Europa, invece della spada di Satana, la spada di Dio; e cioè, invece della idea della dominazione colla forza bruta, l'idea eterna dalla volontaria cooperazione per il bene comune”.
Su questo oblio periodico dell’Europa, dei suoi valori, delle sue speranze si può, come sempre , dare la colpa alla politica, che ha una sua vasta responsabilità Ma l’analfabetismo rispetto all’Unione europea è anche un problema culturale di cui ognuno dovrebbe farsi carico, per la sola ragione che non conoscere bene l’Europa è un vuoto, che colmano i distruttori a colpi di fake news e di nostalgie per i vecchi Stati-Nazione, che la Storia già da sola aveva ampliamente condannato.

Delitto e castigo

Ho seguito con interesse il dibattito sulla scelta di inasprire certe misure nei confronti dei minorenni che compongono soprattutto le famigerate baby gang. Usai questo termine - baby gang - qualche tempo fa a proposito di alcune vicende a Verrès, ma l’allora Questore respinse l’utilizzo della definizione per ragioni, diciamo così, tecniche. Da dizionario sarebbe “Banda di giovanissimi che si rende responsabile di azioni di microcriminalità”, dunque non mi pare di avere a suo tempo esagerato nell’uso, ma - come sempre - mi inchino a chi ne sa più di me in materia di ordine pubblico.
Resta la sostanza e cioè l’impressione che ci sia talvolta una situazione di scarsa repressione, che rischia di ingenerare impunità, nei confronti dei giovanissimi che approfittano della loro età.
Immagino che questo abbia spinto il Governo ad inasprimenti che sono stati considerati da esperti vari come eccessivi. Vedremo quando le norme saranno esaminate in Parlamento nella discussione sul cosiddetto “Il Decreto Caivano” che contiene misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile.
Caivano è un comune di circa 37 mila abitanti che si trova alle porte di Napoli alla periferia dei più grandi centri urbani di Caserta e Aversa.
Questa zona negli ultimi tempi è tornata al centro della cronaca nera per episodi sanguinosi vari nella più grande piazza di spaccio dell’intero Sud. Il Presidente della Campania Vincenzo De Luca ha detto: “È un inferno in terra. Bisogna istituire uno stato d’assedio vero e proprio militare, è un’espressione forte, ma non riesco a trovarne un’altra”.
Il Presidente Giorgia Meloni ha visitato Caivano. esprimendo il suo sdegno e subito dopo c’è stato un muscolare blitz delle forze dell’ordine, cui la Camorra ha reagito con episodi intimidatori per confermare il suo controllo del territorio, che passa anche attraverso un’attiva manovalanza criminale giovanile.
Giorni fa ne ha scritto Antonio Polito di questo fatto di colpire chi delinque da giovanissimo, ricordando anzitutto il giovane musicista assassinato, dopo un alterco con un gruppo di ragazzi: ”Nessuno ha osato obiettare nulla - e ci mancherebbe - quando Daniela Di Maggio, la madre di Giogiò, ha detto per che il minore che ha assassinato il figlio andrebbe processato e punito come un adulto, perché se uno va in giro armato di pistola e la usa per regolare le controversie più futili della vita quotidiana, per esempio una discussione sul parcheggio del motorino, allora non può trovare alcuna giustificazione nella sua età. Eppure in moltissimi hanno subito obiettato alle nuove norme penali introdotte per i minori dal Consiglio dei ministri nel cosiddetto decreto Caivano. 
È tutto un mettere in guardia sul fatto che non è la paura della pena a fermare la mano dei delinquenti, che bisognerebbe prevenire più che reprimere, che ci sono reati e reati e alcuni sono troppo «minori» per essere duramente sanzionati, che il carcere non è la soluzione e ci vorrebbero piuttosto più scuola, più educazione, più cultura. Tutte cose vere, intendiamoci. Ma che non tolgono un briciolo di verità a quello che ha detto la mamma di Giogiò. Bisogna certamente essere duri nel contrastare le cause sociali, culturali e ambientali del crimine, su questo nelle nostre terre si fa da troppo tempo troppo poco, lasciando i giovani nell’indigenza, nella disoccupazione, nell’evasione scolastica, e dunque in balia di modelli devianti e violenti”.
Giuste sottolineature, ma questo non basta e concordo con Polito: ”Ma, allo stesso tempo, bisogna cominciare a essere più duri anche con il crimine e con chi lo commette, mettendo fine a ogni «buonismo» - come lo ha chiamato su questo giornale l’ex procuratore generale Riello - a ogni giustificazionismo, a ogni riflesso condizionato che induce la nostra intellighenzia a dare la colpa alla società di qualsiasi comportamento individuale sbagliato. Perché se la cultura dominante toglie valore alla responsabilità dei minori, se cerca per loro sempre una scusa, allora diventa poi davvero difficile convincerli a non trasgredire, a rispettare le leggi dell’umanità prima ancora che quelle dello Stato.
Questo errore è stato commesso negli ultimi decenni. E dobbiamo riconoscerlo. Come lo riconosce con onestà anche una persona non certo imputabile di disattenzione alle cause del disagio giovanile, e anzi impegnato ogni giorno sul campo, come don Patriciello. Per questo non si capisce davvero che cosa ci sarebbe di eccessivamente repressivo nell’avere allargato il campo dei reati che prevedono l’arresto in flagranza facoltativo dei minori sopra i 14 anni. Forse non sarà un deterrente sufficiente, ma quantomeno crea un conflitto di interessi tra il ragazzo mandato a delinquere (per esempio con lo spaccio di droga) e il mandante che ci guadagna. Ai minori di 14 anni, giustamente a mio avviso, e contrariamente a quanto chiedevano sia Salvini sia De Luca, questa norma non è stata estesa, ma si prevede un «avviso orale» da parte del questore al ragazzo e alla sua famiglia. Che viene chiamata più severamente in causa su una delle piaghe sociali più gravi nella nostra città: i genitori che non fanno abbastanza per mandare in figli a scuola rischiano ora una sanzione penale vera e propria.
Intendiamoci: è possibile che, come spesso avviene in Italia, tutte queste nuove norme si trasformino rapidamente in «gride» manzoniane”. Propongo infine il finale del dolente editoriale: ”Scarso personale di pubblica sicurezza per le strade, carente capacità di azione dei tribunali quando non tacita contestazione delle norme da parte di qualche magistrato, abitudini sociali e culturali dure a morire, tolleranza della città, «perbene» nei confronti degli stili di vita della città «permale» in nome di una malintesa «napoletanità», sono tutti fattori che possono spegnere rapidamente il fuoco sacro che la sorte di Giogiò ha finalmente acceso, dicendo a tutti noi che non si può continuare così.
Ma almeno vale la pena di provarci. A chi accusa il governo di aver esagerato nella reazione all’omicidio di Piazza Municipio per motivi di consenso, bisogna chiedere perché mai c’è quel consenso per misure più rigorose. Di fronte a una morte così, il rischio di non mostrare da parte dello Stato alcuna reazione sarebbe stato a mio modo di vedere molto peggiore del rischio di una reazione eccessiva. Dopo il delitto, deve venire il castigo”.

Complessi rapporti Italia-Francia

La vicenda del Traforo del Monte Bianco e il suo destino, prima della recente emergenza con la chiusura del Fréjus per frana e la possibile chiusura dello stesso tunnel fra Courmayeur e Chamonix, ha avuto una forte risonanza in Italia. Fatto positivo per chi conosceva il caso e ha visto con piacere che a gettarsi sul dossier sono stati molti sinora silenti e distratti e che a breve torneranno ad esserlo. La questione ha avuto pochissimo peso sui media francesi rispetto al battage italiano e questo dimostra una diversa sensibilità sul tema, per usare un eufemismo.
Dopo il rinvio saggio di un anno di lavori - ma con chiusure programmate per qualche messa in sicurezza inderogabile di cui già si sapeva - e accertate le circostanze, si tratta ora di inquadrare il futuro dei collegamenti fra Francia e Italia nel quadro ben più vasto delle strategie dei trasporti di livello europeo e questo è un punto nodale, perché i poteri comunitari sulla Rete Transeuropea dei Trasporti ci sono e sono decisivi.
Non credo che sarebbe concepibile una logica di contrapposizione con i francesi con cui bisogna collaborare, così come le comunità locali - valdostani compresi - devono essere partecipi rispetto ad un tema complesso da negoziare.
Sono due concetti elementari. Sul primo e cioè rapporti bilaterali non brillanti, specie per il post dichiarazioni del Presidente Giuliano Amato su Ustica, che sono state benzina sul fuoco della polemica con la Francia, la strada impervia era già stata segnata da una serie di tappe precedenti. Il Presidente Marcon e il Presidente Meloni (al maschile per sua scelta) si sembrano a tratti non capirsi e questo spiace, pensando agli spunti utili anche per la Valle d’Aosta di quel Trattato del Quirinale, che si chiama così, come il palazzo presidenziale di Roma, proprio per l’impegno del Presidente Sergio Mattarella.
Ci sono state, giorno fa, parole sagge del valdostano geopolitologo (si potrà usare il neologismo?), che a Repubblica ha commentato in questo modo con sintesi efficace: ”La strage di Ustica è una tragedia nazionale che ha implicazioni geopolitiche, e in quanto tale richiede un lavoro memoriale comune insieme alla Francia”.
Inquadrando poi questo casus belli in una considerazione più generale che condivido: “Riprendo l’immagine che una volta mi ha consegnato un diplomatico. Sostanzialmente ci sono due Paesi che hanno lo stesso biglietto di seconda classe, l’Italia e la Francia. Per una serie di ragioni storiche, un Paese pensa di viaggiare in prima classe mentre l’altro ha l’impressione di essere relegato in terza. Questo sentimento di superiorità da una parte e di inferiorità dall’altra è un meccanismo complesso da scardinare”.
Lo si vede anche, evitando la banalità degli scontri calcistici, in certa ruggine popolare verso i cugini d’Oltralpe, che certo non mi appartiene, ma che in Italia emerge spesso in ambiti diversi.
Gressani precisa: “Di certo esiste l’esigenza di articolare due spazi politici nazionali sempre più integrati. Da una ventina d’anni si è accentuata la convergenza tra Roma e Parigi. Se prendiamo le dieci priorità nazionali, più della metà sono comuni. Non si può dire la stessa cosa per la Francia e la Germania, e neanche per l’Italia con la Germania. Macron gioca già un ruolo nell’immaginario politico italiano, e lo stesso vale per Meloni in Francia. Ecco, forse le parole di Amato sono un’occasione per cercare di accelerare questo processo. Anche se, va detto, può essere difficile accelerare guardando nel retrovisore”.
Un giorno, con calma, racconterò come le incomprensioni che oggi si manifestano sul raddoppio del Traforo del Monte Bianco già erano vive negli anni Cinquanta del secolo scorso, quando si scelse di deciderne la costruzione e molti mugugni e persino dei niet ci furono da parte francese. Sembra quello che sta avvenendo ora…
Seconda osservazione: le comunità locali e il loro ruolo. Ho notato in certe dichiarazioni fastidio per il fatto che i valdostani rivendichino di dire la loro sul tunnel. Chi sostiene che si tratti di scelte che non devono coinvolgerci ha una strana concezione della democrazia e una punta di atteggiamento colonialista.
Le discussioni e i confronti, che possono andare dal raddoppio sulla stessa direttrice ad un nuovo tunnel di base intermodale, servono proprio per evitare che le incomprensioni diventino proteste e perciò è saggio trovare i giusti equilibri.
Altrimenti qualunque scelta si operasse sarebbe un azzardo.

Il mondo attraverso il cinema

Scriveva Albert Camus: “Senza cultura e la relativa libertà che ne deriva, la società, anche se fosse perfetta, sarebbe una giungla. Ecco perché ogni autentica creazione è in realtà un regalo per il futuro”.
Capita di pensarci ogni volta che si acquisisce un nuovo pezzettino di cultura e lo inserisci nel puzzle delle conoscenze.
Il cinema oggi aiuta a farlo, certo non tutto, ma almeno lo è quella parte che ti arricchisce e ti spinge a saperne di più.
Mi aveva incuriosito il recente film di Marco Bellocchio, regista che ho sempre seguito con curiosità, intitolato “Rapito”. Narra la storia tragica di Edgardo Mortara, il bambino ebreo di soli 6 anni che nel 1858 venne sottratto alla famiglia per ordine dell’inquisitore di Bologna secondo le leggi dell’allora Stato pontificio di cui la città faceva parte, dopo la scoperta che il piccolo era stato nascostamente battezzato da una domestica e dunque da sottrarre ai familiari in quanto cattolico. Occasione per scavare in certi lati lati oscuri del cattolicesimo e di quel Papa Pio IX, ambiguo e retrivo, di cui Bellocchio ricostruisce con efficacia l’immagine e le responsabilità nel “caso Mortara”. Ci vorrebbe un bel coraggio - per questo e per altro - a farlo Santo, a conclusione di un percorso di beatificazione già avviato…
Per prepararmi al film, che finalmente ho visto e che non è solo il racconto di una vicenda terribile e dolorosa e profondamente ingiusta, avevo letto “Un posto sotto il cielo” di Daniele Scalise, uno dei molti libri dedicati a questa vicenda, che interessò all’epoca io mondo intero. Il già citato Pontefice non solo non mosse un dito (nel nome del “no possumus) e anzi seguì da vicino la storia e persino la formazione religiosa del bambino, che ne uscì palesemente stravolto, divenendo prete fra paranoie e confusioni. Mori novantenne in un convento in Belgio, colpevole persino del tentativo di far abiurare a membri della famiglia, tra cui la madre, la religione ebraica, ovviamente respinto.
Doveroso capire come anche la tutela delle minoranze religiose debba far parte dei fondamenti democratici e fa onore agli autonomisti valdostani - scusate la digressione - il legame storico con i valdesi delle vallate piemontesi.
Ma, in recenti lunghi viaggi aerei che sono facilitati dall’ampia scelta di film, ho visto un altro film arricchente, cui in questo caso farò seguire un libro di approfondimento già individuato. Si tratta del film, anch’esso recente, diretto da Stephen Williams, intitolato “Chevalier”, che si ispira alla vera storia di Joseph Boulogne (nato nel 1739 o nel 1745 secondo le diverse fonti e morto nel 1799), noto nella sua epoca come il ”Mozart nero”. Figlio illegittimo di una schiava africana e del proprietario di una piantagione francese, che lo condusse a Parigi, facendogli studiare musicaz
Divenne Chevalier de Saint-Georges, titolo ottenuto da Maria Antonietta, consorte di Luigi XVI, l'ultima regina di Francia dell'ancien régime, che morì ghigliottinata nel 1793 nella temperie della Rivoluzione francese che segnò la fine della Monarchia. Boulogne, per vicende personali ruppe con la regina, fu vittima di razzismo e si avvicinò al movimento rivoluzionario. Ma nella Storia resta
soprattutto come compositore e violinista di talento nel panorama musicale europeo durante il XVIII secolo.
Anche in questo caso uno spunto utile per capire da un caso singolo lo spaccato di un periodo storico e l’evoluzione avvenuta, per fortuna, nel tempo. Con i film si realizza il pensiero del regista Bernardo Bertolucci: ”Ricorderemo il mondo attraverso il cinema”.

I dittatori e la libertà

Se uno accende il cervello e lo posizione su “ricerca dittatori” per la mia generazione c’è un bel campionario. Diamo per scontata la triade storicizzata Hitler, Mussolini, Stalin e poi basta scavare ancora e spuntano Mao, Franco, Salazar. Ci sono poi Batista raggiunto poi, vero paradosso, da Fidel Castro. Come non citare Tito, Peròn, Duvalier, Pol Pot, Ceasescu, Gheddafi, Bokassa, Amin Dada, Mubarak, Sadam Hussein, Kim Jong-Un.
Oggi spiccano Putin, Erdogan. Lukašenko, Maduro, Ortega e mi fermo qui, sapendo che li ho messi tutti alla rinfusa e potrei sentirmi dire che ho dimenticato Tizio piuttosto che Sempronio e, sul filo dell’ideologia, altri si potrebbero aggiungere.
In un articolo su Sette il direttore del Corriere, Luciano Fontana, così spiega bene, partendo dai problemi della democrazia nel mondo digitale:
“Troppo spesso sottovalutiamo quanto le libertà che consideriamo ovvie, come l’aria che respiriamo, siano conquiste lontanissime per pezzi della nostra Italia e per larghissima parte degli altri Paesi del mondo. L’elenco sterminato in cui si declina la parola “libertà” (basta dare uno sguardo veloce alla voce della Treccani) è un oggetto sconosciuto per miliardi di persone. Anzi c’è un’azione sistematica per annullarle, condizionarle, reprimerle. Dall’individuo alla coscienza, dalla parola all’espressione, dal culto all’associazione, dall’impresa al lavoro, dal sesso all’arte, le libertà sono un traguardo ancora non raggiunto, con tanti che agiscono perché non si compia. Nelle nazioni dove regnano dittature e autocrazie ma anche, in parte, nelle nostre società occidentali.
Penso, per quello che ci riguarda, che siano ancora molto attuali le parole che il filosofo inglese John Stuart Mill scrisse nel suo saggio sulla libertà: «L’individuo non deve tutelarsi solo dall’autocrazia di un despota ma anche proteggersi dalla tirannia dell’opinione e del sentimento dominanti». E ancora: «La maggioranza dovrebbe stabilire leggi che accetterebbe se fosse minoranza». È bene ricordarlo in questi giorni in cui tutto è giustificato dalla frase: ho il consenso della maggioranza”
Qualche giorno prima sul Corriere Danilo Taino si è interrogato sulle possibilità che leader cinese Xi Jinping attacchi Taiwan, considerata con la grancassa della propaganda e delle minacce una provincia ribelle della Repubblica Popolare.
In parte dell’articolo, segnalato che razionalmente non dovrebbe avvenire questa guerra pena una tragedia, allarga poi la sua visuale: “Possiamo dunque essere certi che Xi non farà mai un passo del genere? In un saggio recente sulla rivista Foreign Affairs, due scienziate politiche della Columbia University, Keren Yarhi-Milo e Laura Resnick Samotin, sostengono che per i dittatori non vale il «modello dell’attore razionale». Ricordano che nel 1973 gli israeliani non avevano creduto che l’egiziano Anwar Sadat avrebbe osato attaccarli; che nel 1979 il presidente americano Jimmy Carter aveva escluso che il leader cinese Deng Xiaoping potesse muovere guerra al Vietnam, in quanto ciò esulava dalla sua visione del mondo; nel 1991, l’Occidente non immaginò l’aggressione dell’iracheno Saddam Hussein al Kuwait. E così via. I dittatori, insomma, non pensano come i governanti occidentali. Spesso con esiti disastrosi, come sta succedendo a Vladimir Putin in Ucraina. Sono mossi da ambizioni che nessuno limita, da sete di potere cieca, dall’illusione di risolvere una situazione con un colpo di mano, da informazioni incomplete o false filtrate dagli yes-men che li circondano. In più, spesso alzano aspettative che poi non riescono a controllare: quello che potrebbe succedere a Xi, il quale ripete a ogni curva che Taiwan tornerà cinese con le buone o con le cattive”.
La libertà va tenuta ben stretta, sperando che i dittatori paranoici, quando c’è l’hanno, non arrivino mai al peggio del peggio e cioè all’uso dell’arma nucleare.

La Cina sbanca con Tiktok

Per evitare di finire anzitempo in panchina, se non in tribuna o peggio sul pullman della squadra, è bene evitare due cose.
La prima, essenziale per non puzzare di muffa, è evitare di esaltare i tempi passati e le prodezze della propria giovinezza se rapportati ai tempi che viviamo per non creare un buco nero con chi ha la fortuna di essere giovane oggi. La seconda - e non mi stancherò mai di dirlo - è cercare di mantenere una sana curiosità per le novità per evitare - lascio il calcio e uso il ciclismo - di finire in fondo al plotone dei corridori.
Indubbiamente oggi un pozzo di novità è questa storia di Internet, che sembra nell’uso delle sue diverse applicazioni come il cappello del mago o - lo scrivo, pensando al giornalino “Topolino”, appuntamento settimanale di quando ero bambino - come le tasche di Eta Beta.
Ecco perché, nella logica di un entomologo che studia gli insetti, guardo al piccolo (si fa per dire…) di casa, che lanciato verso i 13 anni è - ahimè! - nativo digitale con tutte le conseguenze del caso, compresa una propensione addicted, cioè dipendente, dagli aggeggi elettronici o digitali, come dir si voglia.
La propensione attuale è una specie di muto (tranne qualche suono gutturale di commento) ipnotismo creato dal susseguirsi, che potrebbe essere infinito, del famoso Tiktok.
Come ben si sa questa piattaforma di condivisione video è di proprietà della società cinese Bytedance.
Il Regno Unito e la Nuova Zelanda si sono aggiunti tempo fa all’l'Unione Europea, agli Stati Uniti, alla Danimarca, al Belgio e al Canada nel vietare ai dipendenti pubblici l'uso di TikTok. Gli esperti temono che le informazioni sensibili possano essere a rischio quando l'app viene scaricata, specialmente sui dispositivi governativi.
Ma i giovanissimi non si creano problemi. Ne scrive su Il Foglio Giulio Silvano: “Era dal ping pong e dalla polvere da sparo che qualcosa di cinese non si affermava nel mondo con questa prepotenza. Tiktok, social-piattaforma di condivisione video costruita intorno agli smartphone, arrivato sette anni fa, è il social preferito della Gen Z. Sono gli zoomer, quelli nati tra il 1997 e il 2009 che oggi si laureano ed entrano nella workforce. Si parla soprattutto di Tiktok per la dipendenza che può dare, quella schiavitù dell’algoritmo che ci conosce meglio di nostra madre e che provoca la produzione di serotonina meglio di un carboidrato fritto”.
Non mi dilungo sulla generazione Z, che probabilmente si estende almeno sino al 2012, ma noto che Tiktok è già appannaggio della successiva generazione Alpha. Sbirciate i tablet dati ai pargoli anche piccolissimi per farli stare buoni, ad esempio al ristorante e vedrete che la cineseria incombe.
Silvano così prosegue: ”E poi quelle tiritere da clickbaiting, sui nuovi trend, le challenge e i balletti, soprattutto quelli mortali, che ai boomer (ma ormai anche alla Gen Y) piace tanto criticare negli editoriali. O paginate intere sui booktoker su Robinson, con commento di Corrado Augias, e via così. Il Cav. aveva proposto che si chiamasse Tiktoktak”.
Mi domando sempre quale esperto di comunicazione abbia indotto il povero Cavaliere ad esibirsi, sfidando il senso del ridicolo, su Tiktok…
Il giornalista pone poi un interrogativo: ”Perché i nostri social non sono altrettanto addictive? Si chiedono nella Silicon Valley. Per capire i meccanismi di assuefazione, e molto altro, è uscito un libro, il primo che studia il fenomeno con la lente accademica della semiotica, dei media studies e della sociolinguistica. ”Tiktok. Capire le dinamiche della comunicazione ipersocial”, edito da Hoepli e curato da Gabriele Marino e Bruno Surace è un po’ un Tiktok for dummies highbrow, un Tiktok spiegato bene con un inquadramento teorico invece che funzionale. Tiktok “come un hamburger del fast food, è allo stesso tempo un agglomerato potente di istanze culturali, ma così ben ordito da far sì che in pochi se ne avvedano, e in molti si limitino a consumarlo avidamente”, dicono i curatori.
In uno dei saggi del libro, la semiologa Bianca Terracciano spiega come Tiktok segni il passaggio dall’immagine al video, da quelle belle foto di Instagram di tramonti alla ripresa amatoriale senza necessità di estetizzare. Perché il video, scrive, “serve a rappresentare al meglio la forma di vita di riferimento, a costruire un legame con la comunità di follower”, dato che hanno “sempre una struttura narrativa, seppur frammentata”.
Più avanti il tema cardine: ”E poi, ingrediente necessario per l’assuefazione, è la brevità. Come quel meme che dice: “Non ho tempo per un film di un’ora e mezzo, allora mi guardo sette puntate di The Office una dietro l’altra”, siamo attratti dall’illusoria stringatezza dei contenuti, che però accumulati uno dietro l’altro, come le ciliegie, riempiono ore e ore. Ecco l’infinite scrolling, buco nero della socialità sui mezzi pubblici”.
Questo, a mio avviso, non solo crea questa storia dell’infinità scorrere da un filmatino all’altro, ma nei giovani fa crollare la soglia di attenzione a una manciata di secondi e questo pesa anche sull’apprendimento scolastico.
Così conclude Silvano: ”Ma come nota la film scholar Angela Maiello, l’unicità del social cinese sta anche nell’assenza di una cornice intorno ai video, non c’è la mediazione di accesso ai contenuti data dai profili dei singoli come invece succede negli altri social. In pratica Tiktok “elimina quei segni che avevano caratterizzato prima la nascita del Web come ipertesto, e poi del Web 2.0 quale luogo di partecipazione orizzontale”. Un flusso infinito, nudo, continuo e immediato, che attira utenti per oltre un miliardo e sei, più degli abitanti dell’india, e altrettante alzate di sopracciglia da chi non lo usa”.
Attorno a chi ne diventa dipendente si crea il nulla: la vita dentro uno schermo.

Il destino del regionalismo

Mi sforzo, nella quotidianità della routine della strana figura politico-amministrativa di chi fa l’assessore regionale, di non perdere il contatto con le realtà più grandi, in cui si inquadrano i destini di una piccola Regione come la Valle d’Aosta. Giusto, infatti, occuparsi della quotidianità e dei problemi incombenti che si rincorrono, ma male sarebbe non cercare ogni tanto di volare più in alto, da dove osservare quanto sta avvenendo sul piano più propriamente istituzionale.
Risulta evidente che ci sono due discussioni preminenti che devono impegnare intellettualmente chi ritiene che alcuni capisaldi della Costituzione debbano essere la cornice indispensabile per il futuro dell’ordinamento della Repubblica. Mi pare, a questo proposito, ovvia la logica perseguita dal Governo Meloni e dalla stessa Presidente del Consiglio, che mira ad un Premierato a sua misura che rafforzi la sua attuale leadership. Un’operazione in corso che ancora non si capisce molto nei testi, talvolta contradditori, che escono e alimentano un dibattito indispensabile, perché la scelta non è banale in una democrazia purtroppo fragile come quella italiana.
Dall’altra la componente leghista del Governo, lasciato ormai da tempo il filone federalista, spinge per l’ottenimento, per chi lo voglia, di quella autonomia differenziata che farebbe fare uno scatto in avanti alle Regioni a Statuto ordinario in una serie di materie che sono circoscritte dal comma tre dell’articolo 116, così come venne modificato nell’ormai lontano 2001. Su questa possibilità, prevista dalla Costituzione, si è scatenata una bagarre davvero eccessiva rispetto agli spazi di autonomia che si prospettano.
In fondo i due elementi si contraddicono o si integrano a seconda dei punti di vista. Nel senso che c’è chi potrebbe dire che al rafforzamento del potere di Palazzo Chigi farebbe da contraltare in contemporanea una valorizzazione del regionalismo in una logica di equilibrio dei poteri. Se così fosse allora sarebbe giusta la strada su cui stanno discutendo le Regioni a Statuto speciale, quando indicano la necessità di approfittare dell’eventuale “pacchetto” Premierato e Autonomia differenziata per ridare poteri competenze alle Autonomie speciali, che si sono viste attaccate troppo spesso da una logica centralistica di varia provenienza che ha oggettivamente abbassato il loro tasso di libertà.
Personalmente credo complesso immaginare di avere la botte piena (un Premier che raccoglie in sé enormi poteri) e la moglie ubriaca (un rilancio reale del regionalismo). Può essere che sia diventato malfidente, ma ci sono segnali chiarissimi, come la concezione e gestione del PNRR, il sistematico ricorso al contenzioso costituzionale sulle leggi regionali e la palude in cui finiscono le norme di attuazione per le Speciali, che dimostrano una crisi profonda come progetto politico del regionalismo italiano. Per cui penso che si debba essere cauti ad immaginare una stagione florida per il regionalismo.
Sarebbe bene, tuttavia, che le Regioni – e le Speciali si stanno confrontando fra loro intelligentemente – uscissero da quel piagnisteo cui io stesso assisto periodicamente, quando ci si accorge della protervia dello Stato e delle periodiche invasioni di campo in materie regionali. Capita però che troppo spesso chi in un riunioni ristrette fa fuoco e fiamme diventi poi mite agnellino di fronte a Ministri “invasori di campo”. Ciò avviene in una logica cieca di schieramento politico per non disturbare il manovratore, quando invece l’adesione sincera al regionalismo e al suo sviluppo dovrebbe andare al di là di appartenenze partitiche. Perché lo si dovrebbe fare a difesa dei propri territori e delle proprie comunità come valore superiore.
Capisco che rischio di vincere un premio per la mia ingenuità, ma capita ancora di avere una sana indignazione e di non fare il callo rispetto all’imperversare di certe incoerenze. E dunque non dispero che ci possa essere qualche spiraglio e bisogna operare per questo.

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