Grazie ad un articolo di Niccolò Rinaldi su rewinders.it, scopro e approfondisco una storia singolare.
Rinaldi l’ho conosciuto quando era Segretario generale del Gruppo dei Liberali e democratici del Parlamento europeo, è stato anche parlamentare europeo ed è un esperto di politica internazionale, oltreché scrittore e alpinista pure sulle montagne valdostane.
Ecco l’incipit dell’articolo:”Quell’oscuro desiderio di Groenlandia, che ossessiona il presidente americano, ha un precedente in Tété-Michel Kpomassie”.
Nato nel 1941 in Togo (Africa occidentale), da adolescente alla fine degli ‘50 trovò per caso in una libreria un libro sugli Inuit della Groenlandia. Questo libro accese in lui un’ossessione straordinaria per il Grande Nord, un mondo completamente opposto al clima tropicale africano.
Così a 16 anni lasciò la famiglia e impiegò circa otto anni per raggiungere la Groenlandia: attraversò l’Africa occidentale e settentrionale, poi l’Europa, lavorando nei mestieri più disparati, imparando le lingue da autodidatta e risparmiando ogni centesimo.
Arrivò in Groenlandia nell’estate del 1965, all’età di 24 anni, sbarcando nel sud della Groenlandia.
Così ricorda nel suo “Un Africain au Groenland“: “La nave attraccò finalmente a Qaqortoq. Fui il primo a scendere la passerella. Non appena i miei piedi toccarono il molo, un silenzio assoluto calò sulla piccola folla riunita. Tutti gli sguardi si fissarono su di me.
Le conversazioni si interruppero di colpo. Uomini, donne, bambini: tutti mi guardavano come se fossi un’apparizione. Alcuni indietreggiarono di un passo, altri si avvicinarono lentamente, increduli. Una bambina si nascose dietro le gambe della madre e iniziò a piangere piano. Un vecchio mormorò qualcosa in groenlandese, e diversi annuirono con aria grave.
Più tardi venni a sapere che si stavano chiedendo se fossi un uomo in carne e ossa o uno spirito sceso dalle montagne, forse addirittura il diavolo in persona. Nessuno in quella regione aveva mai visto una persona nera in vita sua. Per loro ero strano e spaventoso quanto un extraterrestre lo sarebbe per noi oggi.
Rimasi immobile a lungo, con lo zaino in spalla, sorridendo timidamente per far capire che non ero pericoloso. Poi un uomo si avvicinò: un tipo robusto, dal viso segnato dal freddo. Mi tese la mano con esitazione. La strinsi. Il suo palmo era ruvido, calloso, abituato a maneggiare arpioni e remi.
“Da dove vieni?” mi chiese in danese – l’unica lingua che capivo un po’ in quel momento. “Dall’Africa”, risposi.
Un mormorio attraversò la folla. “Afrika…” ripeté qualcuno. Quella parola suonava irreale sulle loro labbra.
Poco dopo mi portarono in una piccola casa di legno dipinta di rosso. Dentro faceva caldo. Una donna preparò del caffè e me ne porse una tazza. Lo bevvi lentamente, sentendo tutti gli occhi puntati su di me. Poi mi offrirono da mangiare: un pezzo di pelle di foca con ancora attaccato lo strato di grasso”.
Poi una riflessione: “Quella sera capii una cosa fondamentale: ero partito per un viaggio di scoperta, e invece ero io a essere scoperto. Ero lo straniero, l’ignoto, quello che arrivava da un mondo di cui non avevano mai sentito parlare”.
In seguito i contatti con la cultura Inuit: “Il giorno dopo mi portarono sul ghiaccio. Un cacciatore mi mostrò come fare un buco con la trivella, come aspettare pazientemente che la foca risalisse a respirare. Il vento era gelido, ma non osavo lamentarmi. Mi guardavano con un misto di curiosità e gentilezza. Quando finalmente la foca comparve, l’uomo lanciò l’arpione con una precisione incredibile. Il sangue schizzò sulla neve bianca. Esultarono di gioia. Io ero diviso tra ammirazione e una leggera nausea.
Squartarono l’animale sul posto. Mi tesero il fegato ancora caldo. “Mangia, fa bene alla forza!” Presi un pezzo, lo portai alla bocca. Il sapore era intenso, quasi metallico, ma sentii una strana calore diffondersi dentro di me. Forse era davvero la forza di cui parlavano.
A poco a poco capii che le loro risate non erano di scherno. Era il loro modo di accogliermi, di dirmi: “Sei diverso, ma sei qui, con noi. Prova, impara, e farai parte della famiglia". ".
Così Teté-Michel visse complessivamente circa 18 mesi tra le comunità Inuit del nord, imparando a cacciare, pescare sul ghiaccio, guidare slitte trainate da cani, mangiare cibi tradizionali (foca cruda, mattak, ecc.) e adattarsi alla vita artica nonostante le differenze climatiche e culturali estreme.
Abbandonata la Groenlandia, si stabilì principalmente in Francia (zona di Parigi, poi Nanterre), con qualche puntata negli anni in Groenlandia (che gli autoctoni chiamano Kalaallit Nunaat, cioè Paese dei groenlandesi).
Nel 2022, ormai ottantenne, ha si trasferì definitivamente nel nord della Groenlandia per passarvi gli ultimi anni della sua vita, definendola la sua «casa spirituale». Questo progetto ha portato alla separazione dalla moglie di lunga data, che non voleva vivere fra i ghiacci.
Tété-Michel Kpomassie - al momento vivo e vegeto - è un simbolo straordinario di curiosità, coraggio e apertura al mondo: un uomo che ha trasformato un sogno adolescenziale in realtà, superando distanze geografiche, climatiche e culturali apparentemente insormontabili. Il suo libro continua a ispirare chi ama i viaggi, l’antropologia e le storie di una umanità che è la stessa.
Lo ricordava Luigi Luca Cavalli-Sforza, il grande genetista italiano, (1922–2018), quando scriveva contro chi parla al plurale “razze umane”, con logica razzista, che “L’uomo appartiene a una sola e unica razza, la specie Homo sapiens sapiens”.