Utilizziamo i cookie per personalizzare i contenuti e analizzare il nostro traffico. Si prega di decidere se si è disposti ad accettare i cookie dal nostro sito Web.
30 nov 2025

Ascoltare per capire

di Luciano Caveri

Sin da bambino, mi capitava di ascoltare con curiosità i discorsi di chi mi stava attorno.

Era anche un modo per non annoiarsi e forse, rispetto ad oggi, avevamo la fortuna di non finire, come capita all’infanzia odierna, di essere immersi - se non ipnotizzati - nel mondo digitale, che astrae dagli ambienti fisici dove ci si trova.

Trappola ormai anche per noi adulti, anche se possiamo contare a nostra discolpa sul pregresso ormai acquisito. Quando ho cominciato a fare il giornalista, è rimasto questo atteggiamento verso l’ascolto come un solco che non ho mai abbandonato e che ha cercato di trasferire nella lunga attività in politica. Non è sempre facile mantenere questa abitudine, essenziale in una democrazia, ma se si cessa di farlo, allora ci si allontana dalla realtà e si costruiscono programmi che non possono diventare progetti veri e propri.

Se si è chiusi in una torre d’avorio, si perde ogni contatto. Turris eburnea - lo ricordo - è un'espressione latina tratta da una preghiera cattolica dedicata alla Vergine Maria. Nel linguaggio comune, perdendo il riferimento mistico, indica l’isolamento intellettuale o culturali che rende ignari dei problemi quotidiani.

Ben prima che si parlasse di storytelling (letteralmente l'arte di raccontare storie), mi sono convinto che in certi dialoghi ascoltati - in modo naturale e non artefatto - c’erano già tutti i principi della retorica che servono per costruire storie efficaci, coinvolgenti e significative. È questo uno degli elementi che consente di acquisire esperienza, che rivendico come elemento essenziale nella formazione di ciascuno di noi e ci vuole per questo capacità di prendere il meglio dalle persone che incontriamo e dagli eventi in cui, a diverso titolo, ci troviamo coinvolti.

È sempre più facile parlare che ascoltare. Si ascrive a Zenone di Cizio, antico filosofo greco, una frase sempre buona: “La ragione per cui abbiamo due orecchie ed una sola bocca è che dobbiamo ascoltare di più, parlare di meno”.

Ho sempre, nella medesima logica, trovato molto bello usare l’intervista per interagire. Se si ascolta davvero la persona con cui si interloquisce si finisce per usare qualcosa che somiglia alla famosa maieutica di Socrate, che sarebbe in sintesi il criterio di ricerca della verità, consistente nella sollecitazione del soggetto pensante a ritrovarla in se stesso e a trarla fuori dalla propria anima.

Detto così appare troppo complicato. Ci aiuta l’etimologia: la parola viene dal greco maieutiké (tékhnē) e cioè l’ “arte della levatrice”.

Socrate, così come l’ostetrica aiuta il neonato a nascere, adoperava le giuste domande per stimolare il ragionamento e portare l’interlocutore a scoprire da solo la verità.

Nell’intervista la verità la si svela a favore di chi legge o ascolta e funziona solo se funziona quella bella parola, che è “empatia”, che dimostra la capacità di mettersi nei panni dell'altro e di comprendere il suo modo di essere e la ricchezza di sentimenti. In fondo si tratta di una forma elevata del famoso altruismo.

Così, in automatico, torno all’ascolto da valorizzare. Ascoltare richiede uno sforzo attivo: spegnere l’ego, sospendere il giudizio, decodificare toni e silenzi. Questo ascolto attivo non significa solo sentire le parole, ma comprendere appieno il messaggio, l'intento e le emozioni dell'altra persona. Questa pratica genera appunto esperienza “per procura” attraverso la vita vissuta da altri e questo ci torna utile quando dobbiamo affrontare le nostre prove nella vita.

E di prove, come in una corsa ad ostacoli, ce ne sono sempre.