Beato chi riesce a vivere al riparo, protetto in certe bolle di disinformazione o indifferenza dove la vita scorre in un tran tran quasi rassicurante, ritmato solo da piccole cronache quotidiane. Per chi invece continua a seguire l'informazione locale e globale con senso di responsabilità, come sarebbe doveroso fare per esercitare un'autentica cittadinanza, il presente appare ben diverso: un susseguirsi di eventi vicini e lontani che inquietano, destabilizzano e, non di rado, fanno paura.
L'attualità odierna rievoca dinamiche che la Storia ha già conosciuto. Viene in mente una canzoncina che faceva ancora parte del repertorio della memoria collettiva della mia generazione. Ne racconta le origini Giancarlo Governi nel volume TuttoRascel, dedicato al grande artista romano: «”La Bufera" nacque in Africa Orientale quando Rascel conobbe Italo Balbo, che era allora Governatore della Libia. Renato gli pose la domanda che tutti gli italiani avevano sulla bocca: "L'Italia entrerà in guerra al fianco dell'alleato tedesco?". Balbo rispose con perfetto accento emiliano: "Mo senta mo bene, signor Rascel, se l'Italia fa la guerra con Hitler io mi taglio i cosiddetti...". Rascel tornò in Italia e disse a tutti di stare tranquilli, ma quando la guerra arrivò non gli rimase che cantare: "È arrivata la bufera / è arrivato il temporale / chi sta bene e chi sta male / e chi sta come gli par!"».
Un sarcasmo amarissimo, quello di Rascel, inserito in un filone comunicativo che durante il Ventennio fascista ebbe diversi altri esempi, molti dei quali si prestano oggi a un’efficace rilettura metastorica.
«Pippo non lo sa» (1939, Kramer-Bertini-Pugliese): canzone celebre dal Trio Lescano, nacque come una spensierata macchietta del marito ignaro dei tradimenti della moglie. Nel sentire comune fu subito letta come un’allusione graffiante ai gerarchi e ai cittadini che facevano finta di "non sapere" cosa stesse accadendo nel Paese. Sebbene l'intento satirico d'opposizione rimanga più un’interpretazione popolare che un dato storiografico documentato, l'efficacia del messaggio fu dirompente.
«Ma cos'è questa crisi» (1933, Bixio-Cherubini): un inno fin troppo ottimista che scimmiottava il "tutto va bene" imposto dalla propaganda di regime negli anni duri della Grande Depressione, esorcizzando la povertà a colpi di ritornelli orecchiabili.
«Maramao perché sei morto»: antica filastrocca rielaborata negli anni Trenta, usata per ridicolizzare l'autorità e cantata a mezza bocca, soprattutto dopo il 1943, per irridere la caduta del regime e la fine dei suoi miti inossidabili.
Sotto una dittatura o in tempi di censura asfissiante, la critica aperta e diretta è preclusa; la dissenso deve dunque scivolare tra le maglie dell'ironia, del doppio senso, della canzonetta scanzonata. Va usata una doverosa cautela critica: molte di queste attribuzioni "anti-regime" sono state modellate a posteriori, quando nel dopoguerra fu comodo e politicamente utile rileggere il passato culturale in una chiave di spontanea resistenza passive. Tuttavia, il meccanismo antropologico resta chiarissimo ed eloquente: quando non si può parlare, si canta. Oggi la prospettiva non è meno cupa. Non sono solo i tamburi di guerra a tornare a riecheggiare nel Continente europeo e ai suoi confini. C’è una coltre opaca di cupezza generale che sembra avvolgere il presente quotidiano, rendendo l'orizzonte futuro ancora più incerto e scuro.
Verrebbe quasi la tentazione paradossale di chiedere i danni a questo primo scorcio di Terzo Millennio. Ci eravamo illusi - e l'uso stesso del termine "illusione" fa oggi quasi sorridere per la sua ingenuità - che la Storia stesse procedendo verso una sorta di «sol dell'avvenire», prendendo in prestito quella visione utopica e speranzosa che un tempo animava il mondo socialista e comunista. Si pensava che la globalizzazione, i diritti e la tecnologia avrebbero garantito un progresso lineare e inarrestabile.
La realtà contemporanea ha invece infranto quelle premesse: lo scenario dominante è divento l'incertezza strutturale, una condizione permanente che si tramuta prima in preoccupazione sociale e, infine, in una profonda e rassegnata disillusione. E quando la tempesta sbatte sui vetri, non resta che constatare, come allora, che è arrivata la bufera. Con la speranza, che pure mantengo, che l’acciaccata democrazia tenga botta.