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26 set 2026

Dal lamento alla proposta: la differenza che cambia una comunità

di Luciano Caveri

C’è una soglia oltre la quale il lamento smette di essere sfogo e diventa stile di vita. Atteggiamento detestabile e stupisce che chi lo adotta spesso si atteggi a un misto fra Robin Hood e Zorro, sentendosi una specie di cavaliere senza macchia e senza paura contro poteri forti, establishment, élite, lobbies, caste e via di questo passo.

Il pianto greco, quello codificato — il threnos, la lamentazione funebre affidata a voci professioniste, spesso donne, che modulavano il dolore in forma quasi musicale — aveva almeno un pregio che la nostra lagna contemporanea ha smarrito: una funzione. Si piangeva un morto, si chiudeva un ciclo, si restituiva ordine al caos attraverso il rito. Il lamento antico serviva a qualcosa: elaborava e poi taceva.

Il lamento di oggi non elabora nulla. Non chiude, apre un canale permanente di scarico emotivo che non porta mai a una sintesi, perché la sintesi richiederebbe di scegliere, di costruire, di rischiare un’opinione che si possa sbagliare. Molto più comodo il barbottio: quel commento a mezza voce, quella giaculatoria laica recitata sui social o al bar, che non impegna a nulla se non alla ripetizione di sé.

Ogni città, ogni condominio, ogni gruppo WhatsApp di quartiere ha il suo Comitato. Non ha statuto, non ha sede, non ha mai un programma positivo: esiste per dire di no. Non qui il capannone, non qui l’antenna, non qui i migranti, non qui la pista ciclabile, non qui l’impianto a fune, non qui il rumore, non qui il silenzio se disturba l’abitudine al rumore. Il not in my backyard (non nel mio cortile) è diventato la grammatica di base della vita pubblica, la sintassi con cui si organizza il dissenso permanente.

Ma il dissenso permanente è un lusso che si concede solo chi non deve mai rispondere della propria alternativa. Il Comitato non governa, non progetta, non firma nulla: guarda chi lo fa, e lo giudica. È una postura comodissima, perché infallibile — chi si limita a negare non sbaglia mai, semplicemente perché non ha mai proposto niente che potesse essere verificato.

Nella filosofia scolastica, la pars destruens di un’argomentazione serviva a sgombrare il campo dagli errori altrui prima di edificare, con la pars construens, la propria tesi. Le due parti erano complementari, e la seconda era il vero scopo dell’esercizio: si demoliva per costruire meglio.

Oggi viviamo quasi esclusivamente di pars destruens. La critica è diventata fine a se stessa, un genere letterario autosufficiente che non ha più bisogno di sfociare in una proposta. Si smonta tutto — un governo, un’opera pubblica, un libro, un’amicizia — e ci si ferma lì, soddisfatti della propria lucidità negativa, come se il disfare fosse già una forma di intelligenza compiuta. Non lo è: è la sua metà più facile.

Non è insensibilità, la fatica per le lamentazioni: è piuttosto il sospetto fondato che dietro tanto pianto rituale si nasconda spesso la pigrizia di chi non vuole più assumersi la responsabilità del costruire. Lamentarsi è gratuito. Proporre costa: espone al giudizio, al fallimento, alla correzione altrui. Forse la cura non è tacere il disagio, che ha sempre diritto di parola, ma restituirgli una forma, come faceva il pianto greco: dargli un tempo, una misura, e poi lasciare che ceda il passo a qualcos’altro. Chi si lamenta e basta vuol dire che resta fermo. Chi si lamenta e poi propone, anche imperfettamente, si è già messo in cammino.

La vera distinzione, alla fine, non è tra ottimisti e pessimisti. È tra chi usa la critica come punto di partenza e chi la usa come rifugio permanente, chiuso nelle sue convinzioni e pervicacemente ostile ad ogni dialogo.