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05 mar 2026

Contro gli eterni lamentosi

di Luciano Caveri

Passo molto tempo della mia vita a sentire persone che si lamentano e credo di non essere il solo a notare un picco in questi comportamenti.

Ho raggiunto e superato in molti casi la soglia di sopportazione, pur cercando di dimostrarmi zen di fronte a toni che talvolta raggiungono vette da tragedia greca, tipo Eschilo o Euripide.

Ma devo dire che il troppo stroppia e vorrei che si fissassero regole di buonsenso, perché a lungo andare anche la lamentazione legittima può diventare una moneta svalutata da un uso eccessivo.

La parola ”lamentazione” deriva dal latino ”lamentatio”, che significa "lamento", "pianto", "espressione di dolore”. Alcune fonti etimologiche indicano che potrebbe essere una forma evoluta o correlata a un più antico clamĕntum (da clamare), vale a dire "gridare", "chiamare ad alta voce", suggerendo un'origine onomatopeica o imitativa del suono del pianto o del grido di dolore

Il termine è entrato nell'italiano antico (attestato già intorno al 1294) come appunto ”lamentazione”, mantenendo il significato di "lamento prolungato e insistente", spesso con sfumature di dolore, lagnanza o compianto funebre.

Nel tempo ha acquisito anche usi letterari e religiosi, come avviene nelle ”Lamentazioni di Geremia” dal Libro biblico omonimo), che hanno influenzato il concetto di "lamentazione" come genere poetico-musicale di lutto o cordoglio. Per cui l’espressione ”geremiadi ” - transitata in italiano dalla parola francese ”jérémiade” - c’entra proprio con la ”lamentazione”.

Geremia, profeta dell'Antico Testamento, è noto per le sue profezie di sventura nel libro biblico chiamato appunto ”Lamentazioni”, un testo poetico di lamenti, pianti e cordoglio per la caduta di Gerusalemme e per l'esilio babilonese.

Per cui ”geremiade” è nata come allusione ironica o peggiorativa a queste "lamentazioni" bibliche di Geremia: un discorso che diventa lungo, lamentoso, piagnucoloso, noioso o inopportuno, una "sequela di lamenti" che rompe le scatole.

Non sopporto più chi usa questo strumento, che spesso finisce con la ricerca assillante di ragioni che servono per autoassolversi e cercare sempre qualcuno al di fuori di sé che risulti causa di certi effetti.

Trovo che l’assunzione di responsabilità dovrebbe essere un caposaldo del vivere civile, mentre lo scaricabarile risulta essere l’esatto opposto.

Non è moralismo spicciolo o, a mia volta, una…geremiade. Antoine de Saint-Exupéry, nel suo libro "Terra degli uomini" (Terre des hommes, 1939), esprime il concetto di responsabilità in modo quasi eroico, legandolo indissolubilmente all'identità stessa dell'essere umano e del suo vivere in comunità.

Così crisse: ”Essere uomo significa, precisamente, essere responsabile. Significa provare vergogna davanti a una miseria che non sembra dipendere da noi. Significa essere fieri di una vittoria riportata dai compagni. Significa sentire, posando la propria pietra, di contribuire a costruire il mondo”.

Idea simile emerge, pur da posizioni diverse, il filosofoJean-Paul Sartre: "L'uomo è responsabile di quello che è. Anzi, quando diciamo che l'uomo è responsabile di se stesso, non intendiamo che l'uomo sia responsabile della sua stretta individualità, ma che egli è responsabile di tutti gli uomini”.

Un volare alto applicabile anche nella quotidianità più banale e una lezione di temperanza per gli eterni lamentosi.