Tra le tante figure che popolano il dibattito pubblico, ce n’è una che merita un’attenzione particolare, non tanto per la sua rumorosità che spesso è tonante, quanto per il danno che produce: il fazioso.
Il fazioso non è semplicemente - come spesso lui stesso pensa di sé - una persona con idee forti. Avere convinzioni salde, anche radicali, è legittimo e spesso è la benzina del confronto politico. Il fazioso è qualcosa di diverso: è chi ha trasformato la propria opinione in un recinto, dentro il quale si sente al sicuro e fuori dal quale vede solo nemici.
Per lui chi non condivide la sua visione non ha semplicemente torto: è in malafede, è pericoloso, è “brutto e cattivo”. Non esiste un avversario con cui discutere, esiste solo uno fuori dal proprio perimetro da smascherare o da ridicolizzare. Il dialogo, in questa cornice, perde senso: a che serve parlare con chi è già stato giudicato indegno di essere un interlocutore.
La democrazia si regge su un’idea semplice ma esigente: il potere si legittima attraverso il confronto tra posizioni diverse, la ricerca di compromessi, l’accettazione che la maggioranza di oggi può essere la minoranza di domani. Tutto questo presuppone che l’avversario resti un interlocutore, non diventi un nemico assoluto.
Quando il fazioso prevale, questo meccanismo si inceppa. Il dibattito pubblico si trasforma in una sequenza di monologhi paralleli, in cui ciascuno parla alla propria bolla e usa l’altro solo come bersaglio polemico. Le istituzioni che dovrebbero mediare tra posizioni diverse — parlamenti, media, spazi di discussione — vengono percepite come arene di guerra anziché luoghi di composizione dei conflitti.
C’è poi un effetto più sottile: la faziosità tende ad autoalimentarsi. Più una parte si chiude nella propria bolla, più l’altra si sente legittimata a fare lo stesso, in una spirale che allontana progressivamente le posizioni e rende sempre più difficile trovare un terreno comune.
Il tema della chiusura mentale e del fanatismo ha attraversato il pensiero di molti autori, che ne hanno colto sfumature diverse. Winston Churchill definiva il fanatico come colui che non riesce a cambiare idea né è disposto a cambiare discorso — una definizione fulminante che coglie proprio l’incapacità di mettersi in discussione tipica del fazioso.
Bertrand Russell, da par suo, metteva l’accento sul rapporto tra certezza e intelligenza: è opinione diffusa, spesso attribuita al filosofo britannico, che il problema dell’umanità sia la sicurezza granitica degli sciocchi contrapposta ai dubbi costanti delle persone più sagge. È un’immagine che ribalta il senso comune: non è la fermezza a essere segno di forza intellettuale, ma la capacità di dubitare.
Anche il filosofo Karl Popper ha offerto uno strumento concettuale utile: il celebre “paradosso della tolleranza”, secondo cui una società aperta, per sopravvivere, non può tollerare illimitatamente chi rifiuta a priori le regole del confronto e mira a distruggerlo. È un paradosso che aiuta a distinguere il fazioso “semplice” — chiuso ma non violento — da chi usa la chiusura come arma per demolire lo spazio stesso del dialogo democratico. Tipo gli antagonisti che usano le piazze solo per violenze e eccessi.
Infine, vale la pena ricordare l’argomento centrale che John Stuart Mill sviluppò nel suo saggio sulla libertà: anche quando siamo convinti di avere ragione, ascoltare le posizioni contrarie resta indispensabile, perché è proprio nel confronto con l’errore altrui — o presunto tale — che una convinzione vera si rafforza e si comprende fino in fondo. Chi si sottrae a questo confronto, per Mill, finisce per possedere un’opinione come un pregiudizio morto, non come una verità viva.
Vale la pena sottolineare che la faziosità non è appannaggio di uno schieramento particolare. Si manifesta a destra come a sinistra, tra i sostenitori di ogni causa, in ogni epoca storica. Il meccanismo psicologico è identico: la propria appartenenza diventa identità, e mettere in discussione le proprie posizioni equivale a mettere in discussione se stessi. Da qui la chiusura, la difesa a oltranza, il rifiuto del dubbio, che è ciò che consente un confronto onesto con chi la pensa diversamente.
Il fazioso non è un mostro (ne ho conosciuti alcuni che alla fine mi facevano pena), ma è una persona che cade vittima della tentazione di semplificare il mondo dividendolo tra chi ha ragione (noi) e chi ha torto (gli altri).
Per tenere in vita la democrazia bisogna vigilare anche sul diavoletto che c’è in noi per evitare di cascare nella faziosità.