Il viaggio delle rondini

Mia moglie quest’estate, in certe serate in cui eravamo seduti sul terrazzo di casa (da cui vedo quattro castelli), mi guardava con sospetto di senilità, mentre seguivo affascinato il volo bizzarro delle rondini sopra la mia testa, incuriosito dal loro garrire, quel verso stridulo e insistente che riempie anch’esso il cielo.
Confesso le mie colpe: trovo persino ipnotiche quelle evoluzioni irregolari e giocose che mettono allegria e fanno più di altro bella stagione.
Il poeta ligure così Angelo Silvio Novaro così descrive le evoluzioni:
Quando muore il dì perduto
dietro qualche oscura vetta,
quando il buio occupa muto
ogni vuota erbosa via,
una strana frenesia
tra le rondini scoppietta.
Come bimbi sopra l'aia
giocan elle con giulive
grida intorno alla grondaia,
e poi su nel cielo rosa
vanno vanno senza posa
dove Iddio soletto vive.
Verrebbe quasi da dire - e ovviamente è una speculazione scherzosa - che, specie in epoca di crisi energetica, quanto di affascinante c’è nelle migrazioni stagioni delle rondini e che potendo andrebbe imitata nell’ inseguire il calore.
Le rondini arrivano da noi a primavera, viaggiano in enormi stormi attraverso il deserto del Sahara o lungo la valle del Nilo, partendo dal Sud Africa.
Le rondini in migrazione possono coprire fino a 320 km al giorno circa, con una velocità media di 32 km/h e volano a bassa quota. Per arrivare da noi percorrono in certi casi 12mila chilometri.
Poi a fine estate la maggior parte delle rondini si prepara a migrare. Volano in modo irrequieto e spesso si radunano sui fili del telegrafo. In autunno le rondini lasciano l’Italia, le prime a partire sono le più giovani, le nate durante l’estate. Qualche rondine isolata però può iniziare il viaggio anche in ottobre.
Il viaggio verso l’Africa dall’Italia dura circa 1 o 2 settimane.
Un arrivederci così descritto dal poeta Umberto Saba:
Quest'anno la partenza delle rondini
mi stringerà per un pensiero il cuore.
Poi stornelli faranno alto clamore
sugli alberi al ritrovo del viale
XX settembre. Poi al lungo male
dell'inverno compagni avrò qui solo
quel pensiero, e sui tetti il bruno passero.
Alla mia solitudine le rondini
mancheranno, e ai miei dì tardi l'amore”.

I misteri del Long Covid

Ancora oggi sono esterrefatto da chi predica logiche NoVax e teorie bislacche attorno alla pandemia.
Per fortuna si è trattato di un fenomeno settario che è destinato pian piano ad estinguersi e che ha purtroppo interessato - lo dico sulla base della mia esperienza personale - anche persone insospettabili che sono diventate militanti di una causa persa.
Sperando che il virus non riparta con il suo codazzo di danni di vario genere, resta una constatazione banale: ci sono molte persone che fisicamente risentono conseguenze dopo essere stati ammalati del Covid-19.
Leggo su Le Monde, a firma di Pascale Santi, un lungo reportage il cui senso è comprensibile sin dalle prime righe: “Plus de deux ans après le début de la pandémie de Covid-19, des millions de personnes infectées par le SARS-CoV-2 présentent encore des symptômes persistants plusieurs semaines, voire plusieurs mois, après avoir été infectées.
Y voit-on plus clair sur ce qu’on appelle Covid long ? Olivier Robineau, infectiologue au centre hospitalier de Tourcoing (Nord), coordinateur de l’action Covid long à l’ANRS-Maladies infectieuses émergentes (MIE), répond sans ambages : « On sait que ça existe, les données sont solides. Mais il y a des débats sur les mécanismes du Covid long, les causes, la prise en charge. » Il reste encore de nombreuses zones d’ombre”.
Conosco chi soffre di sintomi riportabili alla malattia e in certi casi la sofferenza si acuisce a causa delle incertezze della medicina sul da farsi.
Ancora l’articolo: “La variété des symptômes en fait une maladie complexe. C’est devenu un sujet de recherche en soi. Depuis la première publication sur le sujet en septembre 2020, pas moins de 2 000 articles scientifiques ont été publiés, selon la base de données Scopus. « Tout le monde a ressenti cette urgence de pouvoir travailler sur ce sujet. Avec le Covid, on n’a jamais vu dans la science un apport aussi rapide de connaissances, de nouveaux traitements, de vaccins. On espère que ce sera la même chose pour le Covid long, même si c’est un peu plus compliqué car nous sommes toujours à la recherche des causes physiopathologiques sous-jacentes », explique Mayssam Nehme, médecin cheffe de clinique dans le service de médecine de premier recours des Hôpitaux universitaires de Genève (HUG)”.
La giornalista spiega la vastità del fenomeno: “Entre 10 % et 30 % des personnes ayant présenté un Covid-19 seraient concernées. Une fourchette large qui peut s’expliquer par les types de populations étudiées et la définition de la maladie, qui varie selon les travaux.
En 2020 et 2021, dix-sept millions d’Européens ont souffert de troubles dus à un Covid long – et 145 millions dans le monde –, selon une estimation publiée à la mi-septembre par le bureau européen de l’OMS s’appuyant sur une analyse de l’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) (université de Washington). Cela représente plus de 16 % des 102,4 millions de personnes contaminées par le virus en 2020 et 2021 en Europe, précise l’OMS, qui appelle à plus de recherche”.
Insomma qualcosa ancora da studiare a fondo: ”Ce qui renvoie à la définition de la maladie, multiforme. Fatigue, essoufflement, troubles cognitifs (perte de mémoire, difficulté de concentration, etc.) ou psychiatriques, douleurs musculaires… ces symptômes variés et plus ou moins invalidants peuvent fluctuer dans le temps. La cohorte de patients ComPaRe (AP-HP, université Paris-Cité), qui compte 2 500 personnes ayant des symptômes persistants après une infection par le SARS-CoV-2, a recensé plus de cinquante symptômes fin 2020, dont la plupart ne sont pas spécifiques, à part l’anosmie et l’agueusie. Les signes semblent se majorer énormément après un effort, physique ou intellectuel, certains évoquent un malaise post-effort, comme si la personne avait un niveau d’énergie limité”.
Se si aggiungono i disagi psicologici - penso agli alunni ma anche agli insegnanti delle scuole che hanno dovuto avere il sostegno di professionisti - si può facilmente capire quanti danni umani abbia creato il maledetto virus.

Autunno metafora della vita

Questo ottobre appare per ora solare come per mascherare le reali intenzioni dell’autunno, che resta - e non bisogna farsi distrarre - il periodo in cui la Natura si ritira e il buio ruba il posto alla luce.
Per cui è normale, ma vagamente ingannevole, che venga traslato ovunque quel termine “ottobrate romane”, che ricordano quel tempo magnifico a Roma di cui ho goduto negli anni in cui sono stato al lavoro nella Capitale.
Questo sole che resta lo ricorda il poeta Vincenzo Cardarelli in suoi versi:
“Sole d’autunno inatteso,

che splendi come in un di là,

con tenera perdizione

e vagabonda felicità,

tu ci trovi fiaccati,

vòlti al peggio
e la morte nell’anima”
Oppure, nel solco della francofonia, si può adoperare quel
”été indien” o “des Indiens”, le cui origini sono così spiegate da "Linternaute": «L'expression "été indien", utilisée pour la première fois en 1778 par l'écrivain franco-américain Hector St-John de Crevecœur, nous vient du Canada, ancien territoire occupé par les Indiens. Cette locution fait référence à la période automnale offrant un temps relativement ensoleillé, des températures radoucies et surtout une nature aux couleurs magnifiques».
Il poeta Jean Louis Ancelot così scrive: “Douces les nuits, belles journées,
Parmi les plus ensoleillées.
Le temps semble un peu s’arrêter.
Octobre vient de commencer.
Une saison pour âmes fortes,
Face à l’hiver qui nous apporte,
Ses longues nuits noires et glacées.
Le soir s’entend, du cerf, le brame,
L’été indien repose l’âme,
De ses parfums tranquillité...”.
Ma come non dedicarsi di questi tempi al "Fall Foliage" e cioè il godimento della vista dei boschi attraverso le chiome dei diversi colori degli alberi d'autunno, quando le foglie si apprestano a cadere. Un fenomeno sociale e turistico in Canada e in vaste zone degli Stati Uniti, esportato in Europa e anche da valorizzare in Valle d’Aosta, dove si usa anche il francesismo "feuillage" che ricorda l’autunno splendido del Québec, termine ormai tradotto in Italia nel meno musicale “fogliame”.
Trovo che sia una bella attività e lo diceva il grande scrittore di montagna Mario Rigoni Stern: «Quando sarete capaci di osservare diligentemente i mutamenti che persino le più umili tra le piante subiscono, scoprirete che ognuna di esse assume, prima o poi, la sua peculiare livrea autunnale; e se v'impegnerete a stilare una lista completa delle tinte smaglianti di cui sono in grado di rivestirsi, sarà lunga quasi quanto un catalogo delle piante che crescono intorno a voi».
Con l'unica evidente variante di essere sempre una visione effimera, che poi si scolora sino a scomparire ai nostri occhi con le foglie a terra. Viene in mente quella poesia, nei suoi ultimi versi, di Guillaume Apollinaire:

« Et que j’aime ô saison que j’aime tes rumeurs
Les fruits tombant sans qu’on les cueille
Le vent et la forêt qui pleurent
Toutes leurs larmes en automne feuille à feuille
Les feuilles
Qu’on foule
Un train
Qui roule
La vie
S’écoule »
L’autunno - scusate la banalità - come metafora della vita.

Due assilli

È molto difficile riuscire a miscelare nella propria vita, fatta salva la necessaria fortuna, momenti lieti e preoccupazioni incombenti.
Capita, anche in chi fa politica, di trovarsi con degli assilli. Per assillo si intende uno stimolo tormentoso che perseguita chi soffre di una grave preoccupazione. Non a caso la parola indicava in origine insetti fastidiosi, come il tafano, che ti ronzano attorno e ti morsicano.
Ci pensavo rinvenendo sul Corriere della Sera due articoli su due miei assilli che mi tormentano di questi tempi.
Sulla crisi demografica Roberto Volpi: ”Le previsioni 2022 della Population Division, Dipartimento dell’Onu che si occupa di studiare e fornire presente e tendenze future della popolazione di ciascun Paese e area geografico-territoriale del mondo, suonano come una campana a morto per l’Italia. E non intendere la gravità di questo suono è cosa che non sarà perdonata. Perché i dati non possono più essere ignorati, alla luce della loro assoluta gravità“.
E più avanti: “Siamo dunque finiti, visto che la contrazione delle nascite non si arresta — tanto che il record delle minori nascite di sempre verrà toccato con ogni probabilità proprio in questo 2022 — in un vicolo cieco? In una strada senza sbocchi? Sì, quasi. Se non del tutto. La differenza tra quasi e del tutto sta in quel che farà o saprà fare o vorrà fare la politica.
Per la fine del secolo la speranza di vita alla nascita, altrimenti detta vita media, sarà per gli italiani di 93,5 anni, ormai non così lontana dal secolo. Saremo per questo parametro secondi soltanto al Giappone, che sfonderà la soglia dei 94 anni. Ma c’è poco da festeggiare perché i processi della continua riduzione della popolazione e del suo sempre più spinto invecchiamento non sono che le due facce della stessa medaglia: il dislivello abissale tra nati e morti“.
Lo studio fatto in Valle d’Aosta con l’ausilio dell’Università cattolici conferma anche per noi tempi cupi.
Sposto di poco lo sguardo sulla pagina del giornale e incappo in un altro assillo con Monica Ricci Sargentini: “La notizia che la giustizia britannica considera Instagram e Pinterest responsabili del suicidio di una quattordicenne è l’occasione per riflettere sull’uso che i giovani fanno di smartphone e videogiochi. Negli ultimi sei mesi della sua vita Molly Russell aveva visto o condiviso, solo su Instagram, 2.100 post a tema autolesionismo, suicidio, depressione.
L’autrice cita a proposito uno studio: “«Coca Web» è il titolo del libro, uscito quest’anno, del senatore e giornalista Andrea Cangini in cui vengono presentati i risultati dell’indagine condotta dal Senato sul rapporto tra tecnologia digitale e giovani. Ne esce fuori un quadro agghiacciante. «Per la prima volta nella storia dell’umanità, le nuove generazioni mostrano un quoziente di intelligenza inferiore a quello delle generazioni che le hanno precedute. Calano le facoltà mentali dei più giovani, aumenta il loro disagio psicologico» scrive Cangini nell’introduzione. Gli esperti sono concordi nel mettere in relazione la mancanza di concentrazione e di memoria, la depressione e i disturbi alimentari con l’uso di social e videogiochi. I Giganti del Web hanno, dunque, un potere di condizionamento e di manipolazione senza precedenti”. Ovvio l’interrogativo conclusivo, stesso mio assillo: “Come contenerlo? Ciascun genitore si è posto il problema ma non abbastanza se consideriamo che in Italia sono tantissimi i bambini che usano il cellulare persino in età prescolare. Nella legislatura appena finita Cangini aveva presentato un progetto di legge per vietare l’uso degli smartphone ai minori di 14 anni. Una misura draconiana? L’anno scorso la Cina ha limitato a tre ore settimanali l’uso dei videogiochi ai minorenni. La realtà è davanti ai nostri occhi, domani nessuno di noi potrà dire: «Io non sapevo»”.
Non a caso sul tema c’è stato su Huffpost un intervento interessante di Guido Scorza che dice: ”Internet, l’ecosistema digitale, le app e i social media, infatti, non sono mai stati disegnati, progettati e sviluppati a misura di bambino e, pertanto, se un bambino li usa corre rischi imponderabili e, soprattutto, dai quali non c’è nessuno che possa effettivamente proteggerlo”.
Certo la logica delle limitazioni contro i rischi di dipendenza è una prima strada assieme ad una educazione a tappe per un uso consapevole.

I capponi di Renzo

Vabbè: partiamo dal presupposto che chi fa politica ha sempre e legittimamente delle ambizioni personali, sperando che queste aspirazioni coincidano sempre con il bene pubblico.
Personalmente sono ormai una specie di indovino che vede arrivare chi, quasi sempre sparlando dei politici, in realtà aspetta solo la volta buona (o cattiva, a seconda dei risultati) per candidarsi per diventare lui stesso…politico.
Categoria, comunque sia, assai varia quella dei politici.
Ficcante Guy de Maupassant, quando chiosava: “Era uno di quegli uomini politici senza un suo volto preciso, senza convinzioni proprie, senza grandi mezzi, senza ardimento e senza una seria preparazione, un avvocatuccio di provincia, un simpatico figurino nella sua cittaduzza, un furbacchiotto che sapeva barcamenarsi fra i partiti estremisti, una specie di gesuita repubblicano e di fungo liberale di dubbia commestibilità, come ne spuntano a bizzeffe sul letamaio popolare del suffragio universale”.
Espressione brutta quest’ultima per chi crede nella democrazia, ma certo qualche volta il suffragio universale è servito per reggere dittatori (vedi Putin) o eleggere stupidi (molti esempi sono possibili, vicini e lontani).
Ma l’aspetto ormai irritante della politica sta nella difficoltà di andare d’accordo, specie quando a richiederlo sono le circostanze difficili
Ma chi meglio di Alessandro Manzoni ne “I promessi sposi” (mi raccontano di un’insegnante che ha liquidato il libro dalle sue lezioni per dei romanzetti!) per spiegarne l’assurdità?
Ricordo il passaggio diventato proverbiale e cioè i capponi di Renzo Tramaglino: “Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura”.
La descrizione così vivida ricorda di quando Renzo va dall’Azzeccagarbugli e per ripagarlo del servizio che gli chiederà, gli porta in dono appunto quattro capponi. Questi polli sono destinati a finir male tutti insieme: sono compagni di sventura ma non trovano neppure al limitare del loro dramma niente di meglio che beccarsi tra loro.
Quanti ne vedo che sono così in politica in un’epoca in cui bisognerebbe che chi, dotato di senso di responsabilità. dovrebbe imporsi di fare squadra e lavorare assieme. Un imperativo per uscire da situazioni complesse, che non consentono divisioni che complicano le cose, fanno perdere tempo prezioso e risorse utili che derivano dall’invece necessario idem sentire.
Certo che è un’esercizio difficile che richiede sforzo e buona volontà. Come diceva il Mahatma Gandhi: ”Perché ci sia vera unità, questa deve sopportare la tensione più pesante senza spezzarsi”.

L’elettricità che spaventa

La sera, alla fine di una cena in un ristorante, il proprietario ripete quanto già mi sono sentito dire nel corso della giornata da tanti altri: l’insostenibile crescita dei costi dell’elettricità. Conseguenza - verrebbe da dire prezzo da pagare, come sostenne per primo con coraggio il Presidente francese Emmanuel Macron- della guerra in Ucraina e dei meccanismi complessi innescati dai ricatti russi su gas sul mercato elettrico, che si ripercuotono sulle utenze e fanno traballare l’economia e tremare famiglie e imprese.
La mattina, percorro la casa al buio, dopo aver staccato il telefonino dalla presa elettrica, e vedo nel breve tragitto verso la vetrata che dà sulla valle luci e lucine sulle pareti domestiche/ Ecco dalla finestra lo spettacolo delle luci che, prima dell’alba, illuminano a perdita d’occhio il panorama esterno.
La lotta contro il buio è una nuova forma di energia è stata vinta dall’elettricità e questa invenzione ottocentesca ha cambiato la nostra vita in profondità e la sfida non è ancora finita verso nuovi impieghi.
Leggo su di un sito di un’azienda del settore, che adopera ovviamente un comprensibile tono enfatico: “Se oggi usiamo la corrente elettrica per alimentare gli elettrodomestici, fornire luce e calore alle nostre case, mettere in moto macchinari più o meno complessi, è perché il grande fermento del 1800 ha portato a scoprirne innumerevoli applicazioni. Nessuna più importante di quella di Thomas Edison: la lampadina. Questa abbagliante invenzione vede la luce (letteralmente) nel 1879 e da quel momento il mondo non sarà più lo stesso. Lavoratori, studenti, scrittori, viaggiatori, medici e scienziati hanno un modo molto più semplice per svolgere le loro attività nelle ore serali rispetto alla lampada ad olio. Il mondo occidentale comincia a percepire di trovarsi sull’orlo di un precipizio: da quel momento in poi niente sarà più lo stesso. Tutti gli studiosi, da Tesla a Fleming a Einstein riconoscono l’importanza della scoperta della corrente elettrica e la useranno in tutti i loro esperimenti futuri. la corrente elettrica ha ancora tanto da dare al mondo, agli esseri umani e al pianeta”.
E ancora: “Le ricerche degli ultimi decenni si concentrano sull’invenzione dell’elettricità green, più sostenibile e meno inquinante rispetto a quella tradizionale. Questa, alimentata da fonti di energia rinnovabile come l’eolico, il fotovoltaico, l’energia da biomasse, è certamente il futuro della fornitura di corrente per milioni di persone in tutto il mondo. Le scoperte sull’energia sostenibile permetteranno di salvaguardare le risorse limitate del pianeta e usare fonti rinnovabili e inesauribili, consentendo un accesso all’energia più ampio e più sicuro per tutti”.
Intanto la crisi energetica, nella sua complessità, ci pone di fronte ad un inverno complicato e temibile, di cui ancora non si capiscono bene i tassi di gravità per le nostre tasche e per le implicazioni economiche e sociali più vaste. Certo l’occasione servirà per riflettere su alcune certezze e sulle priorità familiari e collettive.
Anche questa emergenza passerà e farà riflettere sulla stupidità della guerra che innesca guai e sofferenze. Ogni volta ci si illude che l’umanità ne apprenda le tristi conseguenze per poi purtroppo ritrovarsi di nuovo di fronte a scenari complessi e dolorosi.

L’interesse

La parola “interesse” è - scusate la banalità - interessante e, come capita spesso, ha caratteristiche double face, che fanno sì che nell’uso si presti ad utilizzi che paiono contraddittori.
L’inflazione galoppante fa impallidire chi - ed io sono fra questi - per via del costo del denaro un mutuo variabile e teme gli interessi crescenti che svuoteranno le tasche. Per altro “avere degli interessi” è generalmente riconosciuta come una chiave di volta per migliorare la propria vita e non stare chiusi in sé stessi. Ma “interesse” può avere anche un destino ancora più nobile di cui dirò.
Intanto dal sito “Una parola al giorno” ricordo l’etimologia dal latino: interesse essere in mezzo, partecipare, composto di inter tra esse essere. Così prosegue la spiegazione: “Una parola comune che solo la riflessione etimologica ci può chiarire in tutta la sua semplicissima portata: l’interesse è ciò che sta in mezzo. In che senso?
L’interesse è un legame, una giunzione che avvicina qualcuno a qualcosa o a qualcun altro. Simile ad arpione che aggancia e trae, simile a ponte che permette il passaggio, l’interesse è la variegatissima, inafferrabile cifra dell’unione fra io e tutto il mondo intorno, che invita alla partecipazione e al coinvolgimento. Senza interesse l’uomo resta un’autarchica e squallida torre d’avorio, capace solo di osservazioni distanti e distorte; l’uomo ricco di interessi è invece ben calato nella sua realtà, nodo solido di rete. Anche se non sempre questo interesse ci suona positivo: gli interessi dei politici, i conflitti di interessi ci riecheggiano furberie e tornaconti personali”.
Ah! Questa politica sempre a tinte scure. Cerco sempre di chiedere dei distinguo contro la banalizzazione e la richiesta di distinzioni per evitare il mucchio e che dalla torre vengano buttati giù tutti quelli che fanno politica, messi in un tutt’uno.
Invece l’evocazione di quella logica di stare assieme, di spalleggiarsi, di farsi forti di fronte agli eventi di ogni genere dovrebbe dare un senso a molte cose. Ci pensavo, sempre maniacalmente applicandolo a questa piccola Valle d’Aosta che trema di fronte agli scenari attuali che non confortano affatto, rispetto all’esistenza di una sorta di interesse superiore o, se preferite, interesse generale. Facile evocarlo, difficile farlo, ma indispensabile ragionarci.
In fondo niente di straordinario se non la speranza, che forse è illusoria, che si possa guardare in alto e mettere assieme le migliori energie per far fronte ai molti guai e alle legittime preoccupazioni. Questo fonda il valore di una comunità.
Diceva bene Erich Fromm: “La democrazia può resistere alla minaccia autoritaria soltanto a patto che si trasformi, da “democrazia di spettatori passivi”, in “democrazia di partecipanti attivi”, nella quale cioè i problemi della comunità siano familiari al singolo e per lui importanti quanto le sue faccende private”.
Vale per i singoli e a maggior ragione per le forze politiche.

Imperia svetta

Posso dire che io lo sapevo? Già, ma un conto è ragionare con il cuore e un altro con la testa, anche se la testa - sarebbe quel che ho capito - è un incrocio di vari dati trattati da un computer.
Mi riferisco ad una iniziativa del Corriere della Sera: ”Tredici indici per ognuno dei 108 capoluoghi di provincia italiani dal 2010 al 2021 rilevati più volte al giorno. Sommati insieme fanno oltre 10 milioni di dati. Questa enorme massa di numeri ha permesso a iLMeteo.it di stilare per il Corriere della Sera la classifica dove, sotto il profilo climatico, è più piacevole trascorrere le giornate”.
Io lo sapevo che aveva grandi possibilità una città che mi ha segnato da neonato sin oltre i vent’anni: Imperia, città natale di mia mamma Brunilde nella frazione di Castelvecchio. È questa la città prima sul podio.
Siamo nella Liguria di Ponente e fa sorridere pensare che queste sono le radici materne, mentre il mio bisnonno - che arrivò in Valle d’Aosta 150 anni fa all’incirca - veniva dalla Liguria di Levante, esattamente da Moneglia.
Così Imperia viene raccontata dalla Treccani: ”La città risulta dall’unione (1923) di Porto Maurizio e di Oneglia i cui centri storici distano circa 3 km e sono separati dal torrente Impero. Porto Maurizio è posto su un promontorio. Oneglia si è sviluppata sul piano alluvionale alla sinistra del torrente Impero. Con l’espansione urbanistica i due abitati si sono estesi lungo la strada che li unisce, fino a fondersi”.
Detto così capisco quanto sia freddo rispetto ai miei ricordi e alle mie emozioni, che vanno al di là dei soli luoghi e della straordinari
La storia è interessante: ”Nell’alto Medioevo sorse Porto Maurizio, feudo dei Clavesana, poi dei benedettini, che presto si eresse in libero Comune e nel 1276 divenne il capoluogo del vicariato della Liguria occidentale. Seguì un periodo di floridezza commerciale della città, occupata stabilmente dai Savoia nel 1815. Oneglia, preesistente, nell’alto Medioevo fu distrutta dai Saraceni (935) e ricostruita; feudo dei vescovi di Albenga (1100), appartenne ai Doria (1298-1576) e ai Savoia. Occupata nel 1792 dai Francesi, fu incorporata nella Repubblica Ligure (1801)”.
Come sono arrivati a questo risultato che premia la ”mia” Imperia e al 37esima posto - assai decoroso - per Aosta? Così sul Corriere: ”Siamo partiti da dati ora per ora del Centro meteo europeo (Ecmwf) lungo un periodo di dodici anni», spiega Mattia Gussoni, meteorologo de iLMeteo.it. In una nazione che si estende per quasi 1.300 chilometri da Nord a Sud, la variabilità climatica è molto elevata. Il nostro Paese vanta inoltre la catena montuosa più alta d’Europa ed è circondato su tre lati dal mare: una situazione complessa sotto il profilo meteorologico, una delle più variegate del continente. Ricavare una tabella significativa ha comportato un grande lavoro di analisi e bilanciamento tra tutti i vari indici che compongono l’insieme che va sotto il nome di clima. Non si è trattato quindi di prendere in considerazione solo i parametri meteorologici più comuni come temperatura media, umidità e vento, ma di assumere i dati in funzione della sensazione di benessere degli abitanti. Le classifiche vanno sempre lette avendo in mente il benessere climatico: in testa a quella dell’escursione termica ci sono le città con meno sbalzi di temperature, comandano quella dei giorni freddi le città con meno giorni sottozero. Sommando i valori il risultato è stata la classifica generale ».
E il peggio? Dice il Corriere: ”Degli ultimi 15 posti della classifica della vivibilità climatico, undici sono occupati da città situate nella Pianura Padana. Maglia nera Cremona con 366 punti. Milano, con il suo clima continentale, si trova all’89esimo posto, a conferma che la parte centrale della grande pianura del Nord — soprattutto lungo il corso del Po tra Emilia e Lombardia, a causa delle particolari condizioni geografiche che influenzano il clima — non è certo la migliore d’Italia sotto l’aspetto bioclimatico. Roma è in ultima posizione per quanto riguarda l’escursione termica media giornaliera annua con uno sbalzo di oltre 12 gradi: ci si deve vestire a cipolla, al mattino con un giubbotto e durante il giorno in t-shirt e pantaloncini corti, soprattutto in primavera e autunno.
Andando a guardare in profondità nei vari indici, si scoprono dati interessanti. Lecce è la località dove d’estate è più difficile dormire a causa delle «notti tropicali», che «per definizione internazionale sono quelle caratterizzate da temperature notturne sopra i 20 gradi», chiarisce Tedici. Udine e Pordenone sono le città più piovose (ai primi due posti per le classifiche riguardanti i giorni di pioggia e le piogge intense), con Como al terzo posto. Belluno è la città con maggiore nuvolosità diurna, Caserta la più soggetta alle ondate di calore. Lodi è invece la città più nebbiosa, in Pianura Padana umidità e la mancanza di vento sono una costante tutto l’anno. La più asciutta è la siciliana Ragusa”.
Farà sorridere questo insieme di dettagli, ma offrono una mappa da tenere da conto e Imperia svetta.

Gressani su Meloni

Fa piacere che nel mondo accademico, culturale e giornalistico francese spicchi - come una certezza attuale e futura - la figura di un giovane valdostano, Gilles Gressani, di cui ho già avuto modo di scrivere per le sue doti brillanti.
A poche ore dal voto in Italia ha scritto su Le Monde lcune sue riflessioni sul voto, che trovo originali rispetto a certe reazioni stereotipate lette e ascoltate.
Osserva Gressani: “La victoire nette de Giorgia Meloni et de son parti Fratelli d’Italia donne une majorité parlementaire absolue à une coalition dite de centre droit qui, malgré des fortes contradictions internes et des probables chocs externes, devrait gouverner l’Italie.
C’est un changement crucial à l’échelle continentale – il mérite d’être compris dans sa singularité, en se débarrassant d’une certaine condescendance qui accompagne, en ces heures, certaines analyses ainsi que d’un ton apocalyptique qui empêche de comprendre les perspectives et les risques bien réels de cette séquence. Il faut en effet se rappeler que l’Italie a même souvent révélé en avance les tendances profondes de la politique contemporaine européenne. S’il reste difficile de définir à chaud ce que sera la formule politique proposée par Giorgia Meloni – alors que les noms des personnes qui composeront le nouveau gouvernement ne sont pas encore connus –, on peut déjà formuler certaines hypothèses à partir de ce que fut la campagne électorale”.
Il carattere calmo e cartesiano mostra un metodo di partenza e la necessità di avere, come si dice in francese, la “tête froide”.
Così prosegue l’editoriale: “Giorgia Meloni est à la tête d’un parti qui s’inscrit dans une relation de filiation presque directe avec le principal parti néofasciste en Italie, le Mouvement social italien (MSI). On l’a vue, jeune militante, chanter les louanges de Mussolini ; encore aujourd’hui, dans son entourage et dans les rangs de son parti, on reconnaît de très nombreuses personnes « nostalgiques » du régime. Si tous ces éléments montrent la relation plus qu’ambiguë d’une partie de la droite italienne avec la mémoire du régime, il serait toutefois erroné de penser que c’est en proposant un retour au fascisme que Meloni a pu parvenir à imposer son hégémonie sur la droite italienne”.
Pensiero così articolato: “Cent ans après la marche sur Rome, l’histoire ne se répète ni en tragédie ni en farce. En réalité Mme Meloni n’incarne pas tout simplement le retour du fascisme, mais l’apparition d’une nouvelle formule politique que l’on pourrait désigner par le néologisme de « techno-souverainisme » : produit de la synthèse entre l’intégration des logiques technocratiques, l’acceptation du cadre géopolitique de l’Alliance atlantique et de sa dimension européenne, avec l’insistance sur des valeurs très conservatrices et des instances néonationalistes.
C’est un paradoxe qu’il faut noter. Tout en étant à la tête du principal parti au Parlement opposé au gouvernement de Mario Draghi, Giorgia Meloni a imprimé un tournant à la ligne de son parti : soutien à l’effort de guerre en Ukraine, alignement, au moins partiel, sur l’Europe. Ainsi une proposition qui reste plus à droite dans les valeurs et la culture politique a fini par paraître plus cohérente avec l’hypothèse du gouvernement sortant que celle de la Ligue de Matteo Salvini, le grand perdant de l’élection de ce dimanche.
Ce changement de cap est tactique et ambigu, en partie provoqué par le net avantage dans les sondages qui a permis à Giorgia Meloni de ne pas devoir faire une campagne électorale de rupture à l’intérieur et de s’adresser plutôt aux partenaires internationaux. On ne pourra apprécier la profondeur stratégique de cette réorientation que lorsqu’on mesurera son impact sur la composition du gouvernement, notamment la nomination au ministère-clé des finances”.
La prova che aspetta la Meloni è dimostrare che certo moderatismo annunciato corrisponda alla realtà è non sia un caso di travestimento per rassicurare gli elettori.
Qualche altro elemento: “Cela ne doit échapper à personne : Mme Meloni ne souhaite pas sortir de l’euro. Pourquoi ? La réponse la plus synthétique est fournie par le score du parti « Italexit » qui n’arrive pas à dépasser 1,9 % des voix. Grâce notamment à l’action de Mario Draghi – avec qui Mme Meloni semble avoir gardé des relations étroites –, la monnaie unique a fini par créer un sentiment d’appartenance, en définissant des limites nettes à toute initiative sérieuse de prise du pouvoir dans la deuxième puissance industrielle européenne. En installant dans l’électorat l’idée qu’il serait une forme de protection, l’euro a imposé un cadre même aux forces qui jusqu’alors contestaient l’ordre européen.
Cette dynamique n’est pas nouvelle. On constate depuis plusieurs années un effort, surtout rhétorique, de la part de l’extrême droite européenne pour se redéfinir autour d’un projet de valeurs civilisationnelles : ainsi l’idée du premier ministre hongrois Viktor Orban d’une « Europe blanche et chrétienne » capable de constituer une sorte d’internationale néonationaliste à l’échelle continentale pour changer le rapport de force et proposer une nouvelle « Europe des nations »
Mais si nous ne sommes pas dans l’Europe de 1922, nous ne sommes pas non plus dans l’Europe de 2019. La guerre en Ukraine a bousculé ce processus. Au niveau des représentations, elle a contribué à territorialiser une construction qui avait plutôt tendance à penser son action en termes géographiquement abstraits : marché, consommateurs, entreprises.
Selon le chef de la diplomatie européenne, elle a provoqué « le réveil géopolitique de l’Europe ». Avec le retour d’un conflit chaud, l’Union et les Etats membres traversent un « moment schmittien », caractérisé par l’apparition brutale d’un ennemi commun dans l’intensité politique maximale d’une guerre qui engendre le processus de construction d’une nation en Ukraine”.
Insomma, il quadro politico in Europa - ma lo è anche nel centrodestra italiano - resta confuso e in evoluzione di fronte alle emergenze varie.
Conclude Gressani: ”Cette politisation transforme l’aspect technocratique, parfois impolitique, de la construction européenne, en donnant un avantage potentiel à des formes néonationalistes. C’est précisément dans cette séquence qu’une hypothèse techno-souverainiste cohérente avec ce nouvel ordre continental pourrait voir le jour en Italie. Mais cela implique le renoncement aux propositions illibérales, souvent évoquées par Giorgia Meloni dans l’expression d’un néonationalisme à la Orban. Ce virage conservateur et libéral aurait un impact immédiat sur la crédibilité du gouvernement dirigé par Fratelli d’Italia.
Ce tournant italien pose en tout cas avec urgence la question d’une réponse structurée de la part de toutes les forces progressistes qui ne se limite pas aux incantations, mais qui sache s’inscrire sur un projet d’organisation du continent”.
Non sarà facile: attorno alla delimitazione di chi sia da considerarsi progressista, in assenza di patenti allo scopo, il dibattito si infiammerà facilmente.
Lo abbiamo già visto in Valle d’Aosta con l’uso improprio del termine "autonomista”, che ha allargato a dismisura e troppo spesso erroneamente gli….aventi diritto.

Il crollo dell’attenzione

Leggevo l’altro giorno, durate una ricerca sul Web di cui spiegherò le ragioni, della nostra decrescente capacità di attenzione e di concentrazione. La causa si nasconde nel rapporto che abbiamo sviluppato con la connettività e con lo strumento che la incarna: lo smartphone.
C’è chi evoca la scarsa durata dell’attenzione comparandola alla presunta memoria brevissima di un pesce rosso. Mi è venuto da ridere, pensando a come questa storia del pesce rosso sia una balla, ma ormai usata da tutti, me compreso. Cito una fonte scientifica: "Ciò che è we sconcertante è che è praticamente lo stesso ovunque tu vada nel mondo", ha dichiarato a LiveScience Culum Brown della Macquarie University in Australia. "In alcuni posti sono 2 secondi, in altri 10, ma è sempre breve". In realtà i pesci rossi (Carassius auratus) hanno memorie molto più lunghe, che durano diverse settimane e perfino anni.
Allora torniamo all’umano e alla nostra incapacità di seguire discorsi lunghi e di effettuare letture complesse, solo per fare due esempi. D’altra parte l’altro giorno sbirciavo mio figlio che guardava filmatini su Tik Tok e in maniera compulsiva passava da un post all’altro e se non avesse limiti di tempo nell’utilizzo potrebbe passare l’intera giornata con gli occhi sul telefonino. In fondo questo vale anche per me su Twitter con sguardi rapidi e si va avanti con la stessa logica. Mi accorgo, parlando spesso in pubblico, di come, mentre in passato i discorsi potevano essere lunghi se eri efficace, oggi puoi essere Demostene, ma passato un certo minutaggio scattano gli sbadigli o anche in prima fila gli astanti incominciano a consultare telefonini o tablet e addio interesse per quanto tu stai dicendo. Lo stesso vale per documenti corposi da consultare: conosco persone che, tipo Bignami del passato, si fanno fare dei riassuntini per evitare letture troppo lunghe.
Sino a un certo punto tutto è comprensibile, ma esiste un limite di guardia da considerarsi una vera e propria involuzione mentale, che ci obbliga all’attimo, ad un flash che finisce per privarci di contenuti. Se aggiungiamo a questo l’analfabetismo di ritorno di chi finisce per perdere certi rudimenti della propria istruzione e quello di andata e cioè di chi i rudimenti non li ha proprio acquisiti e non ha il problema di perderli, il patatrac sociale e culturale è assicurato.
Con il più piccolo dei miei figli cerco di essere persuasivo nel rimarcare come sarà pur vero che oggi nei motori di ricerca puoi trovare tutto lo scibile umano, ma se non hai strumenti e competenze tuoi sei destinato a prendere sonore cantonate e a non capire bene neppure quel che avrai scoperto con la sola consultazione. E’ in fondo questa la sfida del futuro: certi strumenti di comunicazione, che hanno fatto irruzione della nostra vita, ci possono rendere più performanti e maggiorare la nostra intelligenza oppure ci possono peggiorare e instupidire. Come sempre, in tutte le cose, bisogna trovare la giusta misura.
Viene in mente la saggezza di Orazio con il suo “Est modus in rebus”, che si può tradurre letteralmente con “esiste una misura nelle cose” ed è utilizzata quando si vuole mettere in guardia da ogni eccesso.

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