Se avessimo la coda

Ci sono cose che fanno sorridere ed sempre una fortuna. In certo grigiore, che talvolta si tinge pure di nero, avere uno svago mentale aiuta. L’umorismo è una dote a cui ogni tanto mi aggrappo.
Ed è quanto è capitato, leggendo su La Zampa (sezione comune su La Repubblica e su La Stampa nella deprecabile omogeneizzazione delle due testate voluta dagli eredi Agnelli) un articolo simpatico di Noemi Penna.
L’incipit è questo: ”Come sarebbe la vita se gli umani avessero la coda? Le storie abbondano nelle mitologie di tutto il mondo. Ma in che modo quell’appendice che l’evoluzione ci ha fatto perdere qualcosa come 25 milioni di anni fa cambierebbe la nostra vita quotidiana?”.
Segue la spiegazione: ”In realtà, tutti noi abbiamo avuto una coda. Questo accade durante la quinta settimana gestazionale e normalmente scompare entro l’ottava. Alcuni neonati, però, possono mostrare questa escrescenza che non si è riassorbita. La “pseudo coda” spunta da una fessura nella colonna vertebrale o da un coccige irregolare: spesso contiene muscoli, tessuto connettivo e vasi sanguigni, ma non ossa o cartilagini, non è funzionale e di solito viene rimossa poco dopo la nascita”.
Su come sarebbe stata la nostra coda, se fosse rimasta?
Risposta: ”I nostri parenti più stretti, ovvero le scimmie del "vecchio mondo" che vivono in Africa, Asia e nell’Europa meridionale come babbuini e macachi, usano la coda principalmente per l’equilibrio e quindi probabilmente anche le nostre non sarebbero state prensili, perché sarebbero un passo indietro nell’evoluzione. Tuttavia, come spiega l’antropologo evoluzionista Peter Kappeler dell’Università di Göttingen, ciò non significa necessariamente che sarebbero inutili. “Una lunga coda pelosa come quella di un macaco potrebbe essere utile per avvolgerci al caldo, come una sciarpa incorporata. E se ci fossimo evoluti per andare in letargo durante l’inverno, le nostre code potrebbero tornare utili come sistema di accumulo di grasso”.
 Nel proseguo dal sorriso si passa alla risata: ”Secondo Jonathan Marks dell’Università della Carolina del Nord le code corte potrebbero rendere difficile sedersi su una sedia. “Chiaramente, se avessimo la coda, avremmo bisogno di ridisegnare i sedili delle auto e i costumi da bagno”. Averne una lunga, invece, altererebbe probabilmente il modo in cui camminiamo. “Una coda in stile T rex ci costringerebbe a piegarci in avanti sui fianchi, tenendo il petto parallelo al suolo piuttosto che in posizione verticale. Una coda da canguro sarebbe difficile da manovrare senza saltare, altrimenti si trascinerebbe fastidiosamente a terra. Sicuramente la nostra modalità di locomozione sarebbe molto diversa rispetto a come la conosciamo”, ha detto”.
Chissà se una coda ci avrebbe permesso di essere sbugiardati rispetto ai nostri reali sentimenti e alle nostre emozioni.
Pensiamo al gatto con due esempi, cominciando dalla coda dritta. Puntata su verso l'alto, a formare un angolo retto con il dorso, è una delle posizioni più classiche: è il segnale di un saluto, il suo ciao ma anche la sua gioia nel vederci, e spesso è il momento prima del contatto, in cui il micio studia chi ha davanti prima di avvicinarsi.
Veniamo alla coda del gatto che si agita velocemente. È un chiaro segnale di agitazione del gatto, forse paura o fastidio, spesso sintomo di rabbia. Guardati intorno per capire cosa lo disturba.
E il cane? Vediamo qualche esempio. La coda tesa, in posizione orizzontale rispetto al corpo, indica uno stato di tensione e nervosismo del cane.
Se la coda è tesa verso l’alto può indicare aggressività.
Quando la coda si muove velocemente da un lato all’altro e la testa del cane è alzata indica eccitazione ed euforia.
Se gli umani avessero la coda, allora sarebbe un bel problema celare i propri pensieri.

Pensando alla Meloni

Occorre avere l’attenzione giusta rispetto alla recentissima nascita del Governo Meloni per capire dove questa prima donna al comando - distantissima dai miei ideali di Presidente del Consiglio - porterà l’Italia. Ha un suo bagaglio culturale che certo obbliga alla vigilanza e che lei tende a oscurare, contando sulla scarsa memoria degli italiani, che comprende anche la Storia nei suoi tratti più dolorosi, Fascismo compreso.
Bisogna, avendo contezza della realtà, affrontare i temi da risolvere nel confronto con Roma, senza svendere le proprie convinzioni e in primis l’adesione - per me indefessa - al credo autonomista e federalista.
Con ogni Governo nazionale con cui mi sono confrontato, quando fui deputato, partivo da un semplice elenco dei temi necessari per la Valle d’Aosta, che ho ritrovato anche in alcune agendine di allora, e che consegnavo in bella copia con il Senatore coéquipier anzitutto al Presidente incaricato prima della formazione del Governo (incontri annullati dalla Meloni con scelta discutibile). Argomenti che ripetevo in aula e persino allegavo ai resoconti parlamentari al momento della fiducia. Da questo elenco toglievo il tema quando veniva risolto e appuntavo in corso di Legislatura novità con priorità per questioni sopravvenute. Poi mi mettevo al lavoro, punto e basta, dentro alla Camera per leggi specifiche o norme utili da infilare dove si poteva, adoperando quando utile il sindacato ispettivo e incontri vis à vis necessari per illustrare le nostre ragioni. Tutto ciò prescindendo dal colore politico del mio interlocutore, spiegando le necessità in modo circostanziato. Cosa più facile con persone con cui eri in lunghezza d’onda, più difficile con altri. Questa è politica: interlocuzione e ricerca di punti d’incontro con gentilezza ma anche, se necessario, battendo i pugni sul tavolo e soprattutto cercando alleanze ed essendo sempre presenti quando ci vuole.
Detto così sembra semplice, ma non sempre lo è stato. Quel che contava è farsi conoscere e conoscere, stando a Roma tutto il tempo necessario e senza preclusioni anche con Ministri che pure non ti piacevano.
Rivendico un buon tasso di successi e il fatto di cui vantarmi di essere stati a Montecitorio ”il valdostano Caveri”, che era quello che dovevo essere.
Sugli indirizzi di questa Legislatura, in senso più vasto, mi riconosco bei filoni indicati sul Corriere dal sempreverde Sabino Cassese.
Il primo: ”L’esecutivo non potrà continuare pratiche che una parte di esso ha criticato dall’opposizione, come le troppe richieste di voti di fiducia per abbreviare l’esame parlamentare degli atti di iniziativa governativa.
Più in generale, la bilancia dei rapporti Parlamento-governo dovrà ritornare a pendere dalla parte del Parlamento. E questo produrrà il ripristino del «figurino» costituzionale, tradito negli ultimi decenni dalla «Costituzione vivente»”.
Il secondo: « Da molti anni, in un continuo crescendo, ministri della difesa, dell’economia, dell’agricoltura, dell’industria, della cultura, del turismo, del lavoro, sono chiamati a rappresentare gli interessi nazionali in consessi internazionali, nei quali occorre esser presenti e ben preparati, per far sentire la voce dell’Italia, per negoziare con perizia, per saper proporre compromessi ragionevoli”.
Il terzo: ”Un altro cambiamento importante nel sistema di governo italiano è quello che deriva dall’esperimento regionale, che ha ormai raggiunto il mezzo secolo di vita. I governi nazionali debbono, in molte materie, non solo quelle definite concorrenti, informarsi reciprocamente, discutere, negoziare, co-decidere con le regioni. E questo si è visto molto bene durante la pandemia, quando le regioni, anche perché forti del loro sistema presidenziale, hanno fatto la voce grossa con i governi nazionali. Una modifica del regolamento del Senato, apportata nel luglio scorso, prevede che la Commissione parlamentare per le questioni regionali possa invitare rappresentanti delle regioni a partecipare alle sedute della Commissione stessa. Questo è un altro raccordo a disposizione anche del governo, per evitare un eccesso di conflittualità centro-periferia.
Gli esecutivi statali, in sistemi policentrici come quelli contemporanei, articolati in tanti governi sub-nazionali e ancora più governi sovra-nazionali, costituiscono un punto di snodo essenziale. Sono tirati da una parte e dall’altra. Proprio per questo hanno acquisito un potere che durante il periodo dei «governi di assemblea» non avevano. Questo richiede non solo tanto lavoro, ma anche la capacità di «aggiustare il tiro» per adeguare strutture e azione di governo ai nuovi contesti. Una delle prime regole di ogni governo è di non rimanere prigionieri delle questioni urgenti, che tendono sempre a prendere la mano a quelle importanti”.
Parole sagge e speranze importanti, che vedo difficilmente realizzabili, ma lo scrivo senza pregiudizi e dunque vedremo dal vivo gli eventi e gli esiti conseguenti.

Gli studenti in carcere

Ringrazio il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di aver accolto la proposta della nostra Sovrintendenza agli studi di effettuare all’interno della Casa circondariale di Brissogne una serie di incontri sulla legalità e la cittadinanza con esperti vari e soprattutto con la presenza dei vertici della struttura e di una rappresentanza dei detenuti.
È un’iniziativa nata in seguito alla firma fra l’allora Ministro della Giustizia, Marta Cartabria, ed il Presidente della Regione, Erik Lavevaz, di un protocollo d’intesa in materia di ordinamento penitenziario.
In passato molte volte ho visitato questo carcere, ben diverso dalla struttura storica della Torre dei Balivi che divenne prigione dal XV secolo, essendo invece una struttura grande nata negli anni Ottanta del secolo scorso e non più limitata detenuti locali. Vedere dal di dentro è ben diverso dal visitarla all’interno a contatto con quella umanità dolente che la abita coattivamente. C’è sempre un brivido e molte emozioni nel percorrere quei corridoi intervallati da cancelli che si aprono e che si chiudono con quelle celle in cui i condannati espiano le loro colpe.
Così è stato per i ragazzi delle scuole, che saranno alla fine circa 300 a varcare quel portone d’ingresso, ricevendo una scossa a contatto con un mondo dì reclusione che ho visto, con un primo gruppo, quanto possa impressionare gli studenti. In senso positivo, naturalmente, come se fosse - nella crudezza dei luoghi e delle testimonianze dei condannati - una specie di vaccino contro il rischio di cadere nell’illegalità.
Ho ricordato ai ragazzi due questioni. La prima è ricordare il come il comma tre dell’articolo 27 della Costituzione, sia chiaro nella sua essenzialità: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Non è così negli Stati non democratici, come avviene oggi con le donne incarcerate in Iran perché hanno manifestato per la loro libertà o i dissidenti politici in galera nella Russia di Putin, tanto per fare due esempi nell’attualità.
La seconda considerazione riguarda propri i giovani. Nella nostra piccola Valle d’Aosta per la prima volta si assiste alla nascita di bande giovanili che non si limitano a ragazzate adolescenziali, ma hanno ormai varcato il confine sul terreno dei reati veri e propri e non sempre penso abbiano coscienza di che cosa significhi e quali saranno le conseguenze gravi sul loro futuro. Chiari gli ammonimenti nelle testimonianze, cui ho assistito, dei detenuti, che nei loro racconti hanno spiegato e ammesso i propri errori che li hanno portati dietro le sbarre e hanno anche ricordato come siano pericolosi certi messaggi violenti e eversivi che vengono da certi rapper alla moda.
In un primo tempo i ragazzi presenti si sono chiusi in un silenzio che esprimeva il loro disagio. Da una parte esiste una crescente difficoltà nelle scuole ad esprimersi oralmente, in una scelta didattica che per ragioni buone e anche cattive tende a fare quasi esclusivamente degli scritti e questo frustra la capacità nell’ esprimersi in pubblico. Dall’altra spesso il silenzio parla, quando sentimenti ed emozioni stentano, specie in circostanze nuove e inconsuete, a trasformarsi in ragionamenti da condividere.
Quando il clima si è sgelato, è stato un piacere constatare, in questi ragazzi che sono quasi alla fine delle Superiori, come l’impatto fosse stato proficuo per compartecipare ad una discussione. Questo in fondo, al di là dei discorsi dei “grandi”, è lo scopo di una visita così impegnativa in un mondo parallelo e autocentrato, che mostra però un volto sconosciuto, che è bene capire e non solo come ammonimento per tracciare il solco della propria esistenza.

Domande Oltralpe

Leggo ogni giorno il quotidiano francese Le Dauphiné, che copre zone d’Oltralpe con cui la Valle d’Aosta ha da una parte una storia comune sotto Casa Savoia e dall’altro territori di montagna assolutamente analoghi ai nostri. Le Alpi hanno, nei loro 1200 km di lunghezza e 300 km di larghezza, straordinarie analogie e analoghi problemi da affrontare e ciò vale a maggior ragione per l’area del Monte Bianco cui apparteniamo.
Il giornalista Sébastien Voinot si pone per il versante francese del tetto d’Europa alcuni interrogativi interessanti anche se traslati sul nostro versante. Io ne scelgo tre.
Prima domanda: Les stations auront-elles encore de la neige en 2050 ? Traggo qualche passaggio dalla risposta: “Avec le réchauffement climatique, de nombreuses stations de ski de moyenne montagne sont menacées par la raréfaction de l’or blanc. La hausse des températures suit un ordre de grandeur de 0,3 degré par décennie, soit près d’1 degré en 2050. Selon le consortium ClimSnow, la durée d’enneigement se réduira d’environ un mois par degré de réchauffement planétaire. Dit autrement, c’est une remontée de l’altitude d’enneigement de 100 à 250 mètres dans 30 ans, ce qui va inévitablement poser la question de la rentabilité de certaines installations”.
Poi con realismo e senza certo catastrofismo “verde”: “Nul doute que les stations du Mont-Blanc vont souffrir, mais difficile d’imaginer des fermetures en cascade d’ici 2050. Dans ce contexte annoncé, l’offre ski devra s’adapter à l’enneigement futur de nos montagnes”.
Seconda domanda: Y aura-t-il encore des camions dans la vallée ?
Risposta: “2032, c’est la dernière échéance la plus réaliste sur la possible ouverture du fameux Lyon-Turin. La création de cette ligne ferroviaire est sans cesse reculée, mais selon toute vraisemblance, elle devrait être ouverte avant 2050.
La promesse pour la vallée de l’Arve, c’est une baisse drastique du transport international poids lourds. Aujourd’hui, 1 700 camions passent par l’aire de régulation de Passy pour rejoindre plus haut, le tunnel du Mont-Blanc.
Dans 30 ans, l’infrastructure sera toujours là, d’autant qu’elle fait l’objet d’un grand programme de rénovation sur 2022 et 2023. Difficile de croire qu’elle n’accueillera plus de poids lourds, mais la réglementation devrait évoluer drastiquement pour ne laisser que des véhicules dits propres, comme ceux très attendus à hydrogène”.
Chi conosce il dossier è cosciente di come la questione sia molto più complessa e non si può non pensare, sapendo del secco non francese del raddoppio del traforo sul percorso attuale, ad un tunnel di base del Monte Bianco che in lunga prospettiva sostituisca - con tecnologie di trasporto diverse dalla strada come l’intermodalità - il vecchio tunnel.
Terza domanda: Qu’en sera-t-il de la fréquentation de la voie normale du mont Blanc ?
“L’ascension du Toit de l’Europe est loin d’être qu’une affaire d’alpinisme. (…) Avec l’avènement des réseaux sociaux qui anoblissent l’accomplissement personnel, le mont Blanc devrait rester un objectif pour bon nombre de sportifs en herbe durant de longues années.
Mais la voie normale est sujette à l’évolution climatique. Le risque ne cesse d’augmenter, année après année, dans le couloir du Goûter, les chutes de pierres sont légion. La fermeture des refuges de l’itinéraire durant 15 jours cet été en est une parfaite illustration. Comment l’ascension des 4 810 m pourra garder ce passage historique, probablement de plus en plus risqué en haute saison ? Le monde de l’alpinisme pourrait proposer un autre itinéraire, moins risqué. Si celui-ci devient plus dur, alors peut-être que cette course en montagne sera moins courue en 2050”.
Il tema è interessante e riguarda l’approccio anche ad altre cime, come per esempio il “nostro” e svizzero Cervino.

Dalla cuccia allo Spleen

”Era una notte buia e tempestosa”: è questa la frase con cui Snoopy, il cane punta di diamante fra i Peanuts, inizia le sue storie, scrivendo sulla sua macchina da scrivere, posizionato sul tetto della sua proverbiale cuccia.
Frase che in tanti - che ne conoscono l’origine - usiamo con senso scherzoso in diverse occasioni, e lo fa specie chi come me è figlio di Linus, la rivista di fumetti dove comparivano un tempo le strisce divertenti, ironiche e spesso sagge di Charles M. Schulz. Un’eredità che resta solida pure dopo la sua scomparsa.a dimostrazione che i fumetti sono stati un passaggio importante è che per ora tiene botta.
Ci pensavo rispetto a questi anni difficili e alla terribile difficoltà di mantenere una certa leggerezza di fronte ai momenti che stiamo vivendo e che ci obbligano a tenere a bada i nostri umori.
C’è questa parola - che assomiglia in qualche modo all’incipit un po’ gotico del celebre bracchetto di Linus - che è da prendere, invece, molto molto sul serio. È “spleen”, che sarebbe atteggiamento sentimentale malinconico. È un termine inglese che viene dall’antico francese “esplen” a sua volta di origine germanica si derivazione neolatina, che sarebbe niente altro che la milza. Si tratta dell’estensione metaforica, che si fonda sulla teoria degli umori, elaborata dalla medicina antica, che attribuisce alla milza la produzione di umor nero e il termine ha incontrato favore nella letteratura romantica. Ad essere precisi si tratta del romanticismo oscuro, cui potremmo dire appartenga l’incipit di Snoopy.
La più significativa espressione, ma già in chiave trasgressiva, è la poesia “Spleen” di Charles Baudelaire, che si trova nella prima parte de Les Fleurs du mal, descrivendo uno stato d’animo malinconico e insofferente
Ne ricordo i versi iniziali:
Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Sur l’esprit gémissant en proie aux longs ennuis,
Et que de l’horizon embrassant tout le cercle
Il nous verse un jour noir plus triste que les nuits

Baudelaire visse fra il 1821 e il 1867 e - pare che il creatore di Snoopy non lo sapesse - “Era una notte buia e tempestosa” - dice il sito illibraio - fu usato per la prima volta nel 1830, quando il drammaturgo e politico britannico Edward George Earle Bulwer-Lytton (1803-1873) dava alle stampe il romanzo Paul Clifford, che si apriva proprio con la frase “It was a dark and stormy night”. E ancor prima di lui, nel 1807, una locuzione era apparsa nell’opera satirica A history of New York di Washington Irving (1783-1859):
Insomma: padri nobili, che il nostro Snoopy non aveva letto e neppure il suo fido Woostock che avrebbe potuto consigliarlo.
Esiste, insomma, questa idea del dark che, nella capacità umana di scherzare sul triste e persino sul macabro, si rovescia in divertimento.
Halloween incombe e fa ridere chi dice “non è una nostra tradizione” o chi, peggio ancora, sostiene “un attentato paganeggiante alla religione”. Le tradizioni vanno e vengono nella contaminazione culturale e anche - seconda osservazione - nel nostro cristianesimo si mischiano immagini terribili di dolore e di sangue che sono la premessa alla gioia dell’”andate in pace”, che invita al sorriso e all’abbraccio di una comunità.

Il nostro pane quotidiano

Nel quadro di un progetto europeo transfrontaliero diverse località alpine italiane, francesi, svizzeri e slovene hanno celebrato giorni fa il “pan ner”, il pane nero che accomuna la “Civilisation alpestre” come la chiamava l’Abbé Joseph Bréan.
Per noi cinquanta forni dei villaggi di molti comuni della Valle d’Aosta si sono accesi per questa festa con un grande successo di pubblico nel solco di un’antica tradizione della vita comunitaria dei villaggi.
Faccio entrare in campo il grande studioso del francoprovenzale, Saverio Favre, con quanto scritto sul sito regionale dedicato al Patois.
Così dice: ”Autrefois, le pain était si important pour nos communautés qu'il représentait la vie et méritait le respect, voire même la vénération, de la part de tous. De nombreux usages relatifs au pain ont disparu, d'autres ont survécu jusqu'à nos jours, bien que pas partout et parfois avec des variantes ou des modifications. Dans de nombreuses paroisses, pendant la messe de funérailles, au cours de l'offertoire, un parent du défunt portant un cierge donnait un pain au célébrant qui le déposait sur l'autel. Ce pain servait à nourrir les chiens de garde du cimetière, qui devaient empêcher aux animaux sauvages et aux bêtes féroces d'y entrer pour creuser les tombes”.
E più avanti: ”À table, le pain ­ qui était toujours du pain noir, du pain de seigle ­ devait être traité avec un respect particulier : avant de le couper, il fallait faire sur lui le signe de la croix avec un couteau, un geste accompagné parfois de la formule Mon Djeu, manteun-nó todzor de si bon pan, « Mon Dieu, donne-nous toujours de ce bon pain » ; ce même signe de la croix était fait avant de manger le pain béni, au moment de rompre le caillé, sur un champ qui venait d'être labouré, avec le manche du râteau (ou éventuellement avec deux bouts de bois), et en disant, dans ce dernier cas, un De profundis ... pour les âmes de ceux qui avaient labouré ce même terrain autrefois. Le pain ne devait jamais être posé à l'envers sur la table, c'était un manque de respect: selon certains témoignages, si l'on posait le pain à l'envers c'était parce qu'on ne l'avait pas gagné honnêtement. Il ne fallait jamais jeter le pain. Pour souligner la vénération de nos aïeux pour le pain, une personne d'Ayas disait habituellement : Pètoùech alé pa a messa, ma chinqué pa vià lo pan!, « Plutôt n'allez pas à la messe, mais ne jetez pas le pain ! », estimant ainsi que jeter le pain était un péché plus grave que ne pas aller à la messe du dimanche (à l'époque presque tous étaient pratiquants)”.
Ho già parlato dell’ultimo libro di
Vito Teti, che scrive: ”Che il pane, per contiguità metonimiche, è il cibo che nutre e dà il senso, che il pane invera la fatica di chi l’ha prodotto. Di questa pedagogia del valore “filosofico” e culturale del pane resta memoria nelle tante iniziative promosse per la produzione biologica e per un consumo sostenibile, che rimane ancorato al rapporto con la terra, la fatica, la frugalitas”. D’altra parte, nel recitare il Padre Nostro, chiediamo sempre il “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.
Fa sempre impressione, quando si è in altri Paesi e in Italia in altre Regioni, scoprire quanti pani esistano con diverse forme e gusti a dimostrazione della straordinaria inventiva umana e questo vale per le diverse modalità di impastii e di cottura. Una specie di sinfonia di cereali.

Il Berlusconi “sparlante”

Lo è o ci fa? L’interrogativo su Silvio Berlusconi è legittimo, dopo le uscite pressoché quotidiane da cavallo pazzo che picconano (per usare un verbo che venne usato per le esternazioni bislacche del Presidente Cossiga) la stabilità del centrodestra e fanno imbufalire Giorgia Meloni, ormai piazzata sulle scale di Palazzo Chigi.
Il punto più dolente è un Cavaliere che ai suoi eletti ha rivelato il suo sentimento filorusso (prendendo anche le distanze dal leader ucraino Zelensky) nel corso di un monologo a tratti grottesco.
Elio Vito, che è stato parlamentare di lungo corso prima radicale e poi di Forza Italia, ha fatto un tweet rivelatore almeno di un aspetto. Scrive: “Non faccia l'ingenua anche Meloni, le posizioni di Berlusconi su Putin, Crimea, Donbass, l'Ucraina erano note e ribadite, ahimè, anche dopo l'invasione russa. E lei ci si è alleata, ha preso voti, vinto collegi e le elezioni con Berlusconi. Ora fa l'atlantica, lei, amica di Orban”.
Già, la Meloni ha in corso una straordinaria azione di camuffamento che ha convinto gli italiani, abili nel farsi prendere all’amo come fece lo stesso Berlusconi, delle sue doti straordinarie e soprattutto di aver abiurato le radici neofasciste da cui indubitabilmente arriva.
Ma torniamo a Berlusca e alla sua vera o presunta cena di - spiace usare la parola - rincoglionimento senile.
Ha scritto lo scafato Francesco Merlo su Il Foglio: “Non sente bene da un orecchio, parla un po’ a ruota libera, si confonde sui collegi uninominali, racconta sempre la stessa barzelletta su lui e il Papa in aereo, comincia forse ad assomigliare al personaggio di quel film in cui Michele Placido interpreta un uomo politico che divenuto anziano non riesce più a dire le bugie e dunque dice tutto quello che pensa, eppure... “guardate che Berlusconi era così anche vent’anni fa. La resa scenica è logorata dagli anni, certo, ma l’animus pugnandi è lucido. Silvio a volte fa cose irrazionali che dipendono da un’esorbitante personalizzazione dei conflitti. E ora gli interessa solo una cosa, credetemi e non è politica: lui vuole sfregiare Giorgia Meloni, l’abusiva”. Dice così Fabrizio Cicchitto che è stato il capogruppo del Cavaliere negli anni napoleonici e disastrosi del Pdl, culminati nella notissima e furibonda lite con Gianfranco Fini, forse il climax ascendente dell’irrazionalità di questo Titano ribelle, Silvio Berlusconi appunto, mezzo Prometeo e mezzo Anticristo, anomalo perché in conflitto d’interessi, in conflitto d’interessi perché anomalo, chiamato dal destino a imporsi, a distruggere, a dilaniare anche se stesso in una battaglia e in una sofferenza sovrumane: “Dopo di me il diluvio”. Casini, Fini, Alfano, Tremonti, Scelli, Bertolaso, Brambilla, Samorì, Fiori, Martinelli (quello di Grom), Toti, Parisi... per venticinque anni Berlusconi ha lasciato intravedere ai suoi smaniosi alleati e cortigiani la possibilità di consegnare lo scettro a qualcuno di loro, indicando ora l’uno, ora l’altro, ora tutti e ora nessuno. Insomma ha divorato più delfini lui di qualsiasi altro pescecane, annichilendo persone anche per un nonnulla, e forse soltanto perché, come dice Giuliano Urbani, che Forza Italia la fondò con il Cavaliere nel 1994, “per Silvio è inconcepibile che qualcun altro possa fare il leader e il presidente del Consiglio del centrodestra al posto suo. Tanto meno la Meloni che sembra fatta costituzionalmente per non piacergli. Piccola, donna, giovane e anche un po’ ‘fascistina’ come disse Fedele Confalonieri”. E Salvini allora? “Salvini non è mai stato leader di niente, ha governato con i grillini e non è mai stato in predicato di diventare presidente del Consiglio. La Meloni invece lo manda ai matti. Letteralmente. E’ proprio così, io lo conosco Berlusconi”. E allora eccolo il Cavaliere, che giovedì scorso aveva cercato di ritardare l’elezione di Ignazio La Russa in Senato, a sfregio, come si dice. Ed eccolo ancora, non soltanto imprevedibile ma anche un po’ sadico, mentre si fa fotografare con i famosi appunti su
Meloni “supponente, prepotente, arrogante e offensiva”. Eccolo infine, il giorno dopo, spinto quasi contro la sua volontà da Gianni Letta, dalla figlia Marina e da Pier Silvio ad andare in Via della Scrofa, la sede di Fratelli d’italia. Canossa. Una pace durata lo spazio di una sera”.
Poi - spiace interrompere questa prosa prorompente - la fuga delle registrazioni, destinata forse a proseguire, con cui ha messo macigni sulla strada della Meloni.
Insomma: lo è o ci fa?
Non ho certezze, ma lo spettacolo, anche nei suoi aspetti miserandi, è assicurato.

I figli di Erasmus

“Le idee migliori non vengono dalla ragione, ma da una lucida, visionaria follia”.
Questa frase di Erasmo da Rotterdam, tratta dal celebre e beffardo “Elogio della follia” (una copia era in casa, ereditata dalla biblioteca di mio nonno!), l’ho ricordata in questi giorni ai ragazzi delle Superiori presenti all’Università della Valle d’Aosta per festeggiare Erasmus, programma europeo che ha compiuto 35 anni, che oggi vale per l'istruzione, la formazione, la gioventù e lo sport in Europa, cui collaborano per gli scambi tantissimi Paesi.
Erasmus è un’acronimo - EuRopean Community Action Scheme for the Mobility of University Students – che è stato, però, occasione per ricordare Erasmo da Rotterdam, umanista e pozzo di scienza che girò per tutta l’Europa fra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento e questa sua caratteristica errante era giusto riferimento di un progetto di spostamento nato per gli studenti universitari inviati a studiare per un periodo in Università straniere, poi espanso in diversi settori e soprattutto è possibile andare pressoché in tutti i Paesi del mondo.
Oggi gli interessati sono diventati assai numerosi e la progettualità spazia moltissimo e li elenco non a caso per capire il perimetro: per progetti che interessano il settore dell'istruzione superiore: studenti nell'ambito dell'istruzione superiore (ciclo breve, primo, secondo o terzo ciclo), insegnanti e professori dell'istruzione superiore, personale di istituti d'istruzione superiore, formatori e professionisti in imprese; per progetti che interessano il settore dell'istruzione e formazione professionale: apprendisti e studenti che frequentano istituti di istruzione e formazione professionale, professionisti e addetti all'istruzione e alla formazione professionale, personale di organizzazioni di istruzione e formazione professionale iniziale, formatori e professionisti in imprese; per progetti che interessano il settore dell'istruzione scolastica: dirigenti scolastici, insegnanti e personale scolastico, alunni della scuola pre-primaria, primaria e secondaria; per progetti che interessano il settore dell'istruzione degli adulti: membri di organizzazioni per l'istruzione non professionale degli adulti, formatori, personale e discenti dell'istruzione non professionale degli adulti; per progetti che interessano il campo della gioventù: giovani dai 13 ai 30 anni, animatori socioeducativi, personale e membri delle organizzazioni attive nel campo della gioventù; per progetti che interessano il campo dello sport, i principali beneficiari sono: professionisti e volontari nel campo dello sport, atleti e allenatori.
Un’offerta incredibile per aprire le menti e conoscere realtà diverse dalla propria!
Cosa c’entra la frase iniziale? Dalla follia delle guerre novecentesche è nata la follia dell’utopia visionaria europeista, che si è concretizzata fra alti e bassi, dimostrazione che esistono “follie” cattive e quelle buone. Erasmus, che ha segnato e segnerà molte generazioni con una coscienza crescente dell’importanza della politica comunitaria. Con un solo augurio: che i tanti valdostani “Erasmus” che hanno scelto di restare all’estero dopo questa esperienza o in seguito a questa esperienza sappiano anche tornare da noi o, pur decidendo di restare distanti, aiutino con il loro contributo di idee e proposte la loro Valle d’origine.

Quando un paese si preoccupa

Verrès è il paese dove sono cresciuto. Non ci sono nato perché a partire dalla metà degli anni Cinquanta (io sono del 1958) le nascite in casa con l’ostetrica scemarono a vantaggio della Maternità di Aosta o, per qualche tempo, anche di Ivrea.
Questo mio paese della Bassa Valle con i suoi 2500 abitanti è noto per il castello-fortezza (sede dal dopoguerra del Carnevale storico) e per il complesso della Collegiata e come porta d’accesso della Val d’Ayas. La popolazione ha un senso di comunità, per quanto - in particolare per la vocazione industriale di un tempo - composta da famiglie di varia provenienza (più di 30 nazionalità diverse) che si sono integrate, tranne qualche eccezione e con qualche inquietudine per i seconda generazione, con i verrezziesi originari del luogo. Un simbolo di questo è il coro maschile che ha un repertorio che spazia nel mondo senza dimenticare l’ancoraggio con le tradizioni. Tratto distintivo di questi anni il fatto che con la ristrutturazione di un cotonificio dismesso esiste oggi un polo scolastico di scuole Superiori con un migliaio di studenti, che hanno ringiovanito un paese che soffre come tutta la Valle d’Aosta di un’acuta crisi demografica.
Visto che oggi va di moda il termine lo potremmo definire un bel borgo con una vita di paese simile a molti altri. Il giovane sindaco, Alessandro Giovenzi, che è anche il mio segretario, è un amministratore capace che ha dato una svolta importante alla cittadina.
Quadro quieto, ma proprio il sindaco si trova nelle mani un rovello che pare irrisolvibile. Esistono ragazzi e in certi casi ragazzini che si sono aggregati in una logica da banda e da anni, purtroppo facendo tendenza e anche proselitismo, si dedicano ad atti vandalici e pure a forme di bullismo, spingendosi ormai verso la delinquenza giovanile. Lo dimostrerà a breve un primo passaggio in Tribunale di alcuni di loro.
Ultimo episodio poche sere fa. Dopo una festa di coscritti (sciaguratamente pubblicizzata anche con un’esaltazione di consumo degli alcolici) hanno divelto a Verrès parte di un impianto elettrico, cercato di bruciare le telecamere e sparso bottiglie rotte per tutto il paese
Che fare? Al capezzale del Comune arrivò in passato il Tribunale dei minori di Torino, ma par di capire che - a differenza di altri Paesi europei - in Italia le armi penali per reagire a situazioni di questo genere siano piuttosto spuntate. Si sa che i Carabinieri stanno sviluppando azioni investigative che si immagina daranno nuovi frutti, sperando che poi la Magistratura non sia di manica larga.
Ci sono genitori che reagiscono in modo collaborativo, ma troppi - con una tendenza che stupisce chi ha avuto educazione come la mia - dimostrano di essere giustificativi con il comportamento dei propri figli e pronti a mettere mano al portafoglio per risarcire, come se quello fosse il solo problema e non risultino invece problemi educativi e comportamentali.
Spiace molto che questo avvenga. Come Regione organizziamo a beneficio di studenti e insegnanti, ma anche delle famiglie, incontri mirati su legalità e cittadinanza, che offrono informazioni e strumenti utili. Purtroppo non si riesce a raggiungere tutti e lo spirito imitativo alimentato da cattive compagnie fa uscire dai binari la comprensibile esuberanza giovanile senza che ci si renda conto quanto poco ci si metta a passare da ragazzate a reati.

Dal mercenario alla marmotta

L’arretramento dei ghiacciai e il loro drammatico scioglimento serviranno nel tempo a raccontarci ancora meglio come i cambiamenti climatici del passato abbiano inciso sulla natura delle Alpi e dunque anche sul popolamento delle nostre montagne e sulla presenza umana specialmente in transito.
L’esempio più recente sul nostro territorio, certo più simpatico del rinvenimento di corpi e di materiale di alpinisti scomparsi e imprigionati dal gelo, riguarda la mummia di marmotta rinvenuta lo scorso agosto, sulla parete est del Lyskamm, a una quota di 4.300 metri, restituita dal ghiacciaio. La datazione calibrata al radio carbonio rivela che l’esemplare è vissuto circa 6.600 anni fa, nel Neolitico. L’attendibilità del risultato, pari al 95,4%, attesta l’eccezionalità del dato che colloca la mummia del Lyskamm tra il 4.691 e 4.501 a.C. .
Interessante quanto ha scritto Marco Horat, facendo riferimento alla “mummia” più famosa di tutte, che ho visitato in occasione di mie visite nel Tirolo del Sud: “Quando nel 1991 sulle Alpi italiane vennero casualmente alla luce i resti di Ötzi vecchi di oltre 5000 anni, si parlò giustamente della scoperta archeologica del secolo; ora la più famosa mummia al mondo, insieme a tutti gli oggetti che lo accompagnavano nel suo ultimo viaggio (vestiti, calzature, armi, strumenti vari) si trovano nel bellissimo museo di Bolzano, oggetto di studio continuo e di cure appropriate. Un decennio prima in Vallese, nella regione di Zermatt, sul colle del Teodulo che collega Svizzera e Italia, erano venuti alla luce alcuni frammenti ossei di un uomo con una panoplia di armi e bagagli datati agli inizi del XVII secolo avanti Cristo, che trasportava mentre forse si recava a sud delle Alpi: di qui il soprannome di «Mercenario del Teodulo» che gli archeologi gli hanno scherzosamente dato”.
Sintetizza bene Wikipedia: “Nel 1984, durante un’escursione sugli sci con degli amici nella parte superiore del ghiacciaio del Teodulo, Annemarie Julen-Lehner scoprì accidentalmente un pugnale e una moneta. Tra il 1984 e il 1989, accompagnata a più riprese da suo fratello, Peter Lehner, e da amici o altri membri della sua famiglia, raccolse diverse ossa umane, armi, monete (per un totale di 184 esemplari), resti di mulo, gioielli in argento, unitamente a svariati pezzi di vetro, legno, tessuto, metallo e cuoio, tutti venuti alla luce a seguito dello scioglimento dei ghiacci”.
Così precisa ancora l’articolo: “La presenza di armi portò inizialmente gli studiosi a pensare che si trattasse dei resti di uno dei tanti mercenari che dalla Germania raggiungevano l'Italia, passando per il Canton Vallese, per prestare il loro servizio a qualche potentato locale. L'ipotesi sembrò trovare conferma dall'esame preliminare delle monete, che risultarono coniate in larghissima parte in zecche tedesche e del nord Italia.
Un successivo riesame, promosso dal Canton Vallese a partire dal 2011 e condotto da un team multi-disciplinare di esperti - tra cui antropologi forensi, paleobotanici, glaciologi e numismatici - ha portato a una contestazione della lettura originale, propendendo invece per ricondurre i resti a un esponente della piccola nobiltà (i materiali di cui erano composti gli abiti sono stati giudicati troppo raffinati per essere messi in relazione con un mercenario), probabilmente di origini tedesche, di ritorno da un soggiorno in Italia e deceduto poco prima del 1610.
I materiali sono oggi esposti integralmente presso il Muséé d'Histoire du Valais di Sion. La denominazione di "mercenario" relativa al personaggio è stata mantenuta, ora opportunamente virgolettata, in quanto è con questo termine che si è fatto riferimento ad esso fin dal suo ritrovamento”.
“Incontri” con il passato di questo genere si sono moltiplicati in tutto l’arco alpino a causa dei cambiamenti climatici che hanno portato al ritiro dei ghiacciai. Proprio nuovi metodi di ricerca sofisticati resi possibili dallo sviluppo della tecnologia, hanno dato vita a una nuova branca scientifica: quella dell’archeologia glaciale, che studia i reperti che si sono conservati nel ghiaccio anche per millenni.
Il caso della già citata “mummia del Similaun”, detto Ötzi, dal nome della regione dove fu trovato, Ötztal, è significativo di come un corpo umano e gli oggetti che erano su di lui possano dar vita a ricerche straordinarie. “Ötzi è il corpo umano più esaminato che il mondo abbia mai visto” ha detto il patologo tedesco Oliver Peschel, che si occupa della sua conservazione. Per questo oggi siamo in grado di ricostruire una gran quantità di caratteristiche di Ötzi e della sua vita e questo arricchisce il contesto antropologico della storia alpina. Prepariamoci a nuovi ritrovamenti che ci racconteranno storie avvincenti come questa.

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