Sono cresciuto con i cani. Sono stati cani lupo che mi hanno accompagnato sino all’età adulta. Vivevano nella loro cuccia all’esterno, dove facevano la guardia alla casa. Erano cani su cui ho riversato il mio amore e mi ascoltavano, guardandomi con occhi con i quali mi parlavano.
Da ragazzino erano davvero confidenti silenti e penso che avere questi animali, specie durante l’adolescenza, sia un elemento utile in quella che si chiama ”educazione sentimentale”.
Un’espressione consacrata dallo scrittore francese ottocentesco Gustave Flaubert, che la scelse come titolo del suo celebre romanzo "L'Éducation sentimentale”. Nel linguaggio comune rappresenta il percorso di formazione affettiva ed emotiva di una persona o meglio - con maggior incidenza psicologica - l'insieme di apprendimenti relativi alle emozioni, all'amore, alle relazioni affettive. E avere un amico a quattro zampe aiuta e devo dire che mi hanno arricchito anche una serie di carissimi gatti cui ho voluto bene, giusto per non farmi mancare nulla.
Ho avuto poi cani e gatti quando ho avuto una mia famiglia, che sono poi scomparsi dal mio orizzonte, quando mi sono risposato, perché mia moglie è gravemente allergica a cani (e pure ai gatti!) e vi assicuro che non è facile convivere con questo disturbo in un mondo in cui i cani, in una singolare inversione di ruoli, la fanno da…padroni.
Aggiungo - a discolpa di questa mia dichiarazione - che i cani hanno fatto parte per molti anni della mia vita per un altra ragione. La normalità per un figlio di un veterinario, che curava anche i piccoli animali e dunque vedevo attorno a me il via vai e anche la varietà delle diverse razze canine.
Ciò detto, ora assistiamo con evidenza a un curioso incrocio fra il crollo demografico e la crescita esponenziale dei cani. È tema evidente, perché questa crescita è ampiamente documentata nel numero di cani nelle famiglie in molti Paesi occidentali (non dappertutto: viaggiando in Giappone, ho visto pochissimi cani per strada con i loro proprietari). Intendiamoci: la connessione non è sempre diretta o causale.
Sarebbe ingiusto dire che i cani "sostituiscono" i figli, ma piuttosto che il declino delle nascite contribuisca all'aumento dell'adozione di animali domestici, che riempiono un vuoto affettivo o sociale. Senza entrare le molteplici ragioni che fanno crollare la natalità, è evidente come cani offrano compagnia, soddisfino istinti di cura e richiedano meno risorse e meno “problemi” rispetto ai bambini.
Quel che è certo è che il tema dei pets come sostituti dei figli è discusso in contesti filosofici, religiosi e sociologici. Clamorosa e discussa fu la presa di posizione nel 2022 di Papa Francesco, quando criticò la tendenza a preferire cani e gatti ai figli, definendola una forma di "egoismo" che "toglie umanità".
Disse: Oggi c'è un inverno demografico. La gente non vuole avere figli, o solo uno e non di più. E molte coppie non vogliono avere figli perché non vogliono, ma hanno due cani, due gatti. Sì, cani e gatti prendono il posto dei figli".
Enikő Kubinyi, una ricercatrice in Psicologia. Ha scritto di recente: in modo crudo: "I cani non sostituiscono realmente i bambini, ma in alcuni casi offrono un'opportunità per soddisfare un istinto di nutrimento simile alla genitorialità, con minori richieste rispetto all'allevare prole biologica".
Mi ha fatto impressione su L’Express in edicola leggere alcuni passaggi di un articolo di Laurent Berbon sul tema con un focus su di una città, New York, che da sempre è una specie di bussola delle tendenze occidentali.
Così scrive: “La Grande Mela, con Manhattan in testa, è diventata un vero laboratorio a cielo aperto di quella società senza figli vagheggiata da una parte degli adulti. In questa città di circa 8,5 milioni di abitanti, il "no kid" non è più solo un argomento di marketing, ma una filosofia applicata su larga scala”.
E aggiunge: ”Gli ascensori che servono i 38 piani di questa torre residenziale nel centro di Manhattan — dove risiede l'autore di queste righe — ne offrono uno scorcio quotidiano. Le famiglie si contano sulle dita di una mano. L'edificio è popolato quasi esclusivamente da giovani adulti — che lavorano per lo più nella finanza o nel settore tech — soli o in coppia, ma quasi sempre accompagnati da un cane”.
Così amaramente aggiunge: ”Il bambino re ha ceduto il posto al cane re. I tempi sono cambiati: non sono più i single incalliti senza figli a trovarsi in minoranza, ma i rari genitori del palazzo, condannati all'invisibilità e con la crescente sensazione di non essere più al loro posto. Non si cercano più baby-sitter, ma dog-sitter”.
E infine un altro stralcio con cui Barbon argomenta: “Il numero di cani a New York è stimato intorno ai 600.000, contro i circa 100.000 di Parigi. Sebbene non bastino a compensare l'erosione della base fiscale legata all'esodo delle famiglie, l'economia degli animali da compagnia, dominata dai cani, gode di ottima salute. Nel 2022, gli americani hanno speso 136,8 miliardi di dollari, rispetto ai 123,6 miliardi dell'anno precedente. A New York proliferano asili nido, hotel, supermercati specializzati, servizi di pet-sitting e persino studi di yoga per cani. Qui una spa propone un "trattamento viso ai mirtilli", là uno shampoo schiarente all'avena.
"L'assicurazione per animali - aggiunge ancora - è persino diventata il benefit aziendale più di tendenza, con premi che a New York possono superare i 100 dollari al mese per le formule più complete. Nel mio quartiere, Chelsea, la pensione per cani offre uno chef, un autista e camere private più grandi della mia", osservava già nel 2019 Michael Hendrix, ex ricercatore al Manhattan Institute”.
Il tempo trascorso ha enfatizzando il fenomeno e lo vediamo dappertutto.