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03 set 2026

Il senso del ridicolo: un vaccino per la politica

di Luciano Caveri

Esiste uno strumento politico ed esistenziale formidabile, costantemente sottovalutato e quasi mai presente nei programmi elettorali: il senso del ridicolo.

Si tratta null’altro che un meccanismo di difesa sociale che ci spinge a evitare comportamenti che potrebbero farci apparire ridicoli agli occhi altrui.

Eppure, basterebbe guardarsi intorno per rendersi conto di quanto spesso — anche e soprattutto dove le questioni si fanno più serie — ci sia lo zampino di questa forza invisibile ma inesorabile. Nella vita pubblica, il confine tra la solennità istituzionale e la macchietta è sottile come un foglio di carta velina. E quasi sempre lo si varca senza neppure accorgersene, gonfiando il petto proprio un attimo prima di scivolare sulla più classica delle bucce di banana. La peggiore delle conseguenze non è la caduta rovinosa, ma l’inconsapevolezza del ridicolo.

In politica ci si prende (quasi) sempre troppo sul serio. Si scambia la responsabilità del ruolo con un’aura di infallibilità, l'autorevolezza con la rigidità e la comunicazione con il verbo definitivo. Prendere un po' di distanza dal "palazzo" — concedersi un periodo di osservazione dall'esterno, una sorta di salutare anno sabbatico del pensiero che magari durerà sine die — regala un beneficio inestimabile: la prospettiva. Visti da fuori, certi rituali quotidiani, certe posture e certe battaglie di posizione rivelano la loro natura per quello che sono davvero: dinamiche grottesche e autoreferenziali.

In questo senso, l'esame di coscienza diventa un esercizio quotidiano di sopravvivenza intellettuale. Come ricordava Immanuel Kant, «la critica della ragione conduce alla conoscenza di sé»: senza un'onesta autocritica non esiste maturità, ma solo ostinazione. Dopotutto, aveva ragione Bertrand Russell quando osservava con amara lucidità che «uno dei sintomi dell'avvicinarsi di un esaurimento nervoso è la convinzione che il proprio lavoro sia tremendamente importante». E in politica, di questa "importanza" presunta e pervasiva, si rischia spesso di intossicarsi.

Nelle piccole comunità, certa amplificazione degli ego rischia di essere ancora più evidente. Penso a certe ambizioni senza visione, ad alchimie di palazzo perditempo, a solennità in un bicchiere d’acqua, a ruoli apicali conquistati senza merito. Ed è qui che il senso del ridicolo dovrebbe agire come un vero e proprio vaccino culturale. Una salutare somministrazione periodica di autocritica immunizzerebbe contro la presunzione, eviterebbe figuracce memorabili e ridimensionerebbe certe personalità che tendono - come i famosi palloni gonfiati - a ingrandirsi fino a scoppiare.

Insomma: imparare a ridere di sé è il modo più efficace per non farsi ridere dietro dagli altri. Non si tratta di dissacrare le istituzioni né di cedere al cinismo. Al contrario: la politica è una cosa maledettamente seria, ed è proprio per questo che merita di essere liberata da certe sue caricature o storture.

Saper ridere — e soprattutto saper ridere di sé stessi — è la massima espressione di libertà intellettuale. Lo scriveva Umberto Eco: «Il riso è il vaccino contro la stupidità e il fanatismo». Gli faceva eco Victor Hugo, ricordando che «la risata è il sole che scaccia l'inverno dal volto umano».

Coltivare la capacità di cogliere il lato comico o assurdo delle situazioni serve a restare piantati per terra. Insegna che i ruoli sono temporanei, le cariche sono funzioni e non titoli nobiliari, e la stima altrui non la si impone con la pomposità, ma la si guadagna con la sostanza.

In fondo, un'iniezione di sana ironia non ha mai fatto male a nessuno. E chissà che, tra una risata discreta e un esame di coscienza, non si riesca a restituire un po' di genuina dignità a tutto il resto a vantaggio, per altro, della insostituibile democrazia.