Pensavo l'altro giorno a un ricordo: la mia visita a Londra allo Speakers' Corner, l'Angolo degli Oratori, nel punto nord-orientale di Hyde Park. È considerato il simbolo mondiale della libertà di espressione e del dibattito pubblico all’aperto.
Per antica prassi, la domenica mattina chiunque può presentarsi senza preavviso, salire su una cassetta di legno (in origine una scatola di sapone, da cui il termine soapbox) e parlare di ciò che vuole. L'unico limite è la legge: la polizia vigila perché i discorsi non scivolino nell'illegalità o nell'incitamento alla violenza.
La tradizione nasce ufficialmente nel 1872, con un atto del Parlamento che regolamentò il diritto di riunione nel parco. Prima di allora la zona era nota soprattutto per il patibolo di Tyburn, dove ai condannati a morte era concesso di pronunciare le ultime parole prima dell'esecuzione. Un luogo in cui si parlava per l'ultima volta è diventato il luogo in cui chiunque può parlare. Su quelle cassette sono saliti, si dice, anche Karl Marx, Lenin e George Orwell.
Un tempo i comizi spaziavano tra politica e diritti dei lavoratori. Oggi dominano i temi religiosi, con accesi confronti tra predicatori cristiani e musulmani, e le teorie del complotto. Resta un'attrazione unica, sospesa tra folklore e antico esercizio del free speech britannico.
Una volta il successo di un oratore si misurava con lo sguardo: quanti passanti si fermavano a formare un cerchio attorno a lui. Oggi il vero pubblico è globale e digitale. Canali YouTube e profili TikTok interamente dedicati allo Speakers' Corner, come Sunday Speakers Corner, raccolgono milioni di visualizzazioni. Molti habitué e debater arrivano già con treppiedi, microfoni e telecamere professionali per andare in diretta.
C'è qualcosa di platonico in tutto questo. Nel mito della caverna, i prigionieri incatenati vedono solo ombre proiettate sul fondo e le scambiano per la realtà. Il milione di spettatori che guarda lo Speakers' Corner da uno schermo vede ombre in questo senso: un dibattito ridotto a una porzione inquadrata, tagliata, spesso scelta dall'algoritmo per il suo potenziale di scontro.
La rete assomiglia alla caverna per almeno tre motivi. Il primo: lo spettatore non partecipa, osserva una riproduzione. Perde l'aria, il tono, il disagio di stare a due metri da qualcuno che la pensa in modo opposto.
Il secondo: nel mito, dietro i prigionieri, qualcuno porta oggetti davanti al fuoco per generare le ombre. Oggi quel ruolo spetta a telecamere, montaggio e algoritmi, che premiano la lite più della comprensione.
Il terzo: qui la caverna si chiude su sé stessa, perché chi sale sulla cassetta sa di essere filmato e parla in funzione dell'ombra che produrrà. L'originale comincia a imitare la copia.
Finché le ombre restavano ombre, la caverna era riconoscibile: un video girato a Hyde Park era pur sempre la ripresa di qualcosa accaduto davvero. Distorta, selezionata, decontestualizzata, ma ancorata a un fatto. Oggi questo ancoraggio si sta allentando.
Le tecnologie digitali occupano una posizione ambigua, a metà strada tra realtà e finzione. Da un lato ci permettono di documentare, di archiviare, di raggiungere in un secondo ciò che un tempo richiedeva un viaggio. Dall'altro producono, con un realismo sempre più sofisticato, voci e volti che non appartengono a nessuno o a qualcuno cui viene rubata l’identità: un oratore che non è mai salito su una cassetta, un discorso mai pronunciato, un politico che dice ciò che non ha mai detto. I deepfake e le voci sintetiche non si limitano a mostrare ombre: fabbricano l'oggetto stesso che dovrebbe proiettarle.
Qui il paragone con Platone si fa quasi inquietante. Nel mito i prigionieri scambiano le ombre per la realtà, ma c'è pur sempre una realtà dietro di loro, anche se non la vedono. Con le immagini generate artificialmente, a volte dietro non c'è più nulla: l'ombra non rimanda a un oggetto, rimanda ad altre ombre. È una caverna in cui il fuoco e gli oggetti sono stati sostituiti da una macchina che disegna direttamente sulla parete.
L'effetto più insidioso non è nemmeno la menzogna in sé, ma ciò che ne deriva. Quando tutto può essere falso, anche ciò che è vero diventa sospetto. Chi vuole negare un fatto reale può liquidarlo come un montaggio; chi vuole diffondere un'invenzione può confezionarla in modo credibile. Il dubbio, che per Socrate era l'inizio della sapienza, diventa un'arma o un'anestesia: o si crede a tutto o non si crede più a niente. Nel mito il filosofo è chi si libera e guarda il sole. Allo Speakers' Corner, forse, la verità è nel passante che si ferma davvero, che resta in piedi nel cerchio, ascolta fino in fondo e magari ribatte a voce.
Una cassetta di legno e un cerchio di persone erano un'agorà in miniatura. Uno schermo che raccoglie milioni di visualizzazioni è un'altra cosa: un muro su cui scorrono ombre che sono però molto ben illuminate.
Lo Speakers' Corner offriva, nel suo piccolo, un antidoto antico: la presenza. Guardare in faccia chi parla, sentirne la voce vera, poterlo interrompere, verificare che esista. Non è una garanzia di verità, ma è una garanzia di realtà e non è poco.
Uscire dalla caverna, oggi, potrebbe voler dire proprio questo: spegnere lo schermo e tornare di persona a Hyde Park di domenica mattina.