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22 mar 2026

Le nuove difficoltà di parlare in pubblico

di Luciano Caveri

Credo di aver testato il brivido di parlare in pubblico - inteso come numeroso - nelle assemblee studentesche.

Una tecnica che, nella scuola italiana, non viene insegnata e dunque ci si deve rifare a qualche dote naturale e all’esercizio che consente di ottenere confidenza e piano piano di vedere dal vivo le reazioni degli astanti quando parli.

Da ragazzino ho cominciato a parlare in radio e poi in televisione, per accorgermi - quando sono entrato in politica quasi 40 anni fa - che parlare a persone in carne ed ossa fosse tecnica differente.

Poi giocoforza ho imparato a farlo in posti differenti, in vaste assemblee, con pubblici diversi, raggiungendo una qual certa confidenza.

Ma le cose cambiano e oggi, quando mi capita qualche impegno oratorio, devo fare i conti con la necessità accresciuta di saper tenere l’attenzione.

Bisogna evitare lungaggini, lessico complicato, powerpoint e similia, letture su testi preconfezionato e via di questo passo per tenere vivi uditori che hanno meno capacità di concentrazione.

Secondo gli studi sul tema, parrebbe che non sia vero che abbiamo perso la capacità biologica di stare attenti, quanto che è cambiata la nostra soglia di tolleranza alla noia.

Certo i social media stanno influenzando il modo in cui ascoltiamo un oratore dal vivo e chi si trova a doverlo fare sa di avere regole nuove.

Ormai sappiamo bene che certi social (TikTok, Reels, Shorts), sono progettati per fornire un picco di dopamina ogni 15-30 secondi. Se un video non ci piace, scrolliamo e passiamo ad altro.

Quanto ovviamente non può avvenire con un oratore dal vivo, anche se ogni tanto sarebbe auspicabile far sparire chi non ce la fa. Differentemente dal passato e cioè prima dell’avvento del telefonino, si pensava ad altro o si pisolava non seguendo il discorso, oggi si maneggia senza alcun rispetto o educazione il proprio telefonino. Un tempo lo si faceva con logiche carbonare, oggi anche chi è prima fila dimostra sfrontatezza controllando il telefono.

Scherzando evochiamo la storia non vera del "pesce rosso", che avrebbe 9 secondi di attenzione. Esempio nato da un report Microsoft del 2015 che citava una fonte non verificabile (Statistics Brain).

Resta il fatto concreto che la nostra attenzione è in calo.

Abituati a passare di palo in frasca in pochi secondi, seduti ad ascoltare un oratore per lungo tempo crea disagio e dunque chi parla deve avere le necessarie contromisure e non sempre è facile. Il cimento più arduo oggi sono gli studenti per ragioni di età e di immersione totale nel telefonino che li addestra alla rapidità e disattenzione e non è una colpa loro, ma non invidio i professori che debbono tenere viva la loro attenzione.

Ma anche con gli adulti tocca far fatica e lottare con il potere ipnotico del telefonino è con le notifiche di Instagram, le email di lavoro e le breaking news in tempo reale, che ammaliano tutti.

Gli esperti notano che la capacità di attenzione non è sparita, si è solo fatta più selettiva e tocca all'oratore usare tecniche di racconto (storytelling), mantenere un ritmo dinamico e interagire con il pubblico.

Mi fa ridere chi ricorda che l’attenzione, quando vogliamo, esiste e ci spinge proprio a diventare vittime per ore del telefonino (che pure conta le nostre performance!) O capaci di guardare tre ore di podcast o una serie TV intera in un pomeriggio.

Trovo, nella mia esperienza, che fonti molto andare al sodo, essere sinceri e ogni tanto strappare un sorriso o anche un momento di commozione.

Insomma l’attenzione non è ai minimi storici in assoluto, è diventata più intermittente a causa di notifiche, multitasking e abitudine ai contenuti brevi. In sostanza non è che riusciamo più ad ascoltare, ma non siamo allenati a interromperci continuamente e dunque bisogna ingegnarsi per evitare che la noia si impadronisca del pubblico.

Di questi tempi avrò impegni assai lunghi per parlare di Europa nelle scuole: un cimento che metterà a dura prova la mia inventiva…