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28 lug 2026

Le tre scimmie che abbiamo capito al contrario

di Luciano Caveri

In questo mondo globalizzato nel confronto fra culture si rischia di cadere in quanto ben esplicitato in un motto piemontese Ciòca për bròca: Ciòca = campana e Bròca = chiodo, che vuol dire scambiare il suono o la figura di una campana con quella di un chiodo. Due cose che non c'entrano nulla l'una con l'altra.

Mi veniva in mente pensando alle famose tre scimmie sagge 🙈 🙉 🙊 , di cui mostro gli emoj. Una caso di scuola di come l’Occidente abbia capovolto un simbolo orientale.

Chiunque conosca l’immagine delle tre scimmie — una con le mani sugli occhi, una sulle orecchie, una sulla bocca — la associa quasi automaticamente a un significato preciso: l’omertà. “Fare le tre scimmiette” significa, nel linguaggio comune anche in Italia, ignorare deliberatamente un torto, tacere per convenienza, voltarsi dall’altra parte davanti a un’ingiustizia. È un’accusa, quasi sempre rivolta a chi non si assume le proprie responsabilità morali o sociali.

C’è un problema: questo non è il significato che le tre scimmie avevano nella cultura che le ha create. È una lettura tutta occidentale, sovrapposta a un simbolo che nasce con un’intenzione quasi opposta.

Le tre scimmie non sono un’astrazione folkloristica indefinita: hanno nomi, un’origine geografica e persino una data. Si chiamano Mizaru (見猿, chi non vede), Kikazaru (聞か猿, chi non sente) e Iwazaru (言わ猿, chi non parla), e la loro raffigurazione più celebre è scolpita su un pannello ligneo della scuderia sacra del santuario Tōshō-gū a Nikkō, in Giappone, costruito intorno al 1617 come mausoleo dello shogun Tokugawa Ieyasu.

Il gioco linguistico è parte integrante del simbolo: in giapponese il suffisso negativo -zaru suona identico a saru, “scimmia”, dando vita a un calembrour che ha reso l’immagine memorabile e diffusibile ben oltre il suo contenuto dottrinale.

Le radici del concetto sono molto più antiche del santuario di Nikkō. Il principio arrivò in Giappone dall’India o dalla Cina, probabilmente nell’VIII secolo, attraverso il buddhismo Tendai, e si intrecciò con il culto popolare Kōshin, di origine taoista con innesti shintoisti. Sono stato in Giappone e ho capito di come mischino fra loro le religioni senza troppe difficoltà.

Nella tradizione Kōshin, si credeva che nel corpo di ogni persona vivessero i Sanshi, tre spiriti che ogni sessanta giorni, durante la notte di veglia rituale, salivano al cielo per riferire alle divinità le colpe commesse dall’ospite che abitavano. Le scimmie, coprendo occhi, orecchie e bocca, impedivano ai Sanshi di vedere, sentire e raccontare il male compiuto, proteggendo così la persona dalla punizione divina.

Attenzione: non è affatto la negazione della realtà o l’indifferenza verso l’ingiustizia altrui. La scimmia che si copre gli occhi non sta ignorando un crimine altrui: sta scegliendo di non nutrire la propria mente con il male, allo stesso modo in cui un praticante buddhista eviterebbe di alimentare pensieri di rabbia o desiderio. Idem per le altre scimmie!

Quando l’immagine arrivò in Occidente — complice la sua forza visiva immediata e la sua trasportabilità come souvenir, gadget, meme — il contesto religioso e filosofico che la sosteneva si è perso quasi del tutto. È rimasta la forma, si è smarrito il contenuto. E la forma, spogliata della cornice buddhista-taoista, si prestava perfettamente a un’altra lettura, coerente con una sensibilità culturale diversa.

La cultura occidentale, storicamente, tende a inquadrare la moralità in termini di responsabilità sociale: un’azione o un’omissione si giudicano soprattutto per le loro conseguenze sugli altri e per il dovere civico di intervenire o denunciare. In questa griglia di lettura, “non vedere, non sentire, non parlare” non può che apparire come un atto di omissione colpevole: chi si tappa gli occhi davanti a un abuso lo sta implicitamente permettendo. Da qui la scivolata semantica verso l’omertà, l’ipocrisia, la complicità, significati assenti nell’originale, ma perfettamente sensati se letti attraverso una lente etica costruita sul concetto di responsabilità verso il prossimo, anziché sulla disciplina interiore verso se stessi.

È un caso da manuale di quello che gli antropologi chiamano traduzione culturale: un simbolo migra da un contesto all’altro conservando la sua iconografia ma cambiando pelle semantica, piegandosi alle categorie morali della cultura che lo accoglie.

Un cortocircuito che si richiude su se stesso e che sta contaminando in Giappone stesso: la lettura “occidentale” delle tre scimmie come simbolo di omertà è diventata talmente pervasiva da sovrapporsi, anche nel paese d’origine, al significato religioso originario.