Sono stato per la prima volta e con una certa emozione a Ventotene in una specie di pellegrinaggio, come credo sia normale per chi crede e coltiva il federalismo.
Occasione per ricordare a me stesso come i casi della Storia possano far assumere a certi luoghi un significato politico e lo mantengano nel tempo come impronta indelebile.
Il luogo è facile da descrivere: una piccola isola vulcanica nel Tirreno, al largo di Gaeta (Lazio). Lunga circa 3 km e larga al massimo 800 metri, ha una superficie di poco più di 1,5 km² e un profilo basso e ventoso con un mare limpido.
Ventotene è diventato il luogo simbolo del federalismo europeo perché lì, confinati dal regime fascista nel 1941, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni scrissero di nascosto e fra mille accortezze il “Manifesto per un’Europa libera e unita” (poi noto come Manifesto di Ventotene).
Mi si consenta di non dimenticare Ursula Hirschmann (ebrea tedesca, moglie di Eugenio Colorni e in seguito di Altiero Spinelli), che partecipò alle discussioni sull’isola e che portò clandestinamente il testo sul continente (nascosto, secondo le testimonianze, nella fodera di un cappotto o su cartine di sigarette). Così come non va dimenticata Ada Rossi (moglie di Ernesto Rossi) visitava il marito a Ventotene, partecipò ai dibattiti e si occupò della diffusione del testo.
Dimostrazione del carattere liberticida del Fascismo, Ventotene fu luogo di confino di chi avversava il Regime con scelta stupida - come sanno esserlo anche i regimi totalitari più violenti - si creò nell’isola un singolare brodo di coltura democratica nel nome comune del l’antifascismo. Infatti, il confino di Ventotene ospitava una comunità politica molto eterogenea, organizzata di fatto in “camerate” (luoghi fisici veri e propri improvvisamente rasi al suolo anni) dove vivevano gruppi distinti per orientamento ideologico.
C’erano i comunisti, il gruppo più numeroso e organizzato, spesso con una disciplina interna rigida che rispecchiava quella del partito. Si aggiungevano i socialisti, tra cui figure come Sandro Pertini, con proprie articolazioni interne. Poi liberali e i giellisti (Giustizia e Libertà), legati all’azionismo e all’antifascismo di matrice liberaldemocratica. Gli anarchici, presenti ma numericamente minoritari. E i federalisti, cui si deve la popolarità dell’isola, che era in realtà una componente trasversale più che un gruppo a sé: Spinelli veniva da una formazione comunista poi abbandonata, Rossi da Giustizia e Libertà, Colorni dal socialismo (quest’ultimo morì nel maggio del 1944 per un’aggressione fascista, pochi giorni dopo l’assassinio di Chanoux).
Il federalismo europeo nacque proprio dal confronto e dalla rielaborazione critica di queste diverse tradizioni. Insomma, l’idea di un’Europa unita federata avviene paradossalmente non nella libertà, ma nel confino, come risposta ai nazionalismi che avevano portato alla guerra. Questo dà al Manifesto un valore quasi fondativo e non a caso resta un punto di riferimento che attraversa il tempo.
Il testo - che pure contiene qualche ingenuità ideologica frutto dell’epoca e di certe speranze ”rivoluzionarie” - indica nel nazionalismo la causa profonda dei conflitti europei, proponendo una federazione sovranazionale come antidoto strutturale, non solo diplomatico.
Ventotene è ancora oggi un riferimento ricorrente per i movimenti federalisti (dal Movimento Federalista Europeo in poi) e per le istituzioni europee stesse, spesso citata - talvolta più ad uso strumentale che per reali convinzioni - da leader politici come richiamo alle origini “pure” del progetto comunitario.
L’isola diventa una specie di metafora: l’isolamento fisico dei suoi autori è letto simbolicamente come lucidità di visione, la capacità di guardare oltre la contingenza bellica verso un futuro post-nazionale. La presenza in queste ore di tanti giovani, anche di altri Paesi, è un soffio di aria fresca.
A Ventotene ho portato il federalismo valdostano nel nome della Fondation Chanoux che presiedo. Specie ricordando quel documento breve ma incisivo noto come ”Dichiarazione di Chivasso” - che apparve due anni dopo la DIchiarazione di Ventotene - il cui primo valore politico fu la netta denuncia del modello di Stato giacobino, centralista e fascista. Il testo - elaborato da valdostani e valdesi - evidenziò con lucidità come il nazionalismo e l'assimilazione forzata - riassunti nello slogan fascista «Roma Doma» - avessero soffocato le specificità culturali, linguistiche ed economiche delle popolazioni alpine. La risposta era la rifondazione dello Stato in senso democratico e federale, strutturato su base regionale e cantonale in una logica europeista.
Scritta a casa del geometra Edgardo Pons, a Chivasso con Émile Chanoux ed Ernest Page, per la Valle d’Aosta; Giorgio Peyronel, Mario Alberto Rollier, Osvaldo Coïsson e Gustavo Malan, per le Valli Valdesi. Assente ma con contributo scritto, Federico Chabod.
Un suggestivo ponte fra un’isoletta e le nostre montagne con progetti di collaborazione e di gemellaggio in corso e in progettazione nella speranza - difficile da coltivare in questi tempi complicati come quelli attuali - che il federalismo europeo prenda coraggio. E che il federalismo, grande sconfitto nei secoli passati nel dibattito sull’assetto istituzionale dell’Italia che fu solo sfiorato con il regionalismo voluto dalla Costituente, diventi invece una strada da percorrere.
Viviamo una stagione nella quale tornano a crescere nazionalismi, chiusure e nostalgie per una sovranità nazionale concepita come autosufficienza. Ma le grandi questioni del nostro tempo non si fermano ai confini. Sicurezza, difesa, energia, tecnologia, cambiamenti climatici, migrazioni, competizione geopolitica: nessun Paese europeo può affrontarle efficacemente da solo.
Ventotene e Chivasso sono due punti di una stessa mappa ideale, nella quale libertà, autonomia, democrazia e dimensione europea sono essenziali. Messaggi dal passato che dimostrano un metodo applicabile al presente: la politica seria.