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07 apr 2026

Invecchiare: la verità che ci riguarda

di Luciano Caveri

Uno può fare il furbo (si fa per dire…), ma è evidente che certo giovanilismo non regge più di tanto di fronte alla sorte comune dell’invecchiamento e alle lusinghe di chi ti dice ”ti vedo in gran forma”.

Io, fra i molti pensieri sull’invecchiamento, ne prediligo due. Il primo sintetizza una piacevole ovvietà: ”Invecchiare è ancora il solo mezzo che si sia trovato per vivere a lungo. (Charles Augustin De Sainte Beuve)

Il secondo accondiscende il mio animo montanaro: “Si sale su per il monte verdeggiante della vita per andare a morire sul ghiacciaio”. (Johann Paul Friedrich Richter)

Ci pensavo per tre ragioni.

La prima è l’ovvietà: certe festività da calendario - come la Pasqua di ieri - ti trascinano ineluttabilmente al pensiero dei genitori, ricordandoli da vivi per i ricordi che per fortuna si depositano dentro di noi.

La seconda: è una specie di triste epidemia, che - ovviamente per ragioni di età - mi sta strappando, con la morte di persone care o note, molti di loro e questo crea pensieri.

La terza è una lettura fugace di un pensiero istantaneo come può essere un breve testo su X di una canadese, Yvan Thériault, che traduco dal francese.

Eccolo: “Mio padre, che oggi ha 83 anni, mi ha chiesto tre volte in cinque minuti che uccello fosse quello posato sulla recinzione. Irritato, gli ho risposto bruscamente. Qualche istante dopo, è tornato con un vecchio taccuino di cuoio e me lo ha porto. All’interno, ho scoperto le sue parole scritte decenni fa:

«Oggi il mio bambino mi ha chiesto 27 volte: "Papà, cos'è questo?". Ogni volta gli ho risposto con un sorriso e un bacio sulla testa. È stata una giornata perfetta.» Quel bambino ero io.

E mio padre mi aveva risposto con pazienza, amore e gioia. Eppure, eccomi qui oggi a considerare la sua memoria che svanisce come un fastidio.

La lezione mi ha colpito dritto al cuore: i nostri genitori ci hanno sostenuti attraverso ogni domanda, ogni capriccio, ogni notte insonne. Quando invecchiano, ciò di cui hanno più bisogno non sono né regali né denaro, ma la nostra pazienza, il nostro tempo e il nostro amore.

Un giorno anche noi saremo seduti su quella sedia a dondolo, sperando di ricevere la stessa dolcezza che ci è stata offerta un tempo”.

È una riflessione potente che ci ricorda quanto sia prezioso il tempo che passiamo con chi amiamo, specialmente quando i ruoli iniziano a invertirsi.

Ma è anche un potente tema politico, che dipende anche nella piccola Valle d’Aosta dove vivo da una tendenza netta in tutto l’Occidente.

Si incrocia al tema della crisi delle nascite e al contemporaneo allungamento della vita delle persone.

Un invecchiamento della società che vediamo da tempo e crea problemi seri in cui incappano molte famiglie e, per peggio ancora, le persone sole.

Siamo in tanti, compresi mio fratello ed io, ad esserci trovati di fronte a genitori molto anziani (che nel frattempo ci hanno lasciati) e ogni giorno incontro qualcuno che vive ora la situazione analoga.

Ci si trova di fronte a situazioni problemi simili: capire cosa fare con chi ci accudito da bambini, quando sono loro ad aver bisogno in uno stato quasi sempre di crescente fragilità.

Ci sono luoghi dove il Welfare funziona, ma si trova sempre più assillato da numeri crescenti e vi sono percorsi che vanno fatti comunque da soli.

Penso alla ricerca delle badanti, alla scelta di strutture quando stare a casa non è più possibile e il pubblico spesso non riesce a star dietro ai numeri neppure con strutture private in convenzione.

Ma penso anche ai problemi psicologici più grandi di noi figli, quando si debbono accompagnare i genitori a scelte non facili rispetto alle loro abitudini, talvolta con stati mentali in difficoltà.

Fra le tante emergenze attuali, questo resta un argomento politico che colpisce a fondo i nostri sentimenti.