Ogni tanto capita di pensare a quella espressione “amor proprio”, che sentivo molto più adoperata nel passato, anche se ovviamente si tratta di una impressione soggettiva.
Con la consapevolezza che sul tema ci siano sempre state la luce e l’ombra.
Per gli antichi romani l’”amor sui”poteva positivo, quando era la base per la virtù. Se non ti prendi cura della tua mente e del tuo corpo, non puoi essere utile alla società (res publica). Diventava negativo solo quando si trasformava in philautia (egoismo cieco), portando l'individuo a ignorare il bene comune.
Questo ”bene comune” assurto da circa un ventennio una formula con il rischio - scusate il brutto neologismo - di ”sloganizzazione” adoperata ormai dai diversi schieramenti.
Jean-Jacques Rousseau fece una distinzione fondamentale nel suo Discorso sull'origine della disuguaglianza, distinguendo fra quello che chiamava l’ ”amour de soi-même e l”amour- propre”. Così scriveva: ”Non bisogna confondere l'amor di se stessi con l'amor proprio: due passioni molto diverse per la loro natura e per i loro effetti. [...] L'amor di se stessi è un sentimento naturale che porta ogni animale a vegliare sulla propria conservazione... L'amor proprio non è che un sentimento relativo, fittizio e nato nella società, che porta ogni individuo a far più caso di sé che di ogni altro”.
Quest’ultima situazione, per me non convincente, è stata così esplicitata: “L'uomo selvaggio vive in se stesso; l'uomo socievole, sempre fuori di sé, non sa vivere che nell'opinione degli altri, ed è, per così dire, dal solo loro giudizio che trae il sentimento della propria esistenza”.
Per fortuna, ci si può rifare a Baruch Spinoza e a Immanuel Kant, quando ribaltano la prospettiva, elevando la cura di sé a una necessità metafisica e a un dovere morale, avviandoci alla lettura più attuale. Ecco come questi due giganti hanno inquadrato il concetto.
Per Spinoza, l'amore verso se stessi non è un vizio, ma la forza stessa della vita e si riassume nella parola tra parentesi: ”Il primo e unico fondamento della virtù è lo sforzo di conservare il proprio essere (conatus), e ciò sotto la guida della ragione”. Per Spinoza, chi non ha "amor proprio" (inteso come cura della propria mente e del proprio corpo) non può essere virtuoso, perché non ha la forza per agire. «Nessuno può desiderare di essere felice, di agire bene e di vivere bene, che non desideri contemporaneamente di essere, di agire e di vivere, ossia di esistere in atto“.
Per Kant l'amor proprio è un dovere morale: ”L’uomo ha il dovere di non lasciar calpestare i suoi diritti dagli altri... Questo dovere deriva dall'amor di sé, ma non dall'amore inteso come inclinazione, bensì come stima della propria dignità“.
E ancora, sulla differenza tra amor proprio sano e vanità: ”L'amor di sé che precede la legge morale è cieco; la ragione lo colpisce e lo limita, trasformandolo in una stima razionale di sé“. Nella psicologia moderna, l’amor proprio è diventato uno strumento di salute mentale ed è strumento essenziale per affrontare le sfide della vita.
Non indugio sul tema, perché ormai siamo pieni di stimoli sull’argomentoCome diceva lo psicologo Erich Fromm: “L'amore per se stessi è inseparabilmente legato all'amore per ogni altro essere. [...] Se un individuo è capace di amare in modo produttivo, ama anche se stesso; se può amare solo gli altri, non può amare affatto“.
Ne scrivo perché credo che dovrebbe essere applicabile e applicato anche alla comunità cui si appartiene.
Mi riferisco, nel mio piccolo forse dal valore esemplare, al popolo valdostano nella sua ormai variegata composizione e al rischio che si diffonda una perniciosa svalutazione collettiva della propria, necessaria considerazione.
Senza autostima non si va distante.