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19 mar 2026

Imparare per governare il cambiamento

di Luciano Caveri

Il Governatore emerito della Banca d’Italia, Ignazio Visco, è stato in Valle d’Aosta per l’anniversario della Fondazione Courmayeur e ha parlato presso l’Università valdostana in un suo lungo intervento - dimostratosi una vera lectio magistralis - della crisi demografica e della crescita economica.

Un incrocio interessante, che riguarda a compendio temi caldissimi come, ad esempio, l’età pensionabile e i flussi migratori, oltreché l’innovazione tecnologica e il cambiamento climatico.

Sono questioni che possono sembrare trite e ritrite, che quasi rischiano di venire a noia, ma Visco lo ha fatto con uno sguardo lungo e sappiamo come non sia facile farlo, affondati come siamo nella quotidianità e nei problemi più contingenti.

L’ex Governatore è stato assai realistico sui limiti che la stessa politica si trova ad avere con molti protagonisti di rilievo, cui toccherebbe prendere atto dei cambiamenti che necessitano, e che invece inseguono l’attimo fuggente e cioè l’adoperarsi per il consenso immediato che serve per ottenere i voti per primeggiare.

Alla fine Visco ha citato una frase - di un autore che mi è sfuggito - assai interessante e che riguarda, in un motto, ”l’apprendere per imparare”, che più usualmente - almeno nei documenti comunitari che conosco - suona anche come ”imparare a imparare”.

Ho trovato per conto mio un’efficace frase di Alvin Toffler (1928–2016), scrittore, sociologo e futurologo americano, che così suona: “Gli analfabeti del XXI secolo… saranno coloro che non sanno imparare, disimparare e reimparare”.

Mi ci riconosco in pieno ed è una prospettiva che ha investito tutta la mia vita. Un mondo che ci attornia mai statico, che ha nel dinamismo dei cambiamenti e delle novità una caratteristica fatta di rapidità che obbliga a continue rincorse.

Questo ha dato vita ad un’idea ormai formalizzata, soprattutto nei documenti educativi dell’Unione Europea, di un logica che obbliga per stare a galla all’apprendimento permanente.

Dovendo agire per slogan si potrebbe dire: sapere come studiare meglio; essere consapevoli dei propri punti di forza e difficoltà; saper organizzare il tempo e le informazioni: usare strategie efficaci; essere capaci di continuare ad apprendere per tutta la vita. Una specie di fil rouge che bisogna seguire per non smarrirsi e fermarsi.

Quest’ultimo appello mi sembra essenziale e vale ormai per qualunque attività e professione, che sconvolge l’atteggiamento di chi pensa che ci sia nel percorso scolastico accertato uno zoccolo duro che serve per sempre.

Invece, tocca per poter proseguire nel proprio cammino essere sempre sul pezzo, mettendo in discussione quanto imparato e fare dei cambiamenti in corso non una difficoltà ma una opportunità.

Non è facile avere l’umiltà per farlo. Mettersi in discussione, riaprendo alla capacità di studio e di approfondimento, è di certo una fatica.

Tuttavia, è certamente peggio finire in retroguardia e lasciarsi vivere, specie in quella fascia di età molto avanzata che, con la crisi delle nascite, finisce per avere un ruolo importante. A condizione che sessantenni e settantenni sappiano mischiare esperienza e saggezza con le novità che irrompono, evitando di chiudersi a riccio e diventare cantori di un passato che appaia come l’Eldorado: la città dell’oro, mito per eccellenza.

L’utopia dorata, meta inafferrabile, non esiste, quel che c’è lo si costruisce con la concretezza, lo studio e il lavoro.