Quando i giornali ospitavano con continuità interventi scritti di intellettuali vari, oggi costretti a partecipare a talk show litigiosi che sembrano null’altro che pollai rumorosi, nascevano definizioni che sono entrate nel linguaggio comune, arricchendolo.
Penso a Pierpaolo Pasolini che, ovviamente anche con libri e film, coniò e rese popolari diverse espressioni e metafore che sono entrate stabilmente nel lessico italiano contemporaneo, soprattutto nel dibattito politico, culturale e giornalistico. Non sempre si tratta di neologismi puri (parole inventate ex novo), ma di usi metaforici o estensioni semantiche che ha reso iconici e corrosivi.
Ricordo l’immagine riguardante “ la scomparsa delle lucciole”, usata sul Corriere della Sera nel 1975. Partendo da una sparizione realmente in corso di quegli insetti luminescenti, trasferiva l’evento come metafora del cambiamento antropologico epocale tra gli anni ’50 e ’60.
Tema interessantissimo anche per la Valle d’Aosta e basta leggere lo Statuto di autonomia del 1948 per trovare vasta eco di un mondo ancora fortemente contadino, a tratti preindustriale, stravolto dall’avvento del consumismo e dall’omologazione della società. Fenomeno che Pasolini trasferiva in modo fattuale sul cambio profondo della cultura del suo Friuli di origine.
e lo faceva anche con la parola “omologazione” o ”processo di omologazione”. Serviva a descrivere la standardizzazione culturale imposta dalla società dei consumi, dalla televisione e dal capitalismo: tutti diventano uguali, perdono identità, dialetti, tradizioni, usi e costumi.
Scenario che oggi sembra accelerarsi in quella sorta di informe e spiazzante ”melting pot” che non crea affatto nuove e omogenee identità, ma sradica culture millenarie, sostituite da un intruglio che livella tutto in una globalizzazione da “pensiero unico”. Parlando di “genocidio culturale” o ”degradazione antropologica degli italiani“, Pasolini fotografava in modo visionario uno dei difetti che oggi ha assunto un fenomeno globale al tempo del Web e dei suoi prodotti plurimi.
Impressionante, nello stesso filone, l’espressione brutale di “fascismo del consumismo”, che Pasolini usava per descrivere un fenomeno non più retorico e violento come quello mussoliniano, ma pragmatico, edonistico e omologante: basato sul benessere, sulla permissività apparente e sul potere dei consumi.
Si deve sempre a lui lo sdoganamento del termine ”il Palazzo” (o “dentro il Palazzo”) come metafora critica del potere costituito, della classe dirigente, del sistema politico-burocratico e mediatico italiano, spesso visto come un’entità autoreferenziale.
”Solo ciò che avviene dentro il Palazzo pare degno di attenzione”: Pasolini contrappone il Palazzo (il potere ufficiale, i partiti, i media, gli intellettuali organici) alla realtà del Paese reale. Capisco il rischio che una riflessione seria possa essere usata come benzina per populismo e demagogia, ma non era quello il significato originario.
Anzi, sono elementi di riflessione importanti e che, senza usarli come feticci, servono a far capire il perché va contrastata l’inedia nei confronti della politica come elemento insiti nei diritti di cittadinanza, diventando un dovere.
Vien da dire che la politica non ammette vuoti. Nella fisica aristotelica e poi nella fluidodinamica, si osserva che se crei un vuoto in un contenitore, l'ambiente circostante spingerà immediatamente un fluido (aria o liquido) a occupare quello spazio.
In politica funziona esattamente così: se tu decidi di non occupare il "tuo" spazio (non votando, non partecipando, non esprimendo un'opinione), quello spazio non scompare. Poiché il potere è gestione di interessi, ci sarà sempre qualcun altro pronto a espandersi per occupare il volume che hai lasciato libero.
Ed è bene ricordare quanto le decisioni politiche occupino ogni ambito della vita quotidiana. Se una forza politica si ritira (l'assente), la forza rimanente si modella immediatamente sulla nuova forma del "contenitore" sociale, spesso senza incontrare resistenza.
Se sei assente (per protesta, pigrizia o sfiducia), firmi una delega in bianco a chi invece partecipa.
In sostanza il primo dovere di chi vuole influire sulle sorti del mondo su temi piccoli e di prossimità o su grandi temi