Il tema di oggi non è facile e credo che abbia per tutti un elemento emotivo forte, mai riassumibile nella freddezza della statistica.
La statistica sa essere arida, fatta di numeri e di percentuali. L’ho studiata all’Università e quindi non si può disconoscerne il valore assoluto. Ma, in certi casi, quando si parla di persone e delle loro storie, bisogna avere sentimento e partecipazione, perché dietro a certi numeri ci sono esseri umani, spesso con le loro fragilità che richiedono il massimo rispetto. E ci sono soprattutto famiglie e amicizie che guardano a un loro caro, che non è mai solamente un numero.
A chiunque abbia fatto politica fuori dalla Valle d’Aosta, capitava di trovare qualcuno che ti chiedesse - perché le cattive notizie purtroppo fanno notizia - come mai il tasso di suicidi in Valle d’Aosta sia così elevato.
La risposta sincera è che purtroppo è vero: la Valle d’Aosta registra da tempo uno dei tassi di suicidio più elevati d’Italia, spesso il più alto o tra i più alti, mediamente circa il doppio della media nazionale. Secondo varie elaborazioni (inclusi dati Eurostat e analisi regionali), il tasso si è collocato in diversi periodi intorno a 11-15 suicidi ogni 100.000 abitanti, contro una media italiana che oscilla spesso tra 5,5 e 8. Il fenomeno è stabile e poco consola il fatto che con dati simili ci siano altre aree montane italiane, del Nord Italia e di alcuni Paesi alpini o del Nord Europa. Circa la metà dei casi non era precedentemente in carico ai servizi di salute mentale e questo accende un fascio di luce su problemi di prevenzione e sul ruolo della medicina di base.
Certo - mi capita di aggiungere - come l’esiguità della popolazione sia un fattore statistico rilevante e dunque bastano pochi casi in aumento o in decremento per incidere sul tasso annuo. Fatta la precisazione, il dato resta alto e allarmante. La comparazione con altre zone alpine, se isolate dalla vastità di una Regione, conferma come esista un’incidenza di certe rudezze e solitudini della vita in montagna. L’invecchiamento in atto della popolazione può creare difficoltà nell’avere aiuti.
Ricordo un amico prete che, nella società rurale del passato, aveva intravisto due spiegazioni: una certa ritualità in persone anziane che non volevano essere di peso in famiglia e - anche se sembrerà strano - un aspetto punitivo del suicidio come punizione per la famiglia per la vergogna di un gesto che un tempo, diritto canonico alla mano, impediva il funerale religioso.
Già mio papà, che conosce la società valdostana da buon veterinario, mi raccontava di come la morte avesse sue particolarità: l’impiccagione in Bassa Valle, in Media Valle i canali dí adduzione delle centrali elettriche, nel resto spesso l’uso di gettarsi nel vuoto dai ponti. Non a caso oggi, su questa ultima modalità, si sta agendo con misure fisiche di protezione per evitare gesti insani, ammesso che servano.
Le autorità regionali stanno lavorando molto su altre misure di prevenzione e di allerta e il tempo ci dirà della loro efficacia. Il tema è serio e il record valdostano tristissimo. D’altra parte “Il male di vivere” esiste e questa espressione così dolorosa la si deve ad Eugenio Montale, nella poesia Spesso il male di vivere ho incontrato (da Ossi di seppia, 1925): Scriveva: ”Spesso il male di vivere ho incontrato: era il rivo strozzato che gorgoglia, era l’incartocciarsi della foglia riarsa, era il cavallo stramazzato”.
Cesare Pavese, invece, intitolò il suo diario Il mestiere di vivere (1935-1950, pubblicato postumo). Non usò quella formula di Montale come definizione della depressione, ma il suo diario è un documento straordinario proprio sulla fatica, il dolore, la solitudine e la difficoltà di vivere. Pavese vi annota con lucidità spietata il vuoto, l’angoscia, l’impossibilità di comunicare, il ritorno ciclico del pensiero del suicidio, che purtroppo concretizzò il 27 agosto 1950.
Lasciò quel biglietto su cui riflettere con frasi essenziali e pure ironiche: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». Questa è la celebre frase scritta a matita (o stilografica, secondo alcune fonti) sulla prima pagina o sul frontespizio di una copia dei Dialoghi con Leucò, il libro che Pavese teneva sul comodino della stanza dell’Hotel Roma di Torino, dove si suicidò il 27 agosto 1950 ingerendo una dose letale di barbiturici.
Accanto al volume fu ritrovato anche un foglietto (un cartellino di prestito della Biblioteca Nazionale) con tre frasi purtroppo illuminanti: «L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia» (citazione dai Dialoghi); «Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti»; «Ho cercato me stesso».
Null’altro si deve aggiungere.