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04 apr 2026

Il futuro della Lega tra scenari e curiosità

di Luciano Caveri

Seguo con curiosità il destino della Lega.

Non tanto per quel che capita in Valle d’Aosta, pur conoscendo bene la storia dipanatasi sin dalle origini con l’Union Valdôtaine e le vicende della rappresentanza in Consiglio regionale e i suoi mutamenti, quanto per che cosa potrà capitare in futuro sullo scenario nazionale.

Il dopo Bossi, inteso ormai non solo come il suo allontanamento dal vertice ma anche per una sua morte dal valore simbolico, ha cambiato il DNA del Movimento e ci si domanda cosa capiterà in futuro con i Presidenti delle Regioni del Nord che da tempo annunciano (e ho qualche notizia diretta sul punto) una uscita dal salvinismo.

La squadra è varia: dal lombardo Attilio Fontana al veneto Alberto Stefani (ma l’uomo di una fantomatica Lega del Mord sarebbe il suo predecessore Luca Zaia), dal friulano Massimiliano Fedriga al Trentino Maurizio Fugatti.

Uno degli studiosi della Lega è stato Ilvo Diamanti e ha scritto un articolo interessante uscito su La Repubblica che così esordisce: ”Con Umberto Bossi se n'è andato definitivamente un modello di partito che ha caratterizzato e attraversato l'Italia (del nord) negli anni 80. Fondato sui legami con la storia, la società e il territorio. Un soggetto politico che ha utilizzato e rafforzato, a proprio favore, le radici storiche del principale partito di governo, locale e nazionale, della prima Repubblica. La Democrazia Cristiana. La Dc. Il partito di massa e di governo, in alternativa al Partito Comunista. Il Pci. Partito di massa e di opposizione.

Entrambi fondati su identità e ideologie. Alternative. E con profili territoriali definiti. La Dc - e gli alleati di governo - nel nord est. E più in generale nel nord. Il Pci e la sinistra nelle regioni del centro. Soprattutto in Emilia-Romagna e in Toscana. Entrambi fondati su un sistema di associazioni e istituzioni”.

Insomma, pareva una sorta di terza via. Diamanti non cita l’iniziale e poi abbandonata impronta dell’Union Valdôtaine.

Ma scrive: ”La Lega di Bossi diventa presto autonomista. E federalista, in una prospettiva anti-centralista. E quindi in alternativa e in contrasto con lo Stato. Centrale. Semmai, per questo, è più orientata verso l'Europa. Una Lega «lontana da Roma e vicina all'Europa». Il partito padano, perché il Po diventa una sorta di muro. Un confine che distanzia e separa la patria del nord dal resto del Paese. Non tanto dal sud, ma anzitutto da Roma capitale. Un partito al quale Bossi offre non solo una leadership ma un'immagine e un'identità. Anticipando il percorso che in seguito verrà "percorso" da tutti i partiti. La personalizzazione. Associata al contesto territoriale.

Nel caso della Lega, segnato e delimitato dal Po. Il fiume lungo il quale Bossi organizzò e guidò la marcia che, nel settembre 1996, partita dalle sorgenti, condusse il "popolo del nord" fino a Venezia. Ma il luogo tradizionale degli incontri era Pontida, località in provincia di Bergamo. La Lega di Umberto Bossi era, per questo, Lega Nord. Definita dal punto di vista del territorio. La svolta del partito è imposta da Matteo Salvini alla fine del 2013. Salvini infatti ha ridisegnato l'idea e l'immagine della Lega.

L'ha proiettata oltre i confini tradizionali. Oltre il nord. La Lega di Salvini è divenuta così un partito nazionale. Con effetti positivi alle elezioni legislative del 2018 e alle europee del 2019. In questo modo, però, ha rinunciato alla sua identità storica”.

Inutile polemizzare su quanto avvenuto con scelte proprie e la linea politica è proseguita e si vedrà con quali esiti alle prossime Politiche.

Ma esiste quell’ipotetico passo indietro, sapendo di cerro quanto la ”questione settentrionale” sia viva e in questi giorni sul tema si sono spesi fiumi di inchiostro.

Diamanti è tombale: ”Un'identità perduta. Ridisegnata nel passaggio agli anni 20, quando si è proposta come anti-partito. Un progetto sottolineato dall'intesa con il M5s, insieme al quale ha costruito la maggioranza del governo giallo-verde, rimasto in carica poco più di un anno, dal giugno 2018 all'agosto 2019. A conferma di un problema di fondo. La difficoltà di stare al governo con un'identità anti-politica.

Per questa ragione, nonostante abbia progressivamente perduto importanza e visibilità personale, Umberto Bossi, nella Lega e nella politica, ha mantenuto il consenso nella base leghista.

Soprattutto nel popolo nordista più legato alla storia e tradizione. Come è apparso evidente al funerale di Bossi a Pontida. Quando il segretario, Matteo Salvini, è stato apertamente contestato dai militanti presenti. Accolto da grida e slogan esplicitamente critici. Che lo esortavano a «mollare la camicia verde».

Il problema, per la Lega e i suoi militanti più fedeli e legati alla storia e alla tradizione, è che quel passato è... passato. Il partito di Bossi è... partito. Come il Senatùr. Mentre la Lega è divenuta un partito normale. Che non può più utilizzare il linguaggio di Bossi né i suoi bersagli esemplari. In particolare «Roma ladrona». Perché Roma è divenuta una sede e un rifugio anche per la Lega. E per i suoi parlamentari”.

Vedremo e lo scrivo, ammettendo che le evoluzioni della politica italiana sono ormai degne di un chiromante.