Che noi si viva di emozioni non è una grande scoperta.
Vien da sorridere ad usare un esempio semplice ma efficace: le emozioni sono il motore, ma non il volante. Ci danno l’energia e la direzione istintiva; tocca a noi (o alla nostra parte riflessiva) guidarle. Come esseri umani, siamo proprio questa tensione meravigliosa tra passione e ragione.
Aristotele lo aveva già capito: la virtù non è assenza di emozioni, ma emozione nel momento giusto, nella misura giusta, verso la persona giusta e ciò dipende naturalmente dai momenti e dalla situazioni. Ogni tanto il volante di fatto o non ce l’abbiamo noi in mano o finiamo appunto fuori strada perché non lo manovriamo in modo appropriato.
Ne ha scritto Robert Plutchik, celebre psicologo americano. Secondo lui, gelosia e invidia non sono sentimenti semplici, originari, ma nascono dall’incontro di emozioni più elementari, un po’ come accade con i colori: nessuno nasce “verde”, il verde è sempre il risultato di un giallo e un blu che si fondono.
Allo stesso modo, questi due sentimenti così spesso confusi tra loro sono in realtà miscele diverse di paura, rabbia e tristezza. La gelosia nasce quando la paura di perdere qualcosa che ci appartiene si mescola alla rabbia verso chi minaccia di sottrarcelo. È un sentimento rivolto verso l’esterno e verso il futuro: teme una perdita che potrebbe ancora avvenire, e per questo tiene sempre un occhio puntato sul rivale. C’è, in fondo, un possesso da difendere, e la paura di doverlo lasciare andare.
L’invidia, invece, non guarda a un possesso minacciato, ma a un possesso mai avuto. Qui la rabbia si intreccia non con la paura, ma con la tristezza: la tristezza per una mancanza già presente, per qualcosa che l’altro ha e che a noi manca. Non c’è nulla da perdere, perché non si è mai posseduto nulla; c’è solo da sopportare il peso di un confronto che pende a nostro sfavore.
Ed è proprio questa differenza di ingrediente, paura da una parte, tristezza dall’altra, a spiegare perché i due sentimenti, pur nascendo da radici diverse, vengano così spesso scambiati l’uno per l’altro: condividono la stessa rabbia di fondo, ma la accompagnano con un’emozione diversa, che ne determina il colore e il sapore.
Leggo su Internazionale un approfondimento di Anna van den Breemer sul giornale olandese de Volkskrant, Paesi Bassi una riflessione che indica una utile sottigliezza: ”Gli esperti distinguono tra invidia benigna e maligna. Nel primo caso (benign envy) il successo altrui diventa uno stimolo a migliorarsi. “Si prende l’altro come modello”, spiega la psicologa Pieternel Dijkstra, autrice del libro ”Gelosia. Come gestire questo sentimento”. Per esempio, se un’amica è in ottima forma, può diventare uno stimolo ad allenarsi più spesso. L’invidia maligna (malicious envy) si spinge oltre: è quando non si vuole che l’altra persona abbia successo. “In questa variante il divario appare impossibile da colmare”, dice Dijkstra. “Per esempio quando un’amica ha un fisico migliore del tuo e tu hai la sensazione che, per quanto possa impegnarti, non riuscirai mai a raggiungere lo stesso risultato”. A quel punto può nascere il desiderio di sminuirla, magari parlando male di lei o minimizzando i suoi successi. Se un amico è bravo a tennis ma a te quello sport non interessa, probabilmente non proverai invidia. “In quel caso il suo talento non mette in discussione l’immagine che hai di te stesso” ”.
Ognuno - io penso a cosa capita in politica e nel giornalismo - può misurare queste riflessioni con il proprio ambiente.
Ma ecco la gelosia: ”Quando si parla di gelosia, invece, si pensa subito a comportamenti manipolatori o a una coppia che litiga a una festa. Ma c’è di più: questo sentimento funziona anche come utile segnale d’allarme. “Dal punto di vista evolutivo, ha una funzione importante”, dice Massar. “Serve a proteggere una relazione. Spinge ad agire quando qualcuno percepisce una minaccia dall’esterno”. Le persone valutano in modo automatico e inconsapevole i possibili rivali in amore, ha concluso Massar durante il suo dottorato di ricerca. Inoltre, si è visto che le cause scatenanti della gelosia sono diverse per le donne e per gli uomini. In un esperimento, alle donne è stata mostrata per una frazione di secondo una fotografia di un viso femminile, e poi hanno dovuto leggere la descrizione di una scena in cui un uomo e una donna flirtano a una festa.Le donne che, senza rendersene conto, avevano visto il viso di una donna attraente, riferivano di aver provato più gelosia rispetto a quelle che avevano visto il volto di una donna meno attraente. Negli uomini, invece, un bel viso maschile non ha provocato alcuna gelosia, ma un fisico muscoloso sì. Una leggera forma di gelosia può anche avere un effetto positivo. “È il segno che quella relazione è importante per te”, spiega Massar. Spesso le persone hanno paura che il loro partner le consideri deboli se ammettono di essere gelose. “Mentre parlarne può essere d’aiuto” ”.
Ovvio che ognuno filtri tutto questo rispetto ai propri parametri ed è forse utile una ultima annotazione dell’autrice: ”Chi prende in considerazione solo i traguardi raggiunti dagli altri rischia di allontanarsi dai propri obiettivi, ritrovandosi a desiderare l’auto sportiva del vicino o magari un viaggio intorno al mondo. “Invece bisogna riuscire a concentrarsi sul proprio percorso”, dice Dijkstra. In psicologia questo fenomeno si chiama confronto temporale: non ci si paragona agli altri, ma a una versione precedente di se stessi. “A che punto ero un anno fa? Che passi avanti ho fatto da allora? E dove voglio arrivare?”. Così si sposta l’attenzione dalla competizione alla crescita personale”.
Può essere. Mi sembra in fondo più pericolosa e bastano due autorevoli riferimenti, che sono meglio di tanti trattati sul tema. Come dice Iago nell’Otello di Shakespeare, è ”il mostro dagli occhi verdi che si fa beffe della carne di cui si nutre”. Ricordo che è proprio Iago a scatenare quel mostro in Otello, che uccide la moglie e poi si suicida per pentimento.
La gelosia ha bisogno di prove reali: si alimenta di dubbi, immaginazioni, sospetti. Divora chi la vive e si macera prima ancora di colpire l’altro. Proust la descrive come un ”bisogno ansioso, torturante” di possesso esclusivo, che trasforma la persona amata in un oggetto da controllare, fino a soffocarla o a soffocare se stessi.
I grandi classici, motore della cultura umanistica, dovrebbero servire ad aprirci gli occhi e ad evitare tante brutture che costellano purtroppo la cronaca nera, specie con l’orrore dei femminicidi.