Sono un discreto consumatore di vino. Non lo bevo normalmente durante i pasti casalinghi, ma lo consumo se ci sono amici a cena e direi quasi sempre al ristorante.
Mi piacciono i rossi strutturati e le “bollicine” con metodo Classico. Ho visitato cantine importanti in Italia e più di una volta la zona dello Champagne.
Ho seguito con interesse e ammirazione, negli anni, la crescita di qualità e il ruolo chiave di alcuni produttori a vantaggio della piccola viticoltura valdostana, che rappresenta meno dello 0,05% della produzione nazionale.
In un mondo in cui bisogna raccontare i prodotti (storitelling) conta il fascino di una viticoltura definita ”eroica” per le pendenze estreme spesso a quote elevate e le difficoltà logistiche che pesano sulla schiena dei viticoltori e sui prezzi di produzione.
Fra i vantaggi ci sono la particolarità di vitigni autoctoni e il matrimonio con il Turismo con consumatori che cercano tipicità e consumo a Km 0.
Ho ricordi di infanzia sul vino, che mi fanno ricordare i miei genitori. Papà che collezionava vini di prestigio e li usava per cene conviviali e evoco tutta la famiglia impegnata ad imbottigliare il vino di damigiane che arrivavano dal Piemonte. Sprazzi di memoria dal passato.
Mi capita spesso di leggere con curiosità l’andamento della crisi significativa nel settore vinicolo a livello mondiale. che si manifesta soprattutto in un calo strutturale e prolungato dei consumi e non solo un problema congiunturale.
Il 2024 ha segnato il livello più basso da oltre 60 anni e i dati del 2025 - ancora non totali - confermano il trend negativo. Si sono aggiunte oltretutto le mattane sui dazi di Trump sul mercato americano, che non hanno di certo aiutato.
Sui consumi no. consola del tutto il fatto che l’Italia si trovi in una posizione relativamente migliore rispetto alla media mondiale per via dell’export più che per i consumi interni.
Il mercato del vino sta attraversando quella che molti esperti definiscono una "tempesta perfetta". Non si tratta di un singolo evento sfortunato, ma di un incrocio tra cambiamenti culturali profondi, tensioni geopolitiche e una crisi del potere d'acquisto.
Ecco alcuni pilastri che spiegano perché il settore sia in sofferenza anche all'inizio del 2026.
Le nuove generazioni non vedono più il vino come un elemento quotidiano del pasto, ma come un consumo occasionale, avvantaggiando spesso altre bevande. Pesano su di loro, ma anche su tutti i consumatori, i costi relativamente alti dei vini, compreso il ricarico nei ristoranti. Bere bene è diventato costoso.
Nelle cantine italiane - altro elemento rilevante sotto il profilo economico - si accumulano milioni di ettolitri invenduti (oltre 60 milioni a fine 2025), creando una crisi di liquidità soprattutto per i piccoli produttori.
Il cambiamento climatico, intanto e paradossalmente, crea nuove zone dove si pratica la viticoltura in un momento già difficile per l’esistente e c’è chi inizia a parlare di limiti alla produzione europea come avvenne con il latte. Oltretutto, il rialzo delle temperature peserà su zone di tradizionale presenza della vite con condizioni in futuro problematiche.
Seguo la grande discussione sui vini senza alcol, come possibilità per il mercato. Ancora di recente ho bevuto una bolla francese, prodotta persino da un ramo di una prestigiosa famiglia che produce champagne veri.
Ebbene, anche per degustazioni precedenti, mi spiace dire che bere cose così - e lo dico con rispetto - è un’eresia e il povero Bacco (dio romano del vino, della vendemmia, dell'estasi, del piacere, della fertilità e della follia rituale) rischia l’infarto di fronte a questo succedaneo.