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31 ott 2026

Islamico, islamista: chiamare le cose con il loro nome

di Luciano Caveri

So bene quanto il tema non sia banale. Islamico è un aggettivo descrittivo: riguarda la religione musulmana e la civiltà che ne è nata. Riferito a una persona, significa semplicemente credente. Islamista indica invece chi aderisce all'islam politico, cioè all'idea che l'Islam debba plasmare Stato, legge e società. Il primo termine indica un'appartenenza, il secondo un'ideologia.

La distinzione è tutt'altro che accademica. I musulmani sono circa due miliardi, gli islamisti una minoranza. L'islamismo è inoltre un fenomeno moderno, nato nel Novecento con i Fratelli Musulmani e con pensatori come Sayyid Qutb e Mawdudi, spesso in reazione al colonialismo e alla secolarizzazione. Non coincide nemmeno con il terrorismo: include partiti che concorrono alle elezioni, dall'AKP turco a Ennahda in Tunisia, con differenze notevoli e include gruppi violenti, per i quali il termine corretto è jihadismo.

Confondere islamico e islamista significa trattare ogni musulmano come un sospetto. D'altra parte, molti dei critici più duri dell'islamismo sono certi musulmani: intellettuali, giornalisti e attivisti che lo combattono proprio nei loro Paesi, spesso a caro prezzo.

Su come l'Occidente guardi all'islamismo circola un'analogia polemica. La Sindrome di Stoccolma designa il legame affettivo che una vittima di sequestro o abuso sviluppa verso il proprio aggressore. Il nome nasce dalla rapina alla Kreditbanken di Stoccolma, dal 23 al 28 agosto 1973, quando quattro dipendenti restarono per oltre cento ore in ostaggio e, una volta liberati, difesero i sequestratori. Si legge come strategia inconscia di sopravvivenza: dipendenza assoluta dall'aggressore, isolamento, gesti di clemenza percepiti come benevolenza, identificazione con il persecutore per ridurre la paura.

Alcuni analisti applicano questo schema, per metafora, a settori dell'opinione pubblica e dell'intellettualità occidentale. Sostengono per questa ragione tre parallelismi.

Il primo riguarda la griglia interpretativa terzomondista o post-coloniale, che identificherebbe l'Occidente come unico aggressore storico e i movimenti islamisti come "resistenza", portando a minimizzare violazioni dei diritti di donne, minoranze e dissidenti.

Il secondo: l'ostaggio rimuove la pericolosità del sequestratore per sopportare la paura, parte dell'opinione pubblica attribuirebbe le derive violente a provocazioni esterne, sottovalutando la natura illiberale dell'ideologia.

Il terzo: come gli ostaggi diffidavano della polizia, questi settori mostrerebbero ostilità verso istituzioni liberaldemocratiche e verso i riformatori interni al mondo musulmano.

So bene che l'applicazione della sindrome di Stoccolma si presta a obiezioni, sia da parte di chi ne contesta la validità clinica (non è una diagnosi riconosciuta dai manuali psichiatrici), sia da parte di chi teme che possa dare la stura a fenomeni nefasti di islamofobia. Attribuire a chi la pensa diversamente una sorta di disturbo psicologico rischia inoltre di sostituire l'argomento con la diagnosi.

Tuttavia, la distinzione tra islamico e islamista resta il punto fermo: permette di criticare un'ideologia politica senza stigmatizzare una religione e i suoi fedeli. L'analogia con la Sindrome di Stoccolma coglie un'inquietudine reale, cioè la tentazione di giustificare ciò che si dovrebbe giudicare, ma resta più una metafora, efficace ma discutibile, che una spiegazione. Chiamiamola, allora, una forma di allerta!

Il rimedio a un'indulgenza mal riposta non è la diffidenza generalizzata, ma la precisione: chiamare ogni fenomeno con il suo nome e giudicare ideologie e comportamenti, non intere comunità. Ma senza sconti, che siano in buona o cattiva fede, quando regole e doveri delle nostre democrazie non siano rispettati.