Roberto Vannacci ha rispolverato il motto dannunziano ”Me ne frego”, molto in voga durante il regime fascista, per rispondere all'accusa di essere il "cavallo di Troia" di Mosca in Italia, scritta - fra gli altri - dal Financial Times.
Esemplare sul Corriere Paolo Di Stefano in un suo commento che così inizia: ” «Me ne frego». È risaputo che il motto con cui il generale Vannacci ha concluso qualche giorno fa il suo video di benvenuto a Cernobbio fu adottato da d’annunzio nel 1920 per gli Arditi di Fiume e poi dalle prime squadre d’azione fasciste. Pare che prima di d’Annunzio, lo scrittore satirico Olindo Guerrini lo usasse per la sua carta da lettere. È un’espressione (dal latino “fricare” strofinare) pensata da chi non ha paura di niente e vanta l’audacia virile, a spregio di ogni ostacolo e convenzione. Mussolini, autore nell’enciclopedia italiana, così scriveva: ”L’orgoglioso motto squadrista me ne frego, scritto sulle bende di una ferita, è un atto di filosofia non soltanto stoica, è il sunto di una dottrina non soltanto politica; è l’educazione al combattimento, l’accettazione dei rischi che esso comporta; è un nuovo stile di vita ideale”. Ne derivò negli anni successivi il ”menefreghismo”, che secondo i dizionari è ”strafottente noncuranza nei confronti dei propri doveri e dei diritti altrui», ostentata e cinica indifferenza a tutto” “.
Che Vannacci sia strafottente è evidente e mi pare che, sin dalla sua apparizione con il suo libro mediocre che gli servì come trampolino di lancio, ha capito come le critiche verso di lui gli servano per accrescere la sua visibilità. Il silenzio sarebbe letale in questa sua crescita di consensi.
Manca nell’articolo la volgarità insita nel motto che pure non portò gran fortuna al Duce. Infatti il ”Me ne frego” è legato alla sfera sessuale, anche se in modo meno diretto e meno evidente di ”Me ne fotto”.
Il verbo fregare viene dal latino fricare (”strofinare”). Già in latino fricare aveva un uso slanguistico sessuale (nei graffiti di Pompei si trova cunnum fricare). In italiano fregare ha conservato, tra gli altri, il significato volgare di ”possedere sessualmente” / ”fottere”. Lo stesso vale per fregola, che indica l’eccitazione sessuale.
Però oggi, per la maggior parte dei parlanti, il nesso sessuale di fregare è molto più sbiadito rispetto a quello di fottere. ”Me ne frego” suona volgare e sprezzante, ma non evoca immediatamente l’atto sessuale come fa ”Me ne fotto”.
Per curiosità ho pensato ad un parallelismo con il francese. L’espressione ”je m’en fous ”deriva dal verbo volgare foutre, che viene dal latino futuere (”possedere sessualmente una donna”). Il verbo foutre esiste in francese già dal XII secolo. Intorno alla metà del XVII secolo inizia a essere usato in forma pronominale (s’en foutre) con il significato evidente di « non importarsene », « fregarsene », « prendersi gioco di qualcosa ». L’espressione « je m’en fous » è attestata nel XVIII secolo.
Secondo alcune fonti, Luigi XV l’avrebbe pronunciata nel 1746 dopo una sconfitta militare. Nel corso del Settecento era già molto usata nel parlato, anche se nei testi scritti veniva spesso censurata o sostituita perché considerata volgare. Nel tempo il senso sessuale originario si è attenuato e oggi la maggior parte dei francesi la usa semplicemente come equivalente familiare di ”non me ne frega niente”, senza pensarla più come una parolaccia pesante (anche se resta comunque un’espressione piuttosto rozza).
Resta il fatto, tornando alle origini, che i romani erano piuttosto sboccati. Se il latino classico scritto (Cicerone, Cesare, Livio) è generalmente misurato, ma il latino parlato e quello “basso” — soprattutto nei graffiti di Pompei ed Ercolano, negli epigrammi di Catullo e Marziale e nei Priapea — è pieno di termini osceni usati con naturalezza.
Le parole più comuni riguardavano organi e atti sessuali: mentula / verpa: pene (la prima è la più frequente; da qui il siciliano minchia); cunnus: vagina; culus: ano / culo; landica: clitoride (termine considerato particolarmente volgare); colei: testicoli; pedicare: inculare; irrumare: costringere qualcuno a un rapporto orale (ruolo attivo); fellare / fellator: succhiare / succhiatore.
Nei muri di Pompei - che ho visto con i miei occhi - si trovano decine di iscrizioni del tipo: Hic futui (“ho scopato qui”); Festus hic futuit cum sodalibus (“Festo ha scopato qui con gli amici”); Romula cum suo hic fellat et ubique (“Romula lo succhia al suo amato qui e ovunque”); Miximus in lecto. Fateor, peccavimus, hospes; si dices quare, nulla matella fuit (“Abbiamo pisciato a letto. Lo ammetto, ospite, abbiamo sbagliato. Se chiedi perché: non c’era il vaso da notte”).
Anche i poeti usavano lo stesso lessico senza troppi giri di parole. Il carme 16 di Catullo inizia con Pedicabo ego vos et irrumabo (“Vi inculo e vi costringo a succhiare”). Marziale e i graffiti pompeiani ripetono gli stessi verbi e insulti (cinaedus, pathicus, fellator, ecc.).
In sintesi: il latino aveva un vocabolario osceno ricco e diretto, usato sia come insulto sia come semplice descrizione, esattamente come oggi. I graffiti pompeiani sono la prova più concreta che quelle parole non restavano solo nei libri, ma circolavano per le strade.
Che tutto finisca nel dibattito politico passato e presente risulta comunque un segno di imbarbarimento. Avevano ragione tre personalità significative. Indro Montanelli, giornalista e storico dal carattere sagace, che ironizzò sulla presunta virilità e spavalderia del motto osservando come, nella realtà quotidiana degli italiani sotto la dittatura, l'atteggiamento dominante non fosse affatto un'eroica sfida al mondo, bensì la rassegnazione o la cura dei propri interessi minuti. Un ”Me ne frego” come indifferenza opportunistica e disimpegno civile.
Idem Leo Longanesi, maestro dell'ironia e dell'aforisma del Novecento, che del fascismo fu prima sostenitore e poi acuto e corrosivo critico dall'interno. Per lui lo slogan riassumeva perfettamente non la forza del regime, ma il suo vero vizio d'origine: il totale disinteresse per la verità, la cultura e il buon senso.
Anche Giuseppe Prezzolini, intellettuale e fondatore de La Voce, vide nello slogan un difetto storico nazionale: la mancanza di senso dello Stato e la tendenza a farsi gli affari propri dietro uno schermo di esibizionismo verbale.
Tutto trasferibile all’uso odierno delle retorica vannacciana.