I ricordi arrivano anche per degli elementi casuali. È come se fossero dei quadri che riappaiono nelle mente nel momento in cui spunta un chiodo cui appenderli.
Ero in auto e la radio proponeva una canzone che mi è piaciuta subito e che è servita da innesco alla memoria. Il brano è “That’s Why I Love You” di Victoria Monét feat. Bruno Mars (dall’album Frequency of Love, uscito un mese fa). La canzone si apre proprio con il campionamento della voce originale di Bruno Lauzi che canta l’inizio incalzante e assieme soave di Ritornerai (1963) e poi si passa all’inglese dei due interpreti.
Se non l’avete presente, cercate il brano originale e quello nuovo, che mostrano la genialità del cantautore genovese. Lauzi venne a RTA (Radio Tele Aosta) nel 1979!a registrare uno speciale nel grande studio-auditorium di quella televisione che fu uno straordinario fenomeno fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Passai con lui una giornata straordinaria, godendo della sua verve e delle sue capacità artistiche. È stato uno dei grandi padri e protagonisti della cosiddetta Scuola genovese dei cantautori. Insieme a Fabrizio De André, Umberto Bindi, Gino Paoli e Luigi Tenco, Lauzi ha contribuito in modo determinante a fondare la canzone d'autore italiana tra la fine degli anni '50 e gli anni '60.
Ecco lo spunto per i ricordi che si accodano come i vagoni di un treno. Gli studi erano ad Aosta in cima al Palazzo Fiat in una struttura moderna nata appositamente con una Redazione di soli giovani che trottavano come dei cavalli.
Certo io ero un giornalista in erba. La mia generazione ha avuto la fortuna di vivere il momento nascente dell’emittenza privata: uno spazio di libertà senza eguali. Avevo fatto radio da giovanissimo, prima con "Radio Saint-Vincent" e poi con "Radio Reporter 93" a Torino, e poi appunto RTA.
Poi intervennero i casi della vita. Fui licenziato perché nei miei servizi televisivi avevo dato fastidio a due assessori regionali, peraltro ancora viventi. Chiesero la mia testa al proprietario della TV, il celebre imprenditore Giuliano Follioley, che li accontentò.
Dopo questo choc, cominciai - grazie all'allora caporedattore, il compianto Mario Pogliotti - a collaborare dall'esterno per la redazione RAI di Aosta, situata al tempo in via Chambéry. Ricordo che, in assenza di telefonini, dettavo al "dimafono" dei pezzi dalle cabine telefoniche di Aosta, cercando spunti originali per vedere passare le mie notizie alla Voix de la Vallée ed al telegiornale.
Poi, quella che consideravo essere stata un'evidente sfortuna proprio sotto Natale, cioè quella di avere lasciato RTA, diventò la mia fortuna. Era candidato per entrare in redazione un democristiano, lo scomparso Armido Chiattone, che - allora assicuratore dell'INA - quando scoprì quanto poco si guadagnasse da praticante giornalista rinunciò, ma c'era la necessità di coprire questo posto in fretta per rimpinguare le fila dei giornalisti. Spuntò, grazie alla stima di Pogliotti e al placet sindacale del Comitato di redazione, il mio nome, che alla fine venne digerito a Roma e dunque mi ritrovai in RAI il 22 febbraio del 1980, il giorno del compleanno di mio papà, se la casualità talvolta finisce per avere un suo perché.
Resta in fondo una sacrosanta verità: il potere evocatore della musica e cioè la capacità di un brano di farci piombare nel passato.
Un ultimo esempio. Capita che ascoltando la radio spunti la mia canzone preferita di tutti i tempi Alone Again (Naturally) di Gilbert O’Sullivan, che ha una sonorità che mi piace molto a dispetto di un testo piuttosto straziante. Il cantante irlandese, al suo apice negli anni Settanta, continua a calcare i palchi internazionali e la “mia” canzone resta la più famosa del suo repertorio.
Se la sento, mi vedo adolescente in costume da bagno al bar della Spiaggia d’Oro di Porto Maurizio di Imperia con in mano la monetina per ascoltare quel disco dal jukebox. Capisco come siano piccole cose rispetto ad altri aspetti della vita.
Viene in mente un brano di Marguerite Yourcenar in Memorie di Adriano, fatte - per carità! - le giuste proporzioni. Così recita: “Mi resta la memoria di certi momenti privilegiati: non grandi imprese, non gli onori del trionfo, ma l'istante in cui mi sono fermato a guardare la luce del sole sulle colline dell'Attica, o il silenzio della notte nel deserto, quando la mente sembra d'un tratto comprendere l'ordine del mondo. Poco importa se quasi tutto il resto è scivolato via: questi brevi frammenti di tempo bastano a giustificare un'intera esistenza”.