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07 lug 2026

La lezione della Norvegia di Haaland

di Luciano Caveri

Seguo ormai poco il Calcio. Ci sono cose che non capisco e certi periodici scandali - di cui l’Italia è ricca - mi hanno allontanato, dopo aver avuto passioni in passato sin da bambino con figurine Panini e ”Tutto il calcio minuto per minuto”.

I Mondiali in corso li ho seguiti da distante e l’amicizia fra Trump e Infantino (autocrati entrambi), uno Presidente degli States e l’altro della FIFA, mi hanno schifato. Ultimo episodio: un annullamento di una sanzione ad un calciatore statunitense per far piacere alla Casa Bianca.

A riconciliarmi con la vita, la scoperta (almeno per me a causa dell’appena spiegato astensionismo) della squadra norvegese - per cui ora tengo - e di quel fenomeno di Erling Braut Haaland, di cui sono andato a leggere la biografia dopo le sue performance, in ultimo l’eliminazione del Brasile dai Mondiali.

Alto 195 cm, Haaland unisce una struttura fisica dominante a un senso del gol quasi geometrico: si muove poco, ma nel momento giusto. Gli osservatori lo descrivono come un attaccante “vecchio stile” nell’essenzialità del gesto, ma allenato con metodi di preparazione atletica e mentale estremamente moderni.

Così dicono gli esperti e a me colpisce come segna in modo talvolta incredibile e ho visto anche un suo apprezzabile tratto umano in alcuni filmati con i tifosi e gli avversari, che mostrano come sia un colosso dal cuore gentile. Anche se ovviamente si sa far rispettare in campo.

È ben diverso da certi calciatori italiani che si sono montati la testa, credendosi chissà chi e conseguenza di questa sicumera è - fra le altre ragioni - l’ennesima assenza degli azzurri dal Mondiale. Una sconfitta da Waterloo per un Paese che vive di calcio. Haaland dovrebbe essere preso come modello di comportamento da certi cretinetti.

Mi ha fatto morire e ho fatto qualche ricerchina il fatto che i norvegesi festeggino le vittorie mimando in gruppo i gesti dei vogatori anche nelle situazioni più assurde e divertenti. Su chiama “Viking Row” ed è diventato il fenomeno virale dei Mondiali 2026, ma la sua origine è molto recente e informale, non un rito antico come si potrebbe pensare.

L’idea è di un tifoso norvegese — un insegnante di nome Ole Frøystad — che l’aveva proposta già a marzo, prima del Mondiale, al gruppo di supporter “Oljeberget”. Cercava un coro semplice, di forte impatto visivo e con un legame culturale immediato. Il gesto: seduti, si mima il movimento di remare al ritmo di un tamburo, gridando in coro “Ro!” (che in norvegese significa proprio “remate”).

Il richiamo è esplicito alle navi vichinghe a remi (i drakkar): l’idea è che i tifosi, remando insieme, diventino “un equipaggio” — parole usate proprio da Ødegaard per descrivere la sensazione. È un modo per collegare l’exploit calcistico (la Norvegia è tornata ai Mondiali dopo quasi tre decenni) a un immaginario storico di conquista e avventura per mare, molto sentito nell’identità nazionale norvegese di cui parlavamo prima.

A dimostrazione che anche le cose più simpatiche possono avere una piccola codq avvelenata, alcuni storici svedesi hanno fatto notare un’imprecisione: sarebbero stati i vichinghi orientali (più legati all’area svedese) a usare imbarcazioni a remi per la navigazione costiera e fluviale, mentre i vichinghi occidentali norvegesi erano piuttosto celebri per la navigazione transatlantica a vela. Un dettaglio che, comunque, non ha minimamente frenato l’entusiasmo popolare.

Personalmente vogherò sul divano davanti alla TV, inneggiando alla Norvegia.