Mi capita sempre più spesso di guardarmi attorno e di chiedermi che cosa mi serva davvero.
Non è una crisi, né una fregola di mettere ordine. È un'osservazione che si fa con gli anni: si accumula troppo. Cose, certo, ma anche pensieri, impegni, abitudini.
Così ho cominciato a pensare a una specie di igiene, di pulizia. Qualcosa che valga per gli oggetti che finiscono nel salotto e per le amicizie che si sono logorate, senza che nessuno abbia deciso nulla. Ciò vale anche per qualche pensiero di troppo. Ma per farlo devo prima fare pace con una parola. Utile viene dal latino ūtilis, "vantaggioso, profittevole". E questo a sua volta da ūtī, "usare, servirsi di, trarre vantaggio da".
Viene in mente la celebre frase «Unire l’utile al dilettevole» (in latino «Omne tulit punctum qui miscuit utile dulci»), che ha origini classiche e si deve al poeta romano Orazio. Nella sua concezione, questa formula esprimeva il compito fondamentale della poesia e dell'arte: istruire divertendo.
So bene che la parola “utile” va presa con le pinze. Ha una parentela scomoda l’utilitarismo, che nasce come etichetta neutra, se non positiva, della dottrina di Bentham e Mill, che prevedeva la ”massima felicità per il maggior numero di persone”.
In Italia, però, la parola ha avuto un'altra sorte. Tra idealismo, cattolicesimo e una certa diffidenza verso l'homo oeconomicus, è finita a significare egoismo, calcolo cinico, morale ridotta a vantaggi materiali, disprezzo per i valori "alti": il dovere, la bellezza, il disinteresse, il sacrificio.
Utilitarista è diventato quasi un insulto mite, vicino a "interessato" o "materialista". Il senso filosofico è rimasto nei testi specialistici. Io credo che sia un peccato. Lo stesso Mill avrebbe protestato. Scriveva che “è meglio essere un uomo insoddisfatto che un maiale soddisfatto; meglio Socrate insoddisfatto che uno sciocco soddisfatto”. Nel suo pensiero la conoscenza, la bellezza, l'affetto stanno dentro l'utile e ne sono la parte più nobile.
Ecco, io vorrei valorizzare l'utilità proprio così. Come la misura del valore che diamo alle cose, alle azioni, alle relazioni. Una parola che attraversa l'economia, la filosofia, la politica e la vita di ogni giorno e che non merita di essere ridotta a puro materialismo.
Quando la applico a casa mia, il verdetto è impietoso. Il cassetto dei cavi di apparecchi che non esistono più. I libri comprati con buone intenzioni e mai aperti. Il vestito che aspetta da anni "l'occasione giusta".Tenere ciò che uso o che amo, lasciare andare il resto con un certo sollievo.
Con i pensieri è più difficile, perché non si vedono accumulare. Saint-Exupéry l'ha detta con più eleganza: la perfezione, in Terra degli uomini, non si raggiunge quando non c'è più nulla da aggiungere, ma quando non c'è più nulla da togliere. Sfrondare non è impoverire. È lasciare che resti ciò che regge e vale davvero.
Qui mi fermo un attimo, perché il discorso si fa delicato. Nessuno vuole sentirsi "usato", e io per primo non voglio trattare gli amici come oggetti da riordinare. Ma anche qui l'utile non c'entra con lo sfruttamento. Aristotele, nell'Etica Nicomachea, distingueva tre amicizie: per utilità, per piacere, per virtù. Le prime due durano finché dura il vantaggio. La terza, la più alta, è anche la più utile, perché ci rende migliori.
Un legame è utile quando fa bene a entrambi. E quando si è logorato, quando costa a tutti e due senza dare più nulla, credo si possa lasciarlo andare con gratitudine. Non per egoismo. Perché certe storie hanno fatto il loro corso, e il modo più onesto di onorarle è ringraziarle per quello che sono state. Lo dico sapendo che non è facile, e che non sempre ci riesco.
C'è un'ultima ragione per cui difendo questa parola, ed è più civile che privata. Valorizzare l'utilità significa dare valore al fare, alla concretezza dei risultati. Viviamo in un mondo spesso dominato da retoriche vuote, proclami autoreferenziali, formalismi sterili. In un mondo così, richiamarsi a ciò che funziona, che risolve i problemi, che produce un cambiamento tangibile, mi sembra un esercizio di sano realismo. Non è poco, in tempi di parole abbondanti e fatti scarsi.