blog di luciano

Un’austerità rispettosa della democrazia

Durante la pandemia, con propria legge regionale, la Valle d’Aosta cercò, senza alcuna forzatura, di immaginare meccanismi per regolamentare in modo adatto al proprio territorio e alla propria popolazione le misure nazionali contro il virus e la sua diffusione.
Il Governo, per presunta incostituzionalità di parecchi articoli, decise di impugnare il provvedimento alla Corte Costituzionale.
L’allora Ministro Francesco Boccia, l’esponente PD ancora oggi vicino ai 5 Stelle, nel suo ruolo di responsabile degli Affari regionali, fu protagonista di una vicenda singolare. Poiché aveva bisogno del voto al Senato per dar vita ad un Conte ter annunciò al senatore valdostano Albert Lanièce di essere pronto a ritirare il ricorso alla Consulta se avesse appoggiato il nascente Governo.
Poi, per fortuna, spuntò Draghi, ma purtroppo il Governo mantenne l’impugnativa e la Corte Costituzionale di fatto bocciò la legge regionale valdostana. In sostanza la ragione principale fu semplice: di fronte ad una pandemia decidere tocca allo Stato con un cipiglio anti regionalista che personalmente mi colpì molto.
Perché rievoco questa vicenda certo lesiva di un’autonomia speciale come quella valdostana?
Per una ragione semplice e cioè mi spaventa molto che analogo percorso si farà, senza tenere conto banalmente del nostro territorio di montagna e delle sue caratteristiche umane e sociali, nell’insieme delle decisioni che si assumeranno per contrastare le certe carenze di gas e di energia elettrica.
L’austerità arriverà e il quotidiano mio ascolto delle radio francesi dimostra che in Francia si è già avanti, mentre in Italia si nicchia perché siamo in periodo elettorale e le cattive notizie non vanno bene. Sarebbe, invece, tempo di avere un quadro chiaro in Europa e anche in Italia e in questo contesto dovrebbero essere chiamati le Regioni e gli Enti locali a modulare, ad armonizzare le norme di livello statale e comunitario alle proprie particolari condizioni, evitando di far calare dall’alto decisioni che non risultino adatte in contesti diversi fra loro.
Dubito fortemente che questo avverrà perché il rispetto della democrazia locale sembra allontanarsi sempre di più e il centralismo sembra plasmare questa stagione politica e i segnali all’orizzonte non promettono nulla di buono.
Non è un allarmismo sterile e neppure strumentale, ma la constatazione che a più di vent’anni da una riforma costituzionale al limitare del federalismo (più verbale che reale) con l’utilizzo di un termine alla moda - vale a dire sussidiarietà - si sono registrati passi indietro da giganti.
Questo non va bene per molte ragioni e il tema delle autonomie in senso più vasto possibile non esiste nel dibattito nazionale e questo è già di per sé stesso segno dei tempi grami. Si preferiscono urla, strepiti, insulti e bassezze, che avranno un esito certo su cui già oggi sono pronto a scommettere.
Si tratta del probabile debordare e me ne dolgo dell’esercito già enorme degli astensionisti, che rinunciano e fanno male ad un loro diritto, ma va anche compreso quando questo è frutto dell’impazzimento della politica che alimenta il fenomeno con clamorosa nonchalance.

Montagna con pochi eletti

Non ci voleva molto a capire che la riduzione drastica dei parlamentari con il ridisegno dei collegi e delle circoscrizioni elettorali avrà, come una delle conseguenze nefaste per la democrazia, un venir meno importante di eletti rappresentativi delle zone di montagna. Il Parlamento italiano diventerà ancora più “cittadino” e di pianura e le voci delle aree considerate purtroppo più marginali si faranno più flebili in barba a tutta la retorica sulla montagna.
E’ vero che per la Valle d’Aosta, protetti come siamo dallo Statuto che ci assegna un deputato e un senatore, nulla cambia (anzi si conta leggermente di più!) e che una vocazione naturale – non sempre esercitata da chi eletto in passato – dovrebbe essere quella di sentirsi portavoce delle Montagne in senso più ampio rispetto alle nostre. Tuttavia si ridurrà al lumicino quel nucleo storico di “Amici della Montagna”, che personalmente trasformai, quando ero alla Camera, da una specie di sottosezione del Club Alpino (associazione ormai alleata con il peggio dell’ambientalismo) in una lobby buona che, specie in epoca di Finanziaria, riusciva a strappare ogni volta qualche cosa di positivo per la montagna.
Spiace davvero questa diminutio nel numero dei “montanari” e dimostra quanto il populismo e la demagogia che spinsero alla riduzione nel nome dell’antipolitica e della lotta alla “Casta” abbiano fatto dei danni e continua ancora questa loro musica stonata in una campagna elettorale in cui emergono purtroppo quelli che la sparano più grossa. E colpisce il fatto che del futuro delle montagne, nella loro diversità in un territorio come quello italiano, non abbiano uno spazio, occupato invece da liti da cortile, se non da pollaio.
E invece – basti pensare alla discussione sulla nuova legge sulla montagna, naufragata contro lo scioglimento anticipato delle Camere – ci sono aspetti legislativi a tutela e per il rilancio delle Terre Alte che sarebbero necessarie. Con la Ministra delle Regioni Maria Stella Gelmini ho avuto incontri abbastanza burrascosi sull’insieme di norme che il Governo aveva studiato in maniera del tutto unilaterale, mettendo assieme articoli vari in una specie di accozzaglia senza anima. Era stato necessario, nel mio ruolo di coordinatore della montagna per le Regioni e le Province autonome, fare un lavoro di pulizia ed evocare poteri e competenze delle Regioni finite sotto lo schiacciasassi di chi evidentemente della montagna sapeva poco. Sforzo che aveva sortito un testo “meglio che niente”, finito appunto nelle carte del Parlamento, ma decaduto con la fine della Legislatura.
A fine settembre riunirò ad Aosta tutti gli Assessori regionali che hanno la delega sulla montagna per poter ripartire con il piede giusto per il futuro, cogliendo l’occasione per evocare con loro quelle misure comuni che dobbiamo assumere come conseguenze del cambiamento climatico. Questione delicata e difficile, ma che prevede anche in questo caso la definizione di un idem sentire, che per fortuna – come avvenuto con la discussione sulla legge della Gelmini – non terrà conto delle sole posizioni politiche ma dei superiori interessi concreti di chi anzitutto la montagna la vive.

Le rinnovabili incomprese

Raramente ho sentito e sento ancora delle scemenze come quelle dette da tanti politici di ogni schieramento - purtroppo compreso Draghi - sugli extraprofitti delle società del settore energetico. Ancora ieri autorevoli leader hanno blaterato senza conoscere il dossier e agendo per sentito dire.
Seguo, come da mia delega, le società partecipate e fra queste la CVA, e quindi sono stato costretto a capire meccanismi del mercato elettrico, che è effettivamente bislacco. Ma di sicuro lo sono certi interventi punitivi messi in legge con norme fiscali scritte con i piedi, che dimostrano come i decisori non abbiano capito le dinamiche di chi produce energia rinnovabile e dovrebbe essere premiato e non penalizzato. Però teniamoci forte, perché le già citate dichiarazioni di queste ore fanno temere tempi cupi anche per chi dovrebbe essere agevolato.
In un editoriale dell’Istituto Bruno Leoni si legge: “Scade oggi, 31 agosto, il termine entro il quale le imprese del settore energetico che non hanno versato l'acconto sull'imposta straordinaria sugli "extraprofitti" potranno ravvedersi. Se non lo fanno, il decreto aiuti-bis del 9 agosto raddoppia le sanzioni e priva i contribuenti dei consueti strumenti che l'ordinamento mette a disposizione per aggiustare la propria posizione fiscale, disponendo oltre tutto un piano di verifiche a tappeto da parte della Guardia di finanza e dell'Agenzia delle entrate. Così - purtroppo, non è una sorpresa - un balzello arbitrario e distorsivo produce un'attuazione perversa e fa venire meno le tutele dei contribuenti. Come sempre, una violazione dello stato di diritto ne genera altre”.
Triste constatazione che dimostra come la leva fiscale possa essere usata senza discernimento come una clava sulla testa di imprese e cittadini e in tema energetico la cautela dovrebbe contemperare i diritti degli utilizzatori di energia contro le speculazioni e anche la solidità delle imprese che, se strozzare, finiscono a carte quarantotto.
Ancora l’editoriale: “La tassa era stata introdotta, con un'aliquota del 10 per cento, dal decreto Ucraina-bis di marzo. Durante l'iter di conversione, senza una spiegazione e senza alcun approfondimento, l'aliquota era stata elevata di due volte e mezzo, fino al 25 per cento. Poiché la base imponibile non è costituita dagli utili delle imprese energetiche, ma dalla differenza nei saldi Iva tra due periodi (ottobre 2021-aprile 2022 contro ottobre 2020-aprile 2021), di cui il secondo in gran parte coincidente con una fase di lockdown, l'impatto sui bilanci delle imprese non ha quasi alcuna relazione coi profitti effettivi, e in alcuni casi può rivelarsi insostenibile”.
Prosegue la spiegazione: “Alla scadenza dell'acconto (30 giugno), però, si è scoperto che il gettito dell'imposta è stato molto inferiore ai quasi 11 miliardi preventivati: poco più di un miliardo. Questo è dovuto probabilmente a una sovrastima iniziale, ma anche - e forse soprattutto - alla scelta di molte imprese di non versare l'imposta nell'attesa dell'esito dei ricorsi, nella convinzione che il balzello finirà per essere giudicato incostituzionale. Ecco allora che il governo è intervenuto nuovamente. Chi non regolarizza la propria posizione adesso, e non versa integralmente il saldo entro il 30 novembre, verrà venire meno i principali istituti di garanzia e anzi sarà soggetto a sanzioni eccezionali. Infatti, il decreto aiuti-bis esclude gli strumenti di agevolazione connessi ai ritardati pagamenti quali il ravvedimento operoso e anzi raddoppia la sanzione ordinaria, dal 30 al 60 per cento”.
Commento finale: “Si tratta di un atteggiamento arrogante e punitivo che considera il contribuente - in questo caso le imprese del settore energetico - sempre e solo un delinquente, ignorando le garanzie previste dall'ordinamento. L'idea di fondo è che qualunque atto del governo è giusto per definizione, e guai a chiedere una verifica dei suoi presupposti o della sua sostenibilità.
Ancora una volta, la politica fiscale sembra trovare il fondamento della sua autorità non già nella Costituzione e nella legge, ma nel Marchese del grillo: io so' io”.
(E voi non siete un c…)

Pensieri sulle elezioni

Leggevo sul Corriere della Sera un articolo sulle prossime elezioni politiche di Massimiliano Tarantino Direttore Fondazione Feltrinelli.
Come spesso capita si tratta, attraverso stimoli di editorialisti, di porsi di fronte a idee e proposte, che finiscono per essere filtrate attraverso l’esperienza che ciascuno di noi ha accumulato nel tempo.
Ho partecipato personalmente a diverse campagne elettorali e mi sono occupato anche di campagne altrui e trovo che molte cose restino uguali nel tempo e altre siano cambiate in profondità.
Osserva Tarantino: “La campagna elettorale è il tempo del bicchiere mezzo pieno, anzi della ridda di soluzioni semplificate perché il proprio bicchiere sembri mezzo pieno, e quello dell’avversario perennemente mezzo vuoto. La politica si riduce all’osso, tema soluzione sorriso. Pillole di consolazione per elettori arrabbiati, spunti frammentati costruiti per catturare l’attenzione, far innamorare, incantare. Con due conseguenze, il voto poco consapevole dei più affezionati e l’aumento a dismisura del partito dell’astensione. Ma non è una strada ineluttabile, possiamo vivere la campagna elettorale dotandoci di qualche anticorpo che non ci faccia partecipare per stordimento ma per convincimento”.
Un menu interessante per chi alla fine resta, anche se non come attore nelle attuali elezioni per via dei giochi della politica, interessato a parlarne perché con la democrazia non si scherza.
Trovo stimolante questo primo pensiero: “I partiti propongono soluzioni un po’ su tutto, ma rarissimamente si tratta di idee originali che non hanno delle esperienze analoghe in altri Paesi. Tutti gli schieramenti appartengono a famiglie europee che si muovono su binari simili, se non identici. Confrontare le soluzioni italiane con quelle già sperimentate dai cugini spagnoli, francesi o tedeschi consente di uscire dal nostro ombelico e di togliere la componente di propaganda andando al cuore dell’applicabilità delle varie riforme. La politica è realtà”.
Mi sembra giusto: benissimo, nel caso delle Politiche in Valle d’Aosta, guardare a temi specifici e a problemi locali da risolvere, ma questo sguardo altrove evita di sprofondare in logiche “provinciali” e chi parla poco di Europa va guardato con sospetto.
Altro punto: “La politica tende a rincorrere una fiducia incondizionata e ad indurre l’elettore all’accettazione fideistica. Non bisogna credere, serve informarsi e internet, la tv, i giornali non bastano. Servono strumenti di approfondimento lenti, come solo i libri sanno essere. Un giro in libreria per un paio di acquisti mirati consente di dedicare il tempo giusto al confronto e all’approfondimento. La politica è cultura”.
Come non condividere la necessità di avere elettori (e allo specchio eletti) che abbiano consapevolezza del voto e delle sfide conseguenti?
E ancora, specie di fronte alla sfida della vanità e del “chi le spara più grosse”: “Segui il denaro. Nessuna soluzione è a saldo zero. Sebbene sia oltremodo legittimo per le varie parti in gara la scelta di cosa preferire nella propria agenda delle priorità, non sempre, per usare un eufemismo, sono trasparenti le conseguenze economiche. Vanno ricercate e se non ci sono vanno pretese, con domande accurate e risposte puntuali. Quanto ci costa? La politica è denaro”.
Infine: “Siamo diventati degli elettori poco esigenti. Ci siamo abituati al fiato corto, richiediamo soluzioni Ikea, facili da montare, per assecondare un bisogno impellente. Poi si vedrà, ci penserà qualcun altro. Invece quel qualcun altro siamo noi. Diamo fiducia alle proposte che ci fanno vedere un modello di società complessiva nella quale ci riconosciamo, non assecondiamo il beneficio individuale che erode o trascura la prospettiva della comunità. La politica è generosità”.
Scrivere quest’ultima frase immagino sia stato difficile in una logica di antipolitica che non deflette malgrado tutto. Il senso di comunità resta il segno necessario che crea la differenza.

Da Barmasc a Dinajpur

Barmasc, frazione di Ayas che si trova sotto lo Zerbion, è uno dei miei luoghi del cuore. Ci andavo da piccolo con i miei genitori, da cronista tv seguii le vicende di un matto barricatosi nel piccolo santuario, da deputato partecipai alla messa dell’Angelus celebrata lassù da Giovanni Paolo II, ci sono andato con i miei bambini e con tanti amici.
Già in passato avevo notato in una baita solitaria in pietra una scritta che così diceva: “In questa casetta trascorse l’infanzia e l’adolescenza il pastorello Giuseppe Obert diventato pastore di anime nella lontana India”.
L’ho rivista l’altro giorno questa placca, giunto lì durante una gita dal Col de Joux attraverso il suggestivo sentiero lungo lo straordinario Ru Courtod, un conale di epoca medioevale che porta l’acqua dal Monte Rosa per irrigare la collina di Saint-Vincent, dopo un percorso di 25 km. Il passaggio attraverso le molte gallerie scavate nella roccia è un’esperienza unica.
Già a suo tempo mi ero ripromesso di saperne di più su questo prete di montagna finito in Asia
e sono incappato sul Web su di un articolo di pochi mesi fa su Asianews a firma Sumon Corraya: che annuncia l’avvio del procedimento di beatificazione di Mons. Obert: “L'annuncio a Dinajpur nel cinquantesimo della morte del missionario del Pime che fu vescovo della diocesi e fondò un ordine locale di suore subito dopo la separazione dall'India. Una religiosa rimasta per 31 giorni priva di conoscenza a causa del Covid è guarita dopo la preghiera delle consorelle che hanno invocato l'intercessione del fondatore”.
Intanto, come si è scoperto, oggi non bisogna parlare di India ma di Bangladesh e il giornalista così dettaglia: “Nel 50° anniversario della morte di p. Giuseppe Obert, misisonario del Pime che fu vescovo di Dinajpur dal 1949 al 1968, le suore catechiste del Cuore Immacolato di Maria Regina degli Angeli, conosciute in Bangladesh come le suore Shanti Rani da lui fondate, hanno annunciato l’intenzione di promuovere la sua causa di beatificazione. “Presto prenderemo l'iniziativa per aprire il processo canonico”, spiega la superiora generale dell’ordine, suor Beena S. Rozario.
“Pensiamo che lui sia un santo. Dovremmo pregare la sua intercessione”, continua la superiora generale delle suore Shanti Rani, “Alcune persone hanno già ricevuto grazie attraverso di lui. Una delle nostre sorelle colpita gravemente dal coronavirus è stata priva di sensi per 31 giorni. I medici avevano detto che non sarebbe sopravvissuta, ma - con la nostra incessante preghiera al vescovo Obert - guarì. Pensiamo che sia un miracolo” “.
Poi la spiegazione: “Nato nel 1890 a Lignod, nella regione montuosa italiana della Valle d’Aosta, p. Giuseppe partì per l’allora Bengala nel 1919. Nominato vescovo di Dinajpur nel 1949, 70 anni fondò l’ordine delle suore Shanti Rani quando a causa della separazione con l’India le suore non potevano può raggiungere questa zona per il lavoro pastorale. Il 3 ottobre 1951 la congregazione locale nacque con cinque giovani donne locali, nell’ostello gestito dalle suore di Maria Bambina, accanto alla casa del vescovo. La prima madre e maestra delle novizie fu suor Enrichetta Motta, delle suore di Maria Bambina con p. Francesco Ghezzi, missionario del Pime come amministratore speciale. Nello stesso anno altre sei giovani donne di Krishonogor, nel Bengala occidentale, si unirono alle novizie; l’ordine venne poi fondato ufficialmente il 19 marzo 1952 e il 30 aprile 1953, le religiose emisero i primi voti come Shanti Rani Sisters.
Oggi sono 164 e svolgono il loro ministero nell’educazione, nella salute e nella catechesi. Sei di loro sono oggi impegnate anche fuori dal Bangladesh come missionarie. “Fin dall'inizio, abbiamo insegnato ai catechisti e contribuito all’evangelizzazione nella parte settentrionale del Paese”, spiega suor Beena. “La nostra congregazione ha dato un enorme contributo in questo senso e l’obiettivo del vescovo Obert è stato raggiunto al 100%” conclude, ricordando una delle massime di p. Giuseppe: “Crescete in qualità, invece che di numero”.
Gli insegnamenti e le virtù di mons. Obert sono ricordati anche da mons. Gervas Rozario, vescovo di Rajshahi e vicepresidente della Conferenza episcopale cattolica del Bangladesh, che ricorda di essere stato un suo chierichetto. “Non l'ho mai visto esprimere rabbia – racconta - ho sempre visto un dolce sorriso sul suo viso. Era un essere umano gentile. Ha predicato tra i tribali nella parte settentrionale del Bangladesh conducendo una vita come quella di Gesù Cristo”. Per questo Mons. Gervas prega di poter “essere gentile come lui e di predicare il messaggio di Dio con il sorriso sulle labbra” “.
Una semplice iscrizione mi ha così portato lontano a incontrare questa personalità del passato diventato missionario, com’è avvenuto nel tempo per molti altri preti valdostani sparsi nel mondo, e chissà che non possa diventare Santo.

Autunno caldo?

Torna da un passato ormai lontano l’espressione “Autunno caldo”, che dovrebbe - aggiornata ad oggi - indicare un periodo delicato che si concretizzerà nelle prossime settimane con preoccupazioni, disagi, proteste e altro ancora. Nulla di nuovo in questi anni in cui un grigiore si è depositato sulle nostre vite con momenti complesso in cui anche fare politica è diventato una gara ad ostacoli. Ognuno nel privato e nel pubblico potrebbe raccontare le su storie e quel disagio generalizzato che ci rende a tratti e a diversi gradi più ansiosi e talvolta cupi. L’aria dei tempi, che pure ho respirato da ragazzino, ci rendeva fiduciosi in un movimento progressivo e non regressivo.
Il riferimento storico di fatto è distante e persino improprio perché la Storia mai si ripete in modo identico. Era, comunque sia, l’autunno del 1969 (avevo 10 anni!) ed era in corso quel fenomeno di cambiamento discusso e discutibile che fu il Sessantotto. Una stagione ampia (tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, dovendola situare) di ribellione delle giovani generazioni, attratte dall’ideale di rivoluzionare la società e la politica. Quelle rivolte esercitarono una profonda influenza sui processi di trasformazione dei comportamenti e della mentalità è proprio di questi tempi ci sono stati tanti libri che ne hanno ripercorso le diverse tappe con un bilancio ex post.
Nell’autunno di 51 anni fa, dopo gli studenti, furono gli operai a scendere in piazza per richiedere allo stato una tutela dei lavoratori.
È l’aggettivo “caldo” serviva a descrivere in sintesi l’insieme delle manifestazioni, degli scioperi, delle occupazioni di Università e fabbriche e degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Sortì da quell’insieme di eventi anche lo Statuto dei lavoratori.
Ora, sia chiaro, l’autunno caldo di oggi avrà caratteristiche diverse. Siamo ancora in apprensione per la pandemia che potrebbe tornare e pesa ancora non poco e si affacciano sulla scena un insieme di temi da far tremare i polsi.
Il primo - tutto italiano - è l’esito delle urne e la legittima preoccupazione che una come Giorgia Meloni possa finire a Palazzo Chigi con il suo codazzo di camerati. Roba da brivido.
Il secondo è la questione della guerra in Ucraina con il suo codazzo come la flambée terribile del prezzo dell’energia che colpisce famiglie e aziende e prevederà nei mesi a venire austerità e risparmi. Ma questa guerra si somma alla mancanza di materiale di vario genere con rincari conseguenti e soprattutto è tornata l’inflazione con rincari generalizzati e conseguenze gravi per le nostre tasche.
La terza preoccupazione riguarda i bizantinismi attorno al PNRR, soldi necessari per l’economia, che rischieranno di non essere spesi anche a causa della logica centralistica e con bandi che spesso creano solo pasticcio.
Si aggiunge, come ultimi tema, la questione delicata del cambiamento climatico e dell’attuale siccità che proprio tra poche settimane potrà peggiorare i danni già avuti, ad esempio in agricoltura, con una penuria d’acqua potabile che si aggiungerebbe a tutte le altre magagne elencate.
Nervi saldi si dimostrano indispensabili nei diversi livelli di responsabilità.

Mai dimenticare gli islamisti

Non ho scritto per tempo dell’ orrendo tentativo di assassinio dello scrittore Salman Rushdie, che nel 1989 fu oggetto di una una condanna a morte da parte dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, il leader politico e religioso dell’Iran. Quella di Khomeini fu una fatwa, cioè la sentenza emessa da un’autorità religiosa e teoricamente vincolante per tutti i musulmani. La fatwa fu emessa dopo che Rushdie aveva scritto I versi satanici, un romanzo in cui, secondo Khomeini, Rushdie insultava la religione islamica e il suo profeta.
Per capire quanto gli estremisti siano stupidì ricordo cortei studenteschi ai tempi della scuola in cui militanti dell’estrema sinistra in corteo proponevano slogan inneggianti al medesimo Khomeini contro l’oppressione dello Scià di Persia nel nome della Rivoluzione…
Ma non è questo il punto. Quel che conta oggi è non essere ambigui sulla questione e ho visto troppi silenzi. Questo è avvenuto nei Paesi islamici, ma anche nella società italiana per una sorta di imbarazzo sbagliato, come se condanna e critiche dovessero sempre avvenire in punta di piedi per non disturbare. Invece ritengo che non ci debba essere nessuna sordina o chissà quale timidezza nel riaffermare le ragioni della libertà.
Ho letto su L’Express un editoriale assai convincente di Anne Rosencher, che evoca ideali della lotta di Resistenza: “Il y a, au coeur du Chant des partisans, une phrase qui suscite une émotion formidable : « Ami, si tu tombes, un ami sort de l’ombre à ta place. » Dans l’hymne de la Résistance, écrit par Kessel et Druon, cette promesse agit comme une exhortation. Elle dit : « Tu n’es pas seul ; ton combat n’est pas vain. Ton courage, d’autres l’auront. D’autres en seront dignes. » Mais c’est aussi une proclamation. Un pari, presque. « Ami, si tu tombes, un ami sort de l’ombre ta place. » Est-ce bien vrai ? C’est l’anxieuse question qui saisit le coeur, à chaque fois qu’un défenseur de la liberté est attaqué, comme Salman Rushdie”.
Poi l’esplicitazione delle preoccupazioni e il caso italiano è sovrapponibile al ragionamento sulla Francia: “On ne peut s’empêcher une brève revue des troupes : des soutiens, on en voit, bien sûr ; mais combien de « oui, mais »? Et combien d’indifférences? Ou de silence apeuré? On aimerait que tonne un fracas terrible. Que « le camp de la liberté » fasse entendre sa fermeté face aux intimidations. Las ! on se dit que les vaillants sont parfois bien seuls. Que nous ne les méritons pas.
Dans les jours comme ceux-là, je pense à tous ceux qui vivent sous la menace pour avoir défié l’islamisme. Ceux qui apprivoisent tant bien que mal la peur – existe-t-il une autre définition du courage ? – et que les attaques comme celle contre Salman Rushdie, trente-trois ans après la fatwa édictée contre lui, viennent replonger dans l’angoisse. Si la France est bien le « conservatoire de la liberté », si elle est la patrie de Voltaire, qui le premier osa projeter sa philosophie contre le carcan du dogme, alors notre nation et notre société doivent sans cesse réaffirmer leur soutien envers ces combattants-là. Sans se laisser paralyser par les faux humanistes, qui n’aiment les démocraties que politiquement désarmées”.
Non è questo il campo di un imbelle “politicamente corretto” o di silenzi che diventano complicità .
Prosegue, infatti, l’editoriale: “Il ne faut pas, non plus, se laisser intimider par ceux qui fustigent les laïques et les « blasphémateurs », qu’ils jugent matérialistes et décadents, insultants envers les fidèles et insensibles à la transcendance. Ils se trompent. L’homme est cet être curieux qui, pour la liberté – de créer ou de dire – s’expose, parfois, à payer de sa vie. Qu’est-ce, sinon de la transcendance ? « Ecraser les fanatismes et vénérer l’infini, telle est la loi », écrit Victor Hugo dans Les Misérables. Il y a de l’infini dans l’oeuvre et la vie de Rushdie. Courage à lui. Et aux autres. Ils sont « la garde prétorienne de la liberté »”.
Omissioni e cautele servono solo a favorire gli islamisti, che restano sempre pronti a colpire, perché ci vogliono morti.

Donne al macello

Viviamo in un mondo che non sta bene. Questa storia degli assassinii di donne, uccise da uomini trasformati in belve, lascia sempre più esterrefatti e non consente più elementi di minimizzazione.
E apre ad una serie di interrogativi mica da sottovalutare nella categoria più vasta degli omicidi, orribili sempre qualunque sia la vittima, ma questa delle donne nel mirino inquieta per un concatenamento evidente, giorno dopo giorno.
Il quadro giuridico dovrebbe essere abbastanza definito e poi ogni volta si scopre qualche bug sin dalla denuncia fino agli accertamenti delle forze dell’ordine e ciò vale anche per la successiva catena giudiziaria con tempi e misure come reazione ai rischi che sono spesso inaccettabili, perché ci scappa la morta.
In più - vogliamo dirlo senza avere paura delle parole - il fenomeno pone l’accento su problemi mentali ampiamente sottostimati, che si concretizzano con troppa facilità in gesti terrificanti, spesso anticipato da vere e proprie persecuzioni che hanno esiti finali che non era difficile immaginare. L’ultimo caso in Emilia Romagna ha visto l’incredibile commento del il Procuratore di Bologna: “Non è stata mala giustizia. Non emergeva rischio concreto di violenza”. Difatti…
Ma facciamo un passo indietro. “Femminicidio” - superando la limitazione del vecchio termine uxoricidio, che riguardava solo le mogli - è un neologismo non sempre compreso e io stesso ho visto nei primi tempi una quale forzatura ideologica e rischi di sensazionalismo. Oggi credo, però, al di là delle dispute penalistiche, che l’uso del termine possa essere utile per isolare la questione per l’evidente gravità.
Il termine fu coniato dalla criminologa Diana Russell, che lo usò per la prima volta 1992, nel libro Femicide, spiegandone così il significato come categoria criminologica: “Il concetto di femmicidio si estende aldilà della definizione giuridica di assassinio ed include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l'esito o la conseguenza di atteggiamenti o ti o pratiche sociali misogine”.
In Italia il termine ha avuto un utilizzo massiccio a partire dal 2008, quando Barbara Spinelli, consulente dell'ONU in materia di violenza sulle donne prima che assumesse su vari temi le attuali posizioni eccentriche al Parlamento europeo, ha pubblicato un libro dal titolo: Femminicidio.
La parola appare sul Devoto-Oli 2009, nello Zingarelli a partire dal 2010 e nel Vocabolario Treccani online si definisce così: "Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l'identità attraverso l'assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte".
Forse più che una “o” finale sarebbe stato bene mettere una “e”, altrimenti di fatto il femminicidio verrebbe svuotato del suo terribile esito finale, che addolora e atterrisce.

Le contraddizioni di Adriano Olivetti

Ho fatto il Liceo ad Ivrea in anni in cui era ancora ben vivo lo “spirito olivettiano”, che mi ha sempre incuriosito e che ha imbevuto nel tempo il milieu eporediese.
Alla fine degli anni Settanta tutto era ormai nostalgico, come una fine di un’epoca e il rimpianto di quella personalità, che mi ha sempre incuriosito, che fu Adriano Olivetti.
Così nel tempo ho letto scritti suoi e di chi lo descriveva. Erano le sue pagine interessanti, spesso complesse, ma il suo credo federalista era stimolante per chi è federalista, così come lo era il molto materiale che lo riguardava, quasi sempre agiografico e celebrativo. Mi interessava quel suo legame con la Valle d’Aosta sul quale - a parte il famoso piano regolatore in piena epoca fascista - non ho mai trovato elementi utili su due punti. Il primo le sue implicazioni, dopo la caduta di Mussolini, fra il 1943 e il 1945, quando Olivetti trafficava in Svizzera con i servizi segreti angloamericani e poi - esiste qualche lettera degli anni 50 negli archivi Olivetti - i legami con mio zio Séverin, eletto come lui (ma Adriano si dimise quasi subito) in Parlamento nel 1958.
Torno al punto: ho trovato un libro rivelatore, che so che ha creato alcuni mal di pancia in quella parte di eporediesi nati e cresciuti nel mito olivettiano, prima del papà Camillo e poi del figlio Adriano. Una biografia di Paolo Bricco, giornalista e scrittore eporediese, intitolata “Adriano Olivetti, un italiano del Novecento”. Un libro avvincente, che ricostruisce una vita ora vincente e ora perdente di un uomo pieno di contraddizioni. Si smontano meccanismi di cose dette e ridette, inquadrando questa personalità in un contesto storico, economico e sociale più vasto e assai accurato.
Il percorso è il Novecento, dalla nascita nel 1901 alla morte prematura avvenuta in treno in Svizzera nel 1960. Segnalo come l’Olivetti incise molto anche sulla nostra Valle con tanti valdostani in Olivetti e con montanari che presero cascine lasciati dai canavesani che abbandonavano i campi per la fabbrica. In comune poi ci fu la Provincia di Aosta esistita dal 1927 al 1945 e che venne soppressa con decreto luogotenenziale per ridare alla Valle d’Aosta i suoi confini storici.
Cito, tornando a Olivetti, due passaggi illuminanti di Bricco: “Nel caso di Adriano appare insieme brillante e oscura l’abilità di innestare e contemperare l’impresa con le curiosità e con il girovagare di un’anima randagia e misteriosa, vocata anche alla vita politica pubblica e alla dimensione della comunità, all’illusione positivista delle scienze sociali in grado di mutare la natura dell’uomo e al seme della propria alterità ossessiva pronta in ogni istante a sconfinare in una specie di follia personale non deturpante, ma creatrice, e sempre con una cifra tecnoindustriale e organizzativo-industriale, estetico-industriale e comunitario-industriale.”
Il secondo: “Adriano ha una personalità polimorfa e composita, sfacciata e segreta, malinconica e divertente, nascosta e luccicante. Opera su più piani. Intreccia numerose dimensioni. Compie una ricerca interiore privata, costruisce un edificio economico e sociale pubblico con la sua impresa, sviluppa una propria idea della Storia, è convinto di potere avere un ruolo politico nell’Italia che è uscita dalla Seconda guerra mondiale malferma e piena di un desiderio di rivalsa e che è approdata alla democrazia affamata di futuro e sazia di rimozioni del passato. Per fare tutto questo–per essere tutto questo–Adriano ha bisogno di sé stesso, della sua anomalia e della sua naturale propensione a mutare sembianze, e ha bisogno degli altri. Gli altri, per lui, sono lo specchio, l’ombra e la proiezione della sua realtà intima: polimorfi, compositi, sfacciati, segreti. Uno diverso dall’altro. Tutti ricondotti a un disegno che, appunto, è insieme contraddittorio e coerente. Gli altri sono gli intellettuali.”
Già gli intellettuali che animarono con lui l’utopia, che è sfociata in vere realizzazioni sociali ma anche in elementi mitici alimentati nel tempo, e che crearono un ambiente che fece di Ivrea e del Canavese qualcosa di irripetibile.
Ma certa adesione al Fascismo, le radici ebraiche negate al tempo delle leggi razziali, le contraddizioni che azzopparono l’azienda dopo una crescita prodigiosa, una religiosità contraddittoria mista anche a logiche magiche e di occultismo, l’incapacità di essere collante di una famiglia bizzarra.
Mi limito a questo, perché il libro va letto e approfondito perché offre una marea di informazioni che creano un affresco interessante, in cui spicca questo uomo, Adriano Olivetti. Ne esce sminuito? Direi di no: ne esce, come chiunque, dipinto con onestà, evitando di frane un inutile santino.

Il Paese della Cuccagna

Seguo la confusa e caotica situazione politico-elettorale dell’Italia e temo che ci toccherà parlarne.
Quel che intanto colpisce è la gara al rilancio propagandistico fra le forze politiche maggiori che si contendono il Parlamento, anche se i sondaggi – ma ci si può fidare? – indicano già chi potrebbe uscire vincitore dalle urne. In molti, oltra al vizio di criticare più gli altri che affermare le proprie ragioni, propongono, spesso con toni irrealistici rispetto alla complessità, una sorta di Paese della Cuccagna, se l’Italia sarà governata da loro.
Anni fa ero in aeroporto e c’era – trovata geniale! – una specie di dispensatore di brevi brani letterari. A me spuntò “L'invitation au voyage" di Charles Baudelaire. L'inizio è: "Il est un pays superbe, un pays de Cocagne, dit-on, que je rêve de visiter avec une vieille amie. Pays singulier, noyé dans les brumes de notre Nord, et qu'on pourrait appeler l'Orient de l'Occident, la Chine de l'Europe, tant la chaude et capricieuse fantaisie s'y est donné carrière, tant elle l'a patiemment et opiniâtrement illustré de ses savantes et délicates végétations”.
E ancora: “Un vrai pays de Cocagne, où tout est beau, riche, tranquille, honnête; où le luxe a plaisir à se mirer dans l'ordre; où la vie est grasse et douce à respirer; d'où le désordre, la turbulence et l'imprévu sont exclus; où le bonheur est marié au silence; où la cuisine elle-même est poétique, grasse et excitante à la fois; où tout vous ressemble, mon cher ange".
Fu facile scoprire che quest'opera era datata 1861 in cui si rivolge alla fidanzata - penso fosse la celebre musa del poeta, Jeanne Duval  - a cui disegnare una città ideale o meglio "un idéal obsédant".
In italiano questo termine "cuccàgna" appare - secondo l'Etimologico - nel quindicesimo secolo e vuol dire "paese favoloso, ricco d'ogni ben di Dio; abbondanza", spesso resa in modo plastico dalle cibarie in cima allo scivoloso albero della cuccagna, che sembra in senso metaforico l’ascesa al seggio parlamentare per chi aspira al ruolo.
Viene dal francese "cocagne", diffuso nell'ambiente goliardico medievale per lo più nella locuzione "pays de Cocagne, paese di Cuccagna".
La spiegazione etimologica fa sorridere: "accettata dal Meyer-Lübke), che fa risalire "cocagne" al termine olandese "kokenje, dolce con zucchero e sciroppo" da donare ai bambini in occasione delle fiere, non è sostenibile perché con tutta probabilità è semmai "kokenje" a provenire dal francese; d'altra parte i tentativi di derivarlo dall'occitano "coco, torta" o "coco, caco, uovo" si scontrano col divario cronologico che separa queste forme dell'occitanico moderno dalle prime attestazioni di "cocagne" (circa 1200); contro difficoltà fonetiche insormontabili urta invece la proposta di Lurati di derivare "cocagne" in quanto "paese dei marginali, dei vagabondi" (i goliardi medievali) da "calca", nel senso di "vita vagabonda, mendicità". Le probabilità maggiori restano quelle di una base "coca, coco" proveniente dal lessico infantile, ma ci mancano i significati e i contesti originari che ne chiariscano la motivazione".
In fondo c’è qualche cosa d’infantile nel rischio di eccesso di promesse nella fase che precede il voto, la famosa “campagna elettorale”, che ricorda le grandi manovre militari.
Un compianto giornalista, Vittorio Zucconi, rappresentava bene in una frase il prima e il dopo: “Per essere eletti, si devono sparare promesse. Per governare, si deve scendere al compromesso con la realtà”.
Che oggi risulta essere molto difficile e vale l’ammonimento del politico francese Pierre Mendès France: “La démocratie, c'est beaucoup plus que la pratique des élections et le gouvernement de la majorité : c'est un type de moeurs, de vertu, de scrupule, de sens civique, de respect de l'adversaire; c'est un code moral”

Condividi contenuti

Registrazione Tribunale di Aosta n.2/2018 | Direttore responsabile Mara Ghidinelli | © 2008-2021 Luciano Caveri