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05 lug 2026

Charles Aznavour: la lezione della doppia appartenenza

di Luciano Caveri

Ho visto in televisione il film intitolato ”Monsieur Aznavour”, dedicato alla vita di Charles Aznavour, il leggendario cantante, cantautore e attore franco-armeno.

Il film ripercorre la straordinaria ascesa di Charles Aznavour, figlio di immigrati armeni in Francia, fuggiti per scampare alle conseguenze delle persecuzioni e del genocidio armeno. Mi riferisco allo sterminio sistematico e alla deportazione forzata della popolazione armena residente nell'Impero Ottomano, orchestrato dal governo dei Giovani Turchi, tragedia della Storia.

Il vero nome di Aznavour era Shahnourh Varinag Aznavourian Il film si dipana dalla difficile infanzia a Parigi fino al successo internazionale sino alla morte a 94 anni. Nonostante la voce “rauca”, la statura minuta e le origini umili, Aznavour divenne uno degli artisti più amati di Francia (spesso chiamato “il Frank Sinatra francese”), grazie a tenacia, talento e determinazione. Il racconto mescola momenti intimi della vita privata, successi, fallimenti e l’amore per la musica.

Straordinario il protagonista, Tahar Rahim (nato il 4 luglio 1981 a Belfort, Francia), uno dei più talentuosi e versatili attori francesi contemporanei, di origini algerine. Chi, come me, ha sempre seguito e ascoltato Aznavour non poteva non ammirare la sua interpretazione.

Aznavour è probabilmente il caso più riuscito di doppia appartenenza del Novecento europeo, e lo diceva lui stesso con una frase perfetta: “Io sono armeno al cento per cento e sono francese al cento per cento. Ho due culture, quella del cuore e dell’anima è armena, quella della scuola e del sapere è francese. Non mischio mai le due, ognuna resta un cento per cento”.

Non integrazione come diluizione, quindi, ma come compresenza piena di due identità. Penso che sia un tema di straordinaria modernità, che vale una descrizione. Il film ricorda la sua formazione nelle feste della comunità armena, l’uso della lingua materna, momenti lieti come un matrimonio e tristi come un funerale con rito liturgico proprio della Chiesa Apostolica Armena.

Ribadisco: Aznavour era già nato a Parigi nel 1924, ma con l’impronta familiare sempre mantenuta.

Un dettaglio poco noto, che si vede nel film: durante l’occupazione nazista, la famiglia Aznavourian nascose undici ebrei nelle tre stanze della propria casa, salvandoli dalla deportazione: un gesto che dice molto sui valori trasmessi e la scelta dei suoi di essere partecipi alla società in cui vivevano, senza tagliare le radici delle proprie origini.

Il percorso francese è quello classico del talento puro: scoperto da Édith Piaf da ragazzino, arriva al successo nel 1955 all’Olympia dopo anni di porte chiuse, poi oltre 1.200 canzoni incise, film con Truffaut, funerali di Stato nel 2018 con l’elogio del Emmanuel Macron che lo definì uno dei volti più importanti della Francia e disse: ”En France, les poètes ne meurent jamais”.

Come ha mantenuto e agito il legame originario armeno è facile da ricordare. Nel 1988, dopo il devastante terremoto in Armenia (allora repubblica sovietica, oltre 25.000 morti), fonda la fondazione “Aznavour pour l’Arménie” e scrive Pour toi Arménie, incisa da decine di artisti francesi, con i proventi devoluti interamente ai terremotati

Nel 1994, durante il conflitto del Nagorno-Karabakh, organizza a proprie spese un ponte aereo privato per portare in Occidente migliaia di armeni in fuga, senza pubblicizzarlo Nel 1995 diventa ambasciatore itinerante dell’Armenia presso l’UNESCO.

Nel 2008-2009 ottiene la cittadinanza armena e viene nominato ambasciatore dell’Armenia in Svizzera, poi rappresentante permanente presso l’ONU a Ginevra Si è sempre battuto per il già citato riconoscimento internazionale del genocidio armeno, anche con canzoni esplicite come Ils sont tombés.

Il risultato è illuminante: la Francia gli ha reso l’onore supremo (Legion d’Onore, funerale di Stato a Les Invalides), mentre l’Armenia lo ha trattato da eroe nazionale, con piazze e un museo a Erevan e una statua a Gyumri, la città più colpita dal sisma.

Avrebbe sofferto molto della recente perdita del Nagorno-Karabakh causata dall’Azerbaigian per sue conseguenze profonde per l’identità, la sicurezza e il futuro del popolo armeno.

La chiave della sua doppia cultura là si capiva, quando ricordava di non aver mai vissuto le due identità come alternative, ma come due realtà complementari che lo arricchivano, essendo presenti nel suo cuore e nella sua memoria.

È un modello di integrazione che non chiede di scegliere, e che anzi trasforma certi legami in una risorsa concreta senza mai diventare contrapposti o alternativi.

Ricorda molto l’emigrazione valdostana, pur meno drammatica nelle sue ragioni ed origini. Diventare cittadini modello di altri Paesi del mondo senza mai spezzare il legame con la Valle d’Aosta, almeno sino a quando - con il passare delle generazioni- questo può essere naturale che avvenga.

Mi piace segnalarlo contro modelli di contrapposizione che si manifestano oggi in Occidente con fenomeni migratori che scelgono di non integrarsi con chi li accoglie, creando società parallele di fatto chiuse al dialogo se non persino antagoniste.

Deve, invece, esistere una logica di patto civico bilaterale. Da un lato, lo Stato ospitante si impegna a garantire i diritti fondamentali (libertà di espressione, di culto, parità di genere accesso alla giustizia, alla salute, all'istruzione, al lavoro).

Dall'altro, a chi sceglie di vivere in un nuovo Paese va richiesto il rispetto rigoroso di quei medesimi doveri costituzionali e delle leggi che regolano la convivenza civile. Diritti e doveri: semplice!