blog di luciano

Gli autonomisti e Esopo

Ormai da tempo scrivo sul da farsi nell’area autonomista in Valle d’Aosta, auspicando che ci su rimetta davvero insieme, chiudendo l’epoca macedonia (termine che viene dalla congerie di popoli in Macedonia, come si chiamava il Paese balcanico).
Lo faccio nella convinzione che questa singolarità politica di un autonomismo al centro dello scacchiere politico, rispetto al panorama politico italiano, è una caratteristica importante per la nostra autonomia speciale. Se gli autonomisti non fossero sulla scena dal 1945 tutto nello sviluppo del nostro ordinamento sarebbe stato diverso e l’aspetto identitario sarebbe stato gravemente indebolito.
Ormai sul tema sono a rischio ripetizione e sarà pure che “repetita iuvant”, ma questa espressione latina può definire una spinta positiva per concretizzare azioni necessarie, ma può pure avere una connotazione negativa che mostra come ridire le cose possa alla fine stufare.
Noto purtroppo come ogni tanto ci si avvicini alla cima per poi tornare più in basso. La fatica di Sisifo non serve a nulla. Ricordo che Sisifo era condannato a far rotolare eternamente sulla china di una collina un macigno che, una volta portato con fatica sulla cima, ricadeva sempre giù. Questa locuzione ricorda un'impresa che richiede grande sforzo senza poi ottenere alcun risultato. Un esercizio in politica da evitare.
Certo bisogna immaginare che questo processo abbia un suo perché. Un giovane amico - parlando di altro - mi ha citato ed io non la conoscevo una favola di Esopo che qui pubblico e poi annoterò qualche pensiero: “Molto tempo fa, il sole e il vento si sfidarono per vedere chi dei due fosse il più forte. Individuato un viaggiatore in cima a una montagna che indossava un ampio mantello, fecero una scommessa su chi dei due fosse in grado di portare via il mantello a quell’uomo.
Il vento si impegnò a soffiare il più forte possibile con l’intento di strappare il mantello al viaggiatore, il quale dal canto suo si strinse ancora di più nel suo tabarro per evitare che gli volasse via. Il sole, al contrario, si limitò a inviare raggi un po’ più caldi all’indirizzo del viaggiatore, il quale soffrendo sempre di più il caldo, si tolse spontaneamente il mantello.
Il sole vinse così la scommessa”.
Insomma: la violenza del vento dimostra come certe storie vadano trattate senza foga o strappi. Bisogna muoversi bene e farlo attraverso ragionamenti che portino alle azioni giuste per essere efficaci, come il sole di cui avete appena letto.
Dunque la morale della favola è che non è necessario usare la forza per ottenere un risultato, basta usare la testa. Anche se - non appaia una contraddizione - bisogna farlo senza troppo attendere, prima che sia troppo tardi. Già il tempo, a ben vedere, è largamente scaduto ed è ora di uscire dal dedalo in cui si è caduti per molte ragioni, alcune buone ed altre no. Per cui è ora di concretizzare.

Europeismo senza tentennamenti

Ultime battute di una campagna elettorale lunare, nata d’estate e che si conclude sulla porta d’ingresso dell’autunno. Lunare perché paga l’indifferenza del periodo e il fatto di essere frutto di una Legislatura conclusasi anzitempo con una coltellata alle spalle al Premier Mario Draghi. Da parte mia nessuna santificazione del Presidente del Consiglio “tecnico”, ma sarebbe stato logico andare al voto nei tempi dovuti, avvolti in più come lo siamo da problemi enormi che sconsigliavano l’instabilità.
Ciò detto è inutile stupirsi: il caos politico è stata la cifra di questi anni e non bisogna essere degli indovini per prevedere che questa fibrillazione continua – da cui per altro la Valle d’Aosta non è per nulla estranea – sarà destinata a proseguire in Italia e ci sono già quelli che prevedono possibili nuove elezioni politiche in un tempo breve. Poi ci si stupisce del fatto che il primo partito in crescita sia quello degli astensionisti.
Per chiarezza – e approfitto della circostanza – io voterò la lista Vallée d’Aoste, la stessa in cui sono stato eletto deputato quattro volte ed una volta parlamentare europeo. Chi segnala che io sia ancora arrabbiato per la mia mancata candidatura non mi conosce: avere memoria dei fatti e del comportamento delle persone non significa per me portare rancore, ma solo avere maggior chiarezza nei rapporti politici. Sono abbastanza vecchio del mestiere per sapere che chi sceglie la politica sa di dover affrontare momenti lieti e meno lieti e – come dice il detto – non tutti i mali vengono per nuocere.
Se dovessi, comunque, pensare a che cosa oggi – nel dibattito italiano e valdostano – avrebbe bisogno di essere chiarito fino in fondo è proprio la differenza fra candidati che sono seriamente europeisti e quelli che non lo sono, compresi fra questi che quelli che furbeggiano con discorsi tipo “europeista, ma…”. Per me – che europeista lo sono da sempre – questo è un discrimine non negoziabile e non significa affatto che l’Unione europea non sia da riformare in profondità, ma resta un antidoto contro i deliri dell’estrema destra e dell’estrema sinistra, unite dall’antieuropeismo.
Ha ragione il politologo Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera: “Il dibattito si è concentrato sulle questioni più vicine all’attualità: la svolta autocratica in Ungheria, la guerra in Ucraina, l’eventuale rinegoziazione del Pnrr. Si è così perso di vista lo sfondo più ampio del nostro rapporto con la Ue, in particolare il ruolo cruciale che l’appartenenza europea ha svolto nel tempo per l’Italia”. Per questo nel proseguo dell’articolo ricostruisce il cammino dal 1957 ad oggi, la cui sintesi condivido a pieno: “La scelta europea è stata conveniente? Oggi c’è chi ne dubita, ma secondo la stragrande maggioranza degli studiosi l’appartenenza alla Ue ha portato enormi benefici nel lungo periodo. Certo, l’Europa è una unione di Stati con interessi diversi. L’integrazione procede in base a compromessi, a volte si vince a volte si perde. I rapporti di forza dipendono molto dalla stabilità e dalla autorevolezza dei governi: due aspetti rispetto ai quali siamo sempre stati particolarmente deboli”.
Se ora governassero gli antieuropeisti all’italiana l’Italia verrebbe messa da parte e lasciata ad un destino di solitudine letale. Scelta terribile per una Regione come la nostra ad antica tradizione europeista, che dall’Europa ha avuto un mare di soldi da spendere e che vanta una posizione geografica che guarda naturalmente al resto d’Europa e certo non vorrebbe trovarsi ad essere una sorta di “cul de sac” di un’Italia chiusa nei suoi confini con un nazionalismo da operetta tinto di un nero inquietante per chi conosca la Storia.

Il telefonino a scuola

Ho già detto e ridetto di come il telefonino incomba sempre in modo più largo possibile, dimostrandosi un dispositivo dall’uso plurimo con aggiunte continue che ne dimostrano l’impressionante espansione. Se tanto mi dà tanto è legittimo chiedersi quali ne saranno gli sviluppi futuri e sino a dove ci spingeremo nell’accettare la loro invasività nella nostra vita.
Resto convinto che non ci si debba negare qualunque cosa che, nel limite del ragionevole, espanda la nostra intelligenza e il uso, fornendoci informazioni, notizie, strumentazione e tutto quanto verrà reso possibile per supportarci. Non c’è bisogno di un nuovo luddismo legato alla digitalizzazione e, come si dice, chi si ferma è perduto e basta poco per trovarsi ad arrancare dietro alle novità di oggi e di domani.
Mi ha incuriosito, giorni, fa questa notizia del Corriere della Sera: “Cellulare in classe: bandito nelle ore di lezione. Entra in classe sì, ma ciascun alunno al suono della campanella è tenuto a consegnarlo al professore, il quale lo ripone in un armadietto che rimane inaccessibile, chiuso a chiave, per tutta la mattinata. Ogni ragazzo torna poi in possesso del proprio smartphone, sempre per tramite del docente, al termine delle sei ore, quando deve far rientro a casa”.
Ma c’è di più: “E gli insegnanti non fanno eccezione: il cellulare deve rimanere nel cassetto. E’ quanto accade al liceo Malpighi di Bologna. «Per noi le nuove tecnologie non sono il male, abbiamo appena inaugurato un liceo quadriennale di scienze applicate, per la transizione ecologica e digitale, solo dobbiamo uscire da queste dipendenze, da cellulare e social appunto che sono anche di noi adulti» fa sapere la dirigente scolastica delle scuole Malpighi, Elena Ugolini. «Ora, abbiamo ricominciato l’anno scolastico guardandoci in faccia, senza più mascherina a cui siamo stati costretti causa covid – continua la referente – un inizio all’insegna della presenza, dell’ascolto, della relazione e concentrazione per tutto il tempo delle lezioni. Senza cellulare i ragazzi non sono continuamente distratti, sono invece più concentrati e in relazione»”.
Niente di eccezionale, se risultasse vero quanto scritto dal portale Studenti.it, secondo il quale lo smartphone viene «sequestrato» alla prima ora e restituito all’uscita nel 26% delle scuole italiane sulla base dell’autonomia scolastica.
Giorni dopo ne parlato anche il prefetto di Bologna Attilio Visconti, partecipando all’inaugurazione dell’anno scolastico sempre a Bologna. «Sarebbe opportuno che gli studenti mantenessero il cellulare e sapessero usarlo, che avessero la coscienza e la maturità di sapere quando il cellulare può essere usato e quando invece può essere non usato», ha detto il prefetto. «Un po’ quello che avviene per noi quando partecipiamo a un convegno o a una riunione — ha aggiunto — certo non ci mettiamo li con il telefonino e se ci arriva una telefonata o un messaggio lo rinviamo a un momento successivo. Credo che si debba lavorare su questo, sull’educazione all’uso del cellulare. Credo poi che l’autonomia scolastica vada sempre rispettata in tutte le sue manifestazioni».
Dichiarazione abbastanza ambigua, mentre la responsabile della scuola è stata esplicita e trovo condivisibile il suo pensiero. Ne ho parlato - in modo incidentale - ieri al Don Bosco di Châtillon, che ha ragazzi che vanno dalle primarie di secondo grado alle Superiori. Notando come vi sia al momento un elemento di contraddizione. Da una parte la digitalizzazione sarà sempre più una presenza indispensabile nella scuola con strumentazioni varie che rendono ogni scuola collegata con reti varie che posso offrire un mare di applicazioni e di informazioni a servizio di studenti e docenti. Dall’altra il telefonino – che alcune scuole già integrano nella didattica con un uso intelligente – può essere uno strumento, se mal adoperato, di distrazione di massa e con un uso sconsiderato se non pericoloso.
Ha ragione il Prefetto che ci vuole educazione all’uso anche se si posso adoperare mille accortezze per limitarne un uso negativo. Tuttavia, intanto, misure drastiche, come quelle prese nella scuola bolognese, possono evitare il peggio e spingere verso una transizione. Certo proibizionismo potrà finire, quando il telefonino potrà figurare a pieno come strumento didattico.

Il primo giorno di scuola

Il primo giorno di scuola, al netto delle critiche giuste e delle polemiche pretestuose, resta un momento di riflessione utile per mettere al centro della scena le politiche educative e soprattutto loro, bambini, ragazze, giovani che tornano in aula con i loro insegnanti, che sono un esercito che ha un ruolo essenziale. E il dramma della pandemia, con le difficoltà vissute e gli strascichi psicologici, è stata la cartina di tornasole del ruolo di un settore essenziale per la nostra vita sociale.
La scuola è una scala che ti porta alla vita adulta ed è fondamentale per la formazione di chi avrà in mano la Valle d’Aosta di domani. Specie se, purtroppo, il calo demografico renderà sempre più ridotto il numero di nati e questo ci obbliga ancor di più a non perdere neppure una risorsa e a canalizzare, senza compiere errori, ambizioni e speranze di ciascuno in percorsi che non portino a dispersione e fallimenti
Lo sapevano bene i nostri avi nella Valle d’Aosta del passato, dell’importanza di imparare: le scuole di villaggio erano una ramificazione che consentivano alla nostra comunità, dando elementi di base come leggere, scrivere e far di conto, di evitare in largissima parte lo spettro dell’analfabetismo e dell’ignoranza di nozioni fondamentali. Una civiltà alpina esemplare e da rammentare in ogni situazione.
Non a caso, quando il fascismo sferrò un micidiale attacco alla cultura valdostana, la Jeune Vallée d’Aoste fu non solo un bastione antifascista, ma anche e anzitutto un cenacolo di formazione identitaria su cui costruire la politica dopo il Ventennio.
Lo rievoco non per chissà quale logica passatista. Lo faccio perché senza punti di riferimento il rischio è che l’oblio cada sul perché oggi abbiamo un’autonomia valdostana e una parte di questa eredità riguarda anche la scuola con la singolarità del bilinguismo e di un settore scolastico dalla scuola dell’infanzia all’Università che è finanziato con i nostri soldi.
Certo parlare di “scuola valdostana” è giusto territorialmente e per una serie di spazi d’azione attraverso il nostro ordinamento, ma sono ancora larghi i poteri da ottenere per evitare cordoni ombelicali con le norme nazionali, troppo spesso inadatte e farraginose se applicate alla nostra realtà. Esiste in questo una resistenza conservatrice, anche dentro la scuola, che preferisce che la nostra Regione autonoma non abbia piena competenza e le ragioni politiche sono davvero incomprensibili e sfugge a salvaguardia di chissà ciò avvenga, se non per l’esistenza di un vecchiume corporativo e ideologico di chi sbandiera l’autonomia solo quando conviene.
Rivolgendomi ai giovani non posso che esprimere la speranza che colgano a pieno le opportunità che la scuola offre e che nei passaggi fra i diversi gradi d’istruzione scelgano sempre bene e in modo oculato senza scelte affettate. Questo ruolo di guida spetta anche alle famiglie, che devono dare il loro apporto, però senza mai pensare che alla sola scuola spetti l’educazione dei loro figli, che è invece responsabilità condivisa.
Per questo ci vuole comprensione fra i diversi attori in gioco, che devono motivare gli alunni e far capire loro che ai diritti corrispondono sempre dei doveri e il rispetto della gerarchia.
E poi, infine, vale quanto scritto da Simone Weil: “L’intelligenza cresce e porta frutti solo nella gioia. La gioia di imparare è indispensabile agli studi come la respirazione ai corridori”.

Il fantasma dell’astensionismo

L’astensionista non è più identificabile. Le norme sulla privacy impediscono da tempo di sapere chi sia. Certo nelle realtà più piccole non è difficile identificarlo: chi sta al seggio si accorge dagli elenchi chi sfugge al voto, ma in realtà nulla di ufficiale è ormai possibile. Quindi nessuno ha diritto di approcciarlo, chiedendo loro - e sarebbe una domanda interessante ai fini politici - “perché?”.
Una volta il cittadini non votanti per le elezioni delle Camere, venivano catalogati e persino sanzionati (dpr n.361 del 30 marzo 1957). Articolo 4: “L’esercizio del voto è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese”. Ma c’era ben di più all’articolo 115: “L’elettore che non abbia esercitato il diritto di voto, deve darne giustificazione al sindaco (….) L’elenco di coloro che si astengono dal voto (…)senza giustificato motivo è esposto per la durata di un mese nell’albo comunale (…) Per il periodo di cinque anni la menzione ‘non ha votato’ è iscritta nei certificati di buona condotta (…)”.
La norma, che era di fatto una specie di gogna, è stata abrogata nel 1993.
Era in fondo l’esplicitazione di quanto contenuto nella prima parte della Costituzione e mi riferisco all’articolo 48 della Costituzione: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è un dovere civico”.
Ricordo che durante il dibattito alla Costituente venne discussa una versione del secondo comma dell’art. 48 che così diceva: il voto è “un dovere civico e morale”. Quel “morale” poi scomparve e forse avrebbe meglio definito il carattere del voto come conquista democratica.
Aggiungo, per coerenza con quanto penso, che il dovere civico non lo considero una costrizione e pure le sentenze della Corte Costituzionale non sono chiare sul punto e cioè se esista una sorta di obbligo normativo o solo - come io penso - esortativo. È vero che si possono votare scheda bianca o far annullare il proprio voto attraverso la scheda elettorale “sporcata” in qualche modo, ma se non voglio andarci non ci vado, a maggior ragione per i referendum che necessitano un quorum da raggiungere per la loro validità.
Tuttavia credo che gli elenchi degli astensionisti dovrebbero essere consultabili ad esempio per consentire ai partiti politici di tentare legittimamente un recupero al voto di chi lo ha abbandonato.
Nell’aprile scorso è stato redatto sull’astensionismo un rapporto di quasi 300 pagine deciso dal Governo e frutto di una “Commissione di esperti con compiti di studio e consulenza, di analisi ed elaborazione di proposte, anche di carattere normativo, e iniziative idonee a favorire la partecipazione dei cittadini al voto”.
Questo Libro Bianco contiene elementi comparativi con altri Paesi e propone analisi puntuali sulle criticità. Gli autorevoli esperti citano alcuni punti su cui riflettere per far ricrescere la partecipazione al voto.
Si va dal voto anticipato presidiato al voto in altro seggio (il giorno delle elezioni) o a quello per delega. Da misure specifiche per anziani e disabili:
al trasporto pubblico gratuito. Dal voto elettronico all’obbligo all’election day. Da misure di informazione e comunicazione specie sui giovani al voto sempre allungato la domenica e il lunedì.
Il tutto argomentato in modo puntuale e senza risparmiare approfondimenti.
Ma dietro a tutto esiste la crisi della politica e della democrazia rappresentativa e solo con un ritorno alla credibilità la parte consapevole dei non votanti potrà riprendere ad avere fiducia nel voto.

Nessuna nostalgia

Certo anche io sono stato colpito dalla morte della Regina Elisabetta, che era già lì quando sono nato e di cui ho letto le gesta per tutta la vita sino all’apoteosi dei film e della serie televisiva a lei dedicata con tutti i dietro le quinte che l’hanno resa più umana.
Ha fatto impressione la ricaduta per la sua scomparsa, che ha dominato per giorni l’informazione anche in Italia, rispondendo alle più varie curiosità del pubblico.
Questo non significa giudicare - come io credo - che le monarchie non abbiano più senso.
So bene che sopravvivono diverse monarchie, con poteri vari, anche nell'Unione europea. E' così nel Regno Unito, nei Paesi Bassi, in Belgio, in Spagna, in Danimarca, in Lussemburgo, in Svezia. Ci sono poi, al di fuori dell'Unione, la Norvegia, il Liechtenstein, nel Principato di Monaco. In realtà sono dinosauri del passato in un quadro democratico e parlamentare. Ribadisco che l’Italia non avrebbe certo bisogno di ritornare alla monarchia e credo che a tifare per i Savoia - ammesso che meritino qualunque tipo di credibilità - sono appunto quattro gatti, rispettabili ma assolutamente minoritari. Abolito il limite costituzionale di rientro in Italia per gli eredi maschi, che facciano quello che vogliono e va bene che vadano in tournée alla ricerca di fans, ma questo non cambierà mai più la sostanza della loro fine.
Per cui dissentire dalla loro valorizzazione è un diritto equivalente a chi invece li rivorrebbe sul trono con eredi ormai da avanspettacolo.
Al Quirinale ormai ci sono i Presidenti della Repubblica ed i Savoia sono stati cancellati dagli italiani. Certo, gli errori irreparabili non mutano la Storia Patria più antica su cui si può essere più benevoli per certe personalità chiave del passato più remoto o ad esempio nelle vicende risorgimentali, ma l'epilogo resta irreversibile per chi rivendica, con una sorta di seduta spiritica, il risorgere dalle proprie ceneri della monarchia.
Sulla situazione della monarchia inglese leggevo Kenan Malik, The Observer su Internazionale.
Così scrive: “Re Carlo III. Quando un sovrano muore, un altro prende subito il suo posto. È una transizione automatica, considerata da molti necessaria e rassicurante, perché contribuisce a sostenere il mito secondo cui i re e le regine passano, ma l’istituzione monarchica sopravvive. Per lo stesso identico motivo, però, l’automatismo della transizione è anche preoccupante. In momenti come questo i repubblicani sono di fronte a un dilemma. “Accogliamo con tristezza la notizia della morte della regina ed esprimiamo le nostre condoglianze alla famiglia reale”, ha scritto su Twitter l’organizzazione Republic, favorevole all’abolizione della monarchia nel Regno Unito. “Ci sarà tempo per discutere il futuro della monarchia, ma per ora dobbiamo rispettare il lutto della famiglia e permettere ai suoi componenti e ad altre persone di piangere la scomparsa di una madre, di una nonna e di una bisnonna”.
Sono d’accordo con il tono del messaggio. Allo stesso tempo credo che sia sempre giusto, anche in una situazione come questa, riflettere e interrogarsi, pur rispettando le circostanze”.
E poi il punto essenziale del ragionamento su cui concordo: “Non è difficile capire il fascino di un ruolo simile, soprattutto se si pensa alla bassa considerazione in cui sono tenuti la politica e i politici. Ma la politica è il mezzo che permette alle persone comuni di partecipare al processo di governo. Di conseguenza insistere sulla necessità di un sovrano per diritto ereditario che si innalzi al di sopra della politica, incarnando la continuità e i princìpi morali del paese, significa ostacolare il processo di cambiamento democratico”.
Per capirci: scozzesi, gallesi e irlandesi del Nord si sono inchinati di fronte alla Regina, ma cresce il loro il desiderio di libertà.

Coraggio sull’eutanasia

Chissà se il nuovo Parlamento italiano affronterà il tema delicato della “fine vita”, come auspicato dalla Corte Costituzionale, che pure bocciò il referendum sull’eutanasia per la rozzezza della abrogazione prevista nel quesito che venne proposto tempo fa. Leggendo la sentenza sul punto non si poteva infine che concordare, ma si trattava soprattutto di una leva per spingere ad una soluzione ragionevole.
Molti Paesi hanno già regolato la materia e in questi giorni in Francia il Presidente Emanuel Macron ha riaperto la discussione. Credo che sia bene comprenderne le ragioni, che porteranno a breve ad un dibattito pubblico e ad una normativa che potrebbe ricalcare quanto già in vigore nel vicino Belgio.
In Italia, invece, le Camere per ora non hanno avuto il coraggio di prendere atto di un problema serio che non può essere affidato nelle mani dei giudici con sentenze su casi singoli che creano una giurisprudenza imperfetta.
Trovo interessante - traendolo da Le Monde - un articolo di Béatrice Jérôme, che riassume le motivazioni tecnico-scientifiche che hanno rilanciato la questione Oltralpe.
Questa la premessa: “ «Ill existe une voie pour une application éthique d’une aide active à mourir» : dans un avis rendu public mardi 13 septembre le Comité consultatif national d’éthique (CCNE) ouvre la porte à une rupture dans l’accompagnement de la fin de vie en France.
Alors que la loi Claeys-Léonetti de février 2016 interdit l’euthanasie mais prévoit la possibilité de recourir à «la sédation profonde et continue jusqu’au décès pour les personnes malades dont le pronostic vital est engagé à court terme, avec arrêt de tous les traitements», le CCNE énonce les «conditions strictes» dans lesquelles une personne pourrait être accompagnée activement dans sa volonté de mettre fin à ses jours (suicide assisté) ou de faire appel à un médecin pour lui donner la mort”.
Senza ipocrisie: questo il tema nella sua secchezza.
Questi i punti chiave proposti: “ «la sédation profonde et continue» est autorisée pour des pronostics vitaux engagés à court terme et les progrès de la médecine permettent le maintien en vie de plus en plus longtemps des malades atteints de pathologies telles que le cancer avec des pronostics vitaux à moyen ou long terme sans pour autant soulager la douleur. Les malades atteints de troubles neurodégénératifs depuis de longues années, sans espoir de rémission ne sont, par exemple, pas nécessairement condamnés à en mourir à court terme.
Il arrive également que dans de rares cas, «la sédation profonde» ne soit pas opérante. Au-delà de plusieurs jours sous-injection, il peut advenir que «la situation du patient se dégrade sans que le décès survienne rapidement», relève le professeur Régis Aubry, coauteur de l’avis.
E ancora: “ «La fin de la vie n’est plus perçue comme un temps essentiel de l’expérience humaine. Les rites de passage disparaissent, la sécularisation progresse, les représentations symboliques et spirituelles s’effacent peu à peu». Le comité souligne que « le respect du droit à la vie ne vaut pas devoir de vivre une vie jugée insupportable par celui ou celle qui la traverse. Il n’y a pas d’obligation à vivre» “.
E infine: «Si le législateur décide de légiférer sur l’aide active à mourir, la possibilité [d’une] assistance au suicide devrait être ouverte aux personnes majeures atteintes de maladies graves et incurables, provoquant des souffrances physiques ou psychiques réfractaires, dont le pronostic vital est engagé à moyen terme» “.
Ecco l’ultimo aspetto che vorrei segnalare dall’articolo: “Le CCNE se prononce pour que le geste de donner la mort soit accompli par la personne elle-même (suicide assisté). Mais il admet une exception pour des malades qui ne peuvent accomplir le geste eux-mêmes et pourraient demander l’assistance d’un médecin. Avec possibilité dans ce cas pour les praticiens réfractaires d’invoquer une «clause de conscience» “.
Temi difficili e toccanti, ma non legiferare sul tema rischia di essere in Italia solo ipocrisia e innescare per chi può permetterselo la fuga nei Paesi, come avviene con la Svizzera, dove esistono norme chiare sul fine vita.

Allodola

Non ho mai avuto difficoltà a svegliarmi presto e da bambino invidiavo mio fratello che dormiva più a lungo di me, quando io ero già sveglio come un grillo.
Un primo test decisivo è venuto dagli anni delle scuole Superiori, quando viaggiavo prestissimo in treno come studente pendolare e mi sono facilmente inserito nel tran tran.
La caratteristica particolare è che non ho bisogno della sveglia e mi sveglio all’ora in cui c’è bisogno di farlo. Per altro per anni non ho usato l’orologio da polso, cavandomela bene. Ora l’ora incombe sul telefono e ho adottato un orologio di quelli sportivi che ti leggono l’attività fisica.
Mi ha sempre divertito rispetto al sonno e alle sue conseguenze personali e sociali la nota ripartizione, certo un po’ rozze fra, le persone che vengono definite allodole e quelle che vengono definite gufi con un orafo e con due uccelli.
Le allodole vanno a letto presto e si svegliano altrettanto presto, si sentono al meglio all'inizio della giornata, hanno meno energia nel tardo pomeriggio e la sera, fanno fatica a restare svegli oltre una certa ora.
Mentre i gufi invece tendono ad andare a letto tardi la sera e a posticipare la sveglia la mattina, danno il meglio più tardi nel corso della giornata, hanno più energia di notte, si sentono stanchi dopo essersi svegliati presto.
Da allodola mi trovo bene e sin da giovane osservavo con curiosità questa caratteristica della riduzione delle ore di sonno progressiva con l’invecchiamento. Ormai la sto vivendo con grande serenità e confesso che mi pare davvero centrata il celebre detto “Il mattino ha l’ora in bocca”.
Leggo dal libro “Perché diciamo così” (Newton Compton), Saro Trovato da dove deriverebbe: “L’origine principale è una forma idiomatica tedesca: Die Morgenstunde hat Gold im Munde, la cui traduzione è: l’ora del mattino ha l’oro in bocca. Il significato o valenza di tale modo di dire può ricondursi o alla qualità del tempo del mattino che per molti detti popolari sembra rivesta qualcosa di speciale (molte culture dell’Estremo oriente confermano che al levar del sole l’atmosfera è più ricca di energie) o è allusiva al tempo magico dell’infanzia per cui ad ogni bimbo si aprono infinite possibilità”.
Insomma: una giornata come una vita. Ha scritto su questo Arthur Schopenhauer: “Ogni giorno è una piccola vita, ogni risveglio e ogni levata una piccola nascita, ogni fresco mattino una piccola gioventù, e ogni andare a letto e addormentarsi una piccola morte”.
Questa storia dell’energia mattutina mi convince molto, pur dalla mia prospettiva soggettiva dell’allodola. Lo vedo da due mie attività. La prima è la scrittura, compreso le mie annotazioni quotidiane. I primi pensieri dell’alba, che oggi si situano fra le 5 e le 6 del mattino che è la mia ora del risveglio, mi appaiono più nitidi e la stessa scrittura, ma anche la ricostruzione di quanto mi attende nella giornata, fila via molto meglio di quanto può capitare la sera.
Non ho difficoltà al risveglio e sono pronto subito alla conversazione e questo va conciliato con chi, come mia moglie, ha bisogno dei suoi tempi di reazione e dunque non sopporta chi è ciarliero sin da subito.
Così scorro le notizie che mi aprono la giornata, secondo la celebre frase di Hegel: “La lettura del giornale è la preghiera del mattino dell’uomo moderno”.
Ormai a farlo siamo sempre meno…

Attenzione ai manipolatori

La politica in democrazia, attraverso un lungo processo storico, si fonda oggi sul confronto regolato fra le parti. Il caso più evidente – e l’ho sperimentato vivendoci dentro – avviene nelle assemblee parlamentari, dove i regolamenti canalizzano discussioni e decisioni. Per me, dovunque ho avuto ruoli elettivi, è stata un’esperienza interessante dentro i meccanismi più minuti. Per questo mi sono sempre sentito in prima linea per difendere il buono delle organizzazioni politiche e delle istituzioni democratiche contro l’antipolitica e l’antiparlamentarismo. Senza avere naturalmente paura di segnalare quanto non funziona, il malaffare, le inefficienze.
Nella dialettica politica quel che mi è sempre stato insopportabile è la categoria dei manipolatori, che rovesciano la realtà, sguazzano nelle polemiche, costruiscono castelli in aria e il loro naso diventa quello di Pinocchio.
Di questi tempi – e i lettori più attenti lo avranno rilevato – trovo utile scavare nelle parole, che spesso usiamo avendone perso il senso più arcaico, che in qualche modo si appanna nell’uso.
Così è per manipolatore e per il verbo manipolare. Sul sito unaparolaalgiorno c’è una spiegazione avvincente: “Se ci immaginiamo il ‘manipolare qualcuno’ quale esito figurato di azioni come manipolare l’argilla, e quindi come un’azione che plasma, siamo un pochino fuori strada. Anche in questo caso la via più breve non è quella giusta, e la tappa intermedia più accreditata è sorprendente.
Non ci stupiamo a leggere che il termine ‘manipolo’ ci parla di una manciata: è una voce dotta recuperata dal latino manipulus, un composto di manus e del tema del verbo ricostruito (cioè con tutta probabilità esistito ma non attestato) plère ‘riempire’. Una ‘mano piena’, anzi una quantità che riempie una mano — non un sacco, non una briciola. Ora, nel latino medievale usato da medici e farmacisti questo manipulus ha acquisito un significato molto preciso: sempre una manciata, ma una manciata esatta (quasi un’unità di misura) di erbe medicinali da lavorare. Quindi il manipolare ci parla di un’azione che è più da farmacista o da alchimista piuttosto che da scultore”.
Apro una parentesi: a me “manipolo” faceva venire in mente la più piccola entità della Milizia fascista e non altro e ciò per semplice lettura storica. Nell’uso della parola originale vi è poi una svolta, che passa dalla manciata alla mano, così come si spiega: “Ma non è una derivazione pulita (anzi i più dotti notano molti punti di sbavatura): come avviene nel nostro lessico mentale, che ci fa subito immaginare il manipolare come un maneggiare, lavorare maneggiando e plasmando coi pollici, sul significato originale del manipolare ha subito pesato il termine mano (siamo negli ultimi anni del Seicento). Non è rimasto un ‘lavorare i manipoli di erbe’, ma ci ha aggiunto il profilo di un modellare, un impastare — e allora manipolo la cera per scaldarla e sigillarci un collo di bottiglia, manipolo il pongo per foggiare il tuo viso (più o meno), e la pasta frolla va manipolata il meno possibile”.
Il manipolare infine diventa cattivo e con questo si chiude il commento: “Chi cerca di manipolarci, suggerendoci realtà artate per suscitare reazioni previste, chi col falso e il conveniente ci fa muovere nella posizione che vuole, chi tende nascostamente i fili delle nostre amicizie e inimicizie a suo pro, non sta agendo fisicamente su di noi. Agisce con sottigliezze da alchimista, con alterazioni farmaceutiche che contraffanno percezioni e determinazioni, ci condiziona e controlla come nella discreta lavorazione di un composto. Certo una parola complessa, ma come potrebbe non esserlo? Dopotutto, la passione per il manipolare accomuna pargoletti che non parlano e politici machiavellici”.
E qui torniamo da capo e a chi manipola non tanto i propri pensieri, ma i pensieri e le azioni degli altri e pure stravolge la ricostruzione di fatti e vicende solo a proprio beneficio.
Il manipolatore - che mai è corretto avversario - resta per me, sempre più, un essere odioso.

Povera democrazia

Chissà quale meccanismo mentale spinge molte, troppe persone a rimpiangere i dittatori o a sperare di finire nelle grinfie di quelli nuovi.
Ammoniva Charlie Chaplin ne “Il grande dittatore”: “Non cedete a dei bruti, uomini che vi disprezzano e vi sfruttano, che vi dicono come vivere, cosa fare, cosa dire, cosa pensare, che vi irreggimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie. Non vi consegnate a questa gente senza un'anima, uomini macchina, con macchine al posto del cervello e del cuore. Voi non siete macchine, voi non siete bestie: siete uomini!”
Il caso italiano riguarda quel fenomeno complesso, il famoso Ventennio, che imprigionò progressivamente l’Italia con Mussolini e la sua invenzione: il fascismo. Ci sono nostalgici che ne esaltano le prodezze, altri che stravolgono la realtà celebrando “le cose buone fatte” con elenchi facilmente smontabili, ma al fideismo non si comanda.
Ma se pensiamo al nazismo e agli orrori di Hitler vediamo che ci sono simpatizzanti su tutti i Continenti, anch’essi esaltati a maggior o minor titolo a celebrare i fasti del regime totalitario noto come Terzo Reich. Sembrano poco importare le violenze e gli orrori, che renderebbero impossibile a qualunque essere pensante non solo esaltarne il ruolo, ma pensare solo per un momento a qualche forma di suo ripristino.
Lo stesso vale per quell’utopia schiantatasi contro le realizzazioni fatte in suo nome, il comunismo nella forma del socialismo reale e in altre fattezze con regimi di differente gravità. Chi rimpiange a scelta Stalin, Mao, Castro, Pol Pot, Ceausescu e altri sembra vivere in una realtà parallela affondata nel più bieco fideismo.
Eppure ci si accorge non nell’astratto ma nella quotidianità quanti siano coloro che s’inventano ragioni per esaltare i totalitarismi, dall’estrema destra all’estrema sinistra, uniti nel disprezzo verso la democrazia e i suoi meccanismi definiti deboli e lassi.
Osservava Karl Popper con una semplicità disarmante: “Il nostro mondo, il mondo delle democrazie occidentali, non è certamente il migliore di tutti i mondi pensabili o logicamente possibili, ma è tuttavia il migliore di tutti i mondi politici della cui esistenza storica siamo a conoscenza”.
Ma pensando all’astensionismo e al progressivo indebolimento dei partiti viene in mente quanto scritto da Erich Fromm: “La democrazia può resistere alla minaccia autoritaria soltanto a patto che si trasformi, da “democrazia di spettatori passivi”, in “democrazia di partecipanti attivi”, nella quale cioè i problemi della comunità siano familiari al singolo e per lui importanti quanto le sue faccende private”.
Il contrario appunto di quanto avviene in regimi dittatoriali, nei quali troppi si accomodano, coltivando quel sogno dell’uomo/donna “forte” che consente di pensare a qualcuno che aggiusta tutto con una bacchetta magica. Questa idea che - per chi ha pensieri autocratici - va a scalare dal presidenzialismo come possibile partenza sino alla dittatura vera e propria, mettendo assieme singolari alleanze e bizzarre affinità e finisce per creare quel terreno che fa assurgere al potere il peggio. A vacillare e a far cadere la democrazia ci si mette poco, vista anche la sua palese fragilizzazione in questo ventennio del secolo.

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