Attenzione ai manipolatori

La politica in democrazia, attraverso un lungo processo storico, si fonda oggi sul confronto regolato fra le parti. Il caso più evidente – e l’ho sperimentato vivendoci dentro – avviene nelle assemblee parlamentari, dove i regolamenti canalizzano discussioni e decisioni. Per me, dovunque ho avuto ruoli elettivi, è stata un’esperienza interessante dentro i meccanismi più minuti. Per questo mi sono sempre sentito in prima linea per difendere il buono delle organizzazioni politiche e delle istituzioni democratiche contro l’antipolitica e l’antiparlamentarismo. Senza avere naturalmente paura di segnalare quanto non funziona, il malaffare, le inefficienze.
Nella dialettica politica quel che mi è sempre stato insopportabile è la categoria dei manipolatori, che rovesciano la realtà, sguazzano nelle polemiche, costruiscono castelli in aria e il loro naso diventa quello di Pinocchio.
Di questi tempi – e i lettori più attenti lo avranno rilevato – trovo utile scavare nelle parole, che spesso usiamo avendone perso il senso più arcaico, che in qualche modo si appanna nell’uso.
Così è per manipolatore e per il verbo manipolare. Sul sito unaparolaalgiorno c’è una spiegazione avvincente: “Se ci immaginiamo il ‘manipolare qualcuno’ quale esito figurato di azioni come manipolare l’argilla, e quindi come un’azione che plasma, siamo un pochino fuori strada. Anche in questo caso la via più breve non è quella giusta, e la tappa intermedia più accreditata è sorprendente.
Non ci stupiamo a leggere che il termine ‘manipolo’ ci parla di una manciata: è una voce dotta recuperata dal latino manipulus, un composto di manus e del tema del verbo ricostruito (cioè con tutta probabilità esistito ma non attestato) plère ‘riempire’. Una ‘mano piena’, anzi una quantità che riempie una mano — non un sacco, non una briciola. Ora, nel latino medievale usato da medici e farmacisti questo manipulus ha acquisito un significato molto preciso: sempre una manciata, ma una manciata esatta (quasi un’unità di misura) di erbe medicinali da lavorare. Quindi il manipolare ci parla di un’azione che è più da farmacista o da alchimista piuttosto che da scultore”.
Apro una parentesi: a me “manipolo” faceva venire in mente la più piccola entità della Milizia fascista e non altro e ciò per semplice lettura storica. Nell’uso della parola originale vi è poi una svolta, che passa dalla manciata alla mano, così come si spiega: “Ma non è una derivazione pulita (anzi i più dotti notano molti punti di sbavatura): come avviene nel nostro lessico mentale, che ci fa subito immaginare il manipolare come un maneggiare, lavorare maneggiando e plasmando coi pollici, sul significato originale del manipolare ha subito pesato il termine mano (siamo negli ultimi anni del Seicento). Non è rimasto un ‘lavorare i manipoli di erbe’, ma ci ha aggiunto il profilo di un modellare, un impastare — e allora manipolo la cera per scaldarla e sigillarci un collo di bottiglia, manipolo il pongo per foggiare il tuo viso (più o meno), e la pasta frolla va manipolata il meno possibile”.
Il manipolare infine diventa cattivo e con questo si chiude il commento: “Chi cerca di manipolarci, suggerendoci realtà artate per suscitare reazioni previste, chi col falso e il conveniente ci fa muovere nella posizione che vuole, chi tende nascostamente i fili delle nostre amicizie e inimicizie a suo pro, non sta agendo fisicamente su di noi. Agisce con sottigliezze da alchimista, con alterazioni farmaceutiche che contraffanno percezioni e determinazioni, ci condiziona e controlla come nella discreta lavorazione di un composto. Certo una parola complessa, ma come potrebbe non esserlo? Dopotutto, la passione per il manipolare accomuna pargoletti che non parlano e politici machiavellici”.
E qui torniamo da capo e a chi manipola non tanto i propri pensieri, ma i pensieri e le azioni degli altri e pure stravolge la ricostruzione di fatti e vicende solo a proprio beneficio.
Il manipolatore - che mai è corretto avversario - resta per me, sempre più, un essere odioso.

Povera democrazia

Chissà quale meccanismo mentale spinge molte, troppe persone a rimpiangere i dittatori o a sperare di finire nelle grinfie di quelli nuovi.
Ammoniva Charlie Chaplin ne “Il grande dittatore”: “Non cedete a dei bruti, uomini che vi disprezzano e vi sfruttano, che vi dicono come vivere, cosa fare, cosa dire, cosa pensare, che vi irreggimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie. Non vi consegnate a questa gente senza un'anima, uomini macchina, con macchine al posto del cervello e del cuore. Voi non siete macchine, voi non siete bestie: siete uomini!”
Il caso italiano riguarda quel fenomeno complesso, il famoso Ventennio, che imprigionò progressivamente l’Italia con Mussolini e la sua invenzione: il fascismo. Ci sono nostalgici che ne esaltano le prodezze, altri che stravolgono la realtà celebrando “le cose buone fatte” con elenchi facilmente smontabili, ma al fideismo non si comanda.
Ma se pensiamo al nazismo e agli orrori di Hitler vediamo che ci sono simpatizzanti su tutti i Continenti, anch’essi esaltati a maggior o minor titolo a celebrare i fasti del regime totalitario noto come Terzo Reich. Sembrano poco importare le violenze e gli orrori, che renderebbero impossibile a qualunque essere pensante non solo esaltarne il ruolo, ma pensare solo per un momento a qualche forma di suo ripristino.
Lo stesso vale per quell’utopia schiantatasi contro le realizzazioni fatte in suo nome, il comunismo nella forma del socialismo reale e in altre fattezze con regimi di differente gravità. Chi rimpiange a scelta Stalin, Mao, Castro, Pol Pot, Ceausescu e altri sembra vivere in una realtà parallela affondata nel più bieco fideismo.
Eppure ci si accorge non nell’astratto ma nella quotidianità quanti siano coloro che s’inventano ragioni per esaltare i totalitarismi, dall’estrema destra all’estrema sinistra, uniti nel disprezzo verso la democrazia e i suoi meccanismi definiti deboli e lassi.
Osservava Karl Popper con una semplicità disarmante: “Il nostro mondo, il mondo delle democrazie occidentali, non è certamente il migliore di tutti i mondi pensabili o logicamente possibili, ma è tuttavia il migliore di tutti i mondi politici della cui esistenza storica siamo a conoscenza”.
Ma pensando all’astensionismo e al progressivo indebolimento dei partiti viene in mente quanto scritto da Erich Fromm: “La democrazia può resistere alla minaccia autoritaria soltanto a patto che si trasformi, da “democrazia di spettatori passivi”, in “democrazia di partecipanti attivi”, nella quale cioè i problemi della comunità siano familiari al singolo e per lui importanti quanto le sue faccende private”.
Il contrario appunto di quanto avviene in regimi dittatoriali, nei quali troppi si accomodano, coltivando quel sogno dell’uomo/donna “forte” che consente di pensare a qualcuno che aggiusta tutto con una bacchetta magica. Questa idea che - per chi ha pensieri autocratici - va a scalare dal presidenzialismo come possibile partenza sino alla dittatura vera e propria, mettendo assieme singolari alleanze e bizzarre affinità e finisce per creare quel terreno che fa assurgere al potere il peggio. A vacillare e a far cadere la democrazia ci si mette poco, vista anche la sua palese fragilizzazione in questo ventennio del secolo.

I negazionisti

In premessa una frase del teologo Alberto Maggi: “Per farsi notare il negazionista deve andare contro l’evidenza, e contro la verità, e per questo suo delirio deve appoggiarsi su una visione della società vittima di ogni tipo di complotto, dal finanziario al religioso, con il continuo sospetto che si traduce in rifiuto di tutto quel che con le sue limitate capacità intellettuali non riesce a comprendere”.
Leggevo sul Foglio sul tema appassionante e che si sta espandendo a dismisura il saggista Luca Mastrantonio, lui stesso con una premessa: “Premessa: in questo articolo l’aggettivo “negazionista” non è usato come insulto indiscriminato, descrive chi mantiene una posizione riguardo qualcosa in una forma di pensiero negativo, perché non afferma una verità alternativa, ma nega un fatto storico che altri riconoscono come vero. È facile riconoscere il negazionista perché il suo linguaggio è ricco di aggettivi scettici riguardo le verità storiche presentate come “cosiddette”, messe tra virgolette, derise come “sedicenti”.
Ma l’uso per mia generazione - e personalmente ho battagliato spesso per questo - ha avuto in origine un uso preciso: “Se suona come un insulto è perché il termine “negazionismo” originariamente si riferisce a quanti dicono che la Shoah sarebbe una grande bugia. Alcuni lo fanno senza crederci, per una forma di rivincita di cieco sadismo: hanno subìto un torto nella vita e godono nel negare quelli subìti da altri. Altri contrabbandano antisemitismo. Non tutti i negazionisti sono antisemiti, ma è raro trovare un antisemita che non sia un po’ negazionista. Negare l’Olocausto maschera bene il desiderio di negare agli ebrei il diritto di esistere”.
Una schifezza che torna con triste cadenza.
E ancora nell’articolo: “Usare il termine negazionista come insulto generico è rischioso. Il negazionista, quando non è in una posizione di forza, armata o violenta, tende a fare la vittima, così sposta il piano del discorso: dalla verità che lui attacca alla libertà d’opinione messa sotto attacco”.
Mai cadere in questa trappola!
Poi Mastrantonio allarga il tiro: “C’è chi nega che l’uomo è andato sulla Luna, che gli attentati alle Torri gemelle sono opera di terroristi islamici, che la Terra è rotonda, che l’uomo sta accelerando il cambiamento climatico, che il Covid è una pandemia mortale, che i russi uccidono civili in Ucraina… Per alcuni, mettere questi negazionisti sullo stesso piano di chi nega la Shoah è sminuirne la memoria sacra. Di certo è un insulto al quadrato quello che hanno fatto alcuni No Vax che si sono messi delle simil-divise dei prigionieri nei lager. C’è d’altronde chi riesce a negare la Shoah e poi a paragonarsi alle sue vittime.
Ovviamente, su un piano strettamente logico, tutti siamo potenzialmente negazionisti di qualcosa di cui altri sono certi. Per esempio: io agli occhi di un terrapiattista sono un negazionista, perché nego che la Terra sia piatta. Infatti, credo sia tonda. Di più, ne sono certo, me l’hanno insegnato a scuola. E posso dimostrare che è vero? Ci sono foto satellitari, documenti di chi ha circumnavigato il globo… Però – questo è il punto - non ci avevo mai pensato prima di scoprire che ci sono i terrapiattisti.
Ecco. È il vantaggio dialettico che il negazionista si prende senza negoziare. Al di là di certi giochi di prestigio numerici, non sostiene una tesi portando delle prove sue, ma attacca la controparte pretendendo che lei ne produca di assolute, che comunque si riserva il diritto di rigettare. Un meccanismo simile a quello delle pseudoscienze analizzate da Karl Popper che rovesciano l’onere della prova delle loro teorie agli scienziati”.
Infine la triste trasformazione: “Da almeno vent’anni il negazionismo è in crescita. Quello antisemita è radicato in alcune culture e aree del mondo, e aspetta la morte dell’ultimo sopravvissuto ai lager. Negazionismi derivati o più recenti hanno l’età dei media digitali dove proliferano, anche perché i social hanno introiettato il meccanismo binario da talk show televisivo che spettacolarizza la contrapposizione pro/contro. Si è creata una rete globale da baratto low cost, che piace anche a certi Stati: “Tu neghi lo sterminio degli Armeni, io negherò quello degli Uiguri, tu nega il diritto a esistere dell’Ucraina, io lo farò con Taiwan…”.”.
Esiste ancora una tipizzazione nostra: “E in Italia? Negli ultimi due anni abbiamo visto fior di intellettuali negare in toto o in parte la mortalità dell’epidemia di Covid o i piani criminali dei russi in Ucraina. C’è il pensatore che nelle prime settimane ha scritto con la prolissa avventatezza di Facebook un libro contro la dittatura sanitaria, e l’opinionista che grida alla censura perché i giornali non pubblicano il testo in cui sostiene che i morti civili ucraini uccisi dai russi non sono morti, non sono civili, non sono ucraini perché l’Ucraina non esiste. Che lo facciano per retaggio ideologico, provocazione o tornaconto personale non importa. Se li chiamate negazionisti si indignano, vi querelano o vi sbattono in faccia la loro cultura. Il che, almeno, smentisce il luogo comune per cui il negazionismo è sinonimo di ignoranza: no, ma la sfrutta, come sfrutta la rabbia sociale, il risentimento diffuso, il senso di ingiustizia ed emarginazione di chi cede alla tentazione di dire un grande no al mondo. Per dispetto, sfiducia, nichilismo, ribellione”.

L’interessante “sobriété”

Chiamare le situazioni delicate con una definizione marcante, come se fosse un’etichetta, non è affatto indifferente. Per dire: come vanno definiti i sacrifici cui saremo costretti a causa dei problemi di approvvigionamento energetico e dei costi alle stelle del gas?
Trovo a questo proposito interessante la scelta rassicurante avvenuta nella proposta lessicale con la parola scelta in Francia per definire la situazione di crisi in cui ci troviamo dal punto di vista collettivo e personale.
Scrive Clement Lacombe su Obs, raccontando “sobriété”: “Le mot est longtemps resté cantonné aux cercles écologistes, avant de cheminer ces derniers mois dans les hautes sphères de l’Etat, jusqu’à devenir, dans les prises de parole répétées d’Emmanuel Macron, une des solutions au grand chambardement énergétique provoqué par la guerre en Ukraine : pour le président, c’est par la sobriété, c’est à -dire une consommation plus raisonnable, que l’Europe pourra se passer de gaz russe”.
L’aggettivo sòbrio, che noi adoperiamo usualmente per definire lo stato di chi non beve, ha anche il significato di misurato, frugale, parco. Ma viene dal latino sōbrĭus, che è esplicitamente “non ubriaco”, da ēbrĭus ‘ebbro’. Da lì arriviamo a sobrietà, il cui contrario, seguendo il pensiero di Macron, è appunto eccesso, esagerazione, incontinenza, smodatezza. Quella da combattere per sconfiggere Putin, tanto per capirci.
Ancora Obs, che ci consente di coglierne la ancor maggior profondità anche dopo questo periodo: “Le mot s’est imposé dans le débat public, et c’est tant mieux. Reste à l’appliquer dans toute sa portée pour répondre au plus grand défi de notre temps : la crise climatique. La sobriété ne doit pas seulement être une voie passagère pour passer l’hiver et avoir de l’électricité à Noël. Elle est surtout – avec la fin du recours aux énergies fossiles (charbon, gaz, pétrole) – notre principal instrument pour parvenir à la neutralité carbone. L’économiste Eloi Laurent, dans un formidable entretien donné à nos journalistes, la définit comme « la satisfaction de besoins raisonnés au moyen de ressources limitées ». En clair, c’est trouver le moyen de concilier notre bien-être avec l’impérieuse nécessité de ne plus gâcher, gaspiller, dilapider ; c’est l’obligation de changer en profondeur nos modes de vie pour ne plus émettre davantage de gaz à effet de serre que ce que la planète peut naturellement absorber. Au sortir d’un nouvel été marqué par une cohorte de catastrophes climatiques, il est plus que jamais essentiel de faire de la sobriété un principe cardinal de toute l’action publique”.
Senza drammatizzare o seguire gli estremisti del pauperismo è bene ragionarci. Si tratta certamente di una svolta su cui riflettere perché i tempi difficili sono l’occasione nel grande e nel piccolo per fare delle scelte importanti e la sobrietà va interpretata con intelligenza e inventiva.
E sapendo che la “sobriété” alla francese va declinata assieme a “liberté, égalité, fraternité”. Altrimenti non è democrazia.

Il lato oscuro dei sabot

Ci sono scoperte improvvise di qualche cosa che hai sotto gli occhi e non ci hai mai pensato e se la cosa finisce per far sorridere è un valore aggiunto.
L’altra sera ero a cena Domenico Siniscalco, courmayeurin d'adozione e appena nominato alla Presidenza della Fondazione Courmayeur, e chiacchieravamo dei tempi dell’Università, quando si frequentava con mio fratello Alberto e anch’io vissi qualche tempo - anche se più giovane - quel clima torinese. Erano gli “anni di piombo”, ma la giovinezza era un antidoto contro ogni cupezza.
Ho raccontato così, per collegamento con gli studi, di quando allora ragazzetto andavo d’inverno a Torino a Palazzo Nuovo, sede dell’Università, con i sabot ai piedi per esibizionismo, spesso con una salopette di jeans e un montone sui quali è bene far cadere l’oblio.
Di conseguenza ho dovuto spiegare il perché.
I sabot (“tsoquè” nella lingua francoprovenzale), sono le tipiche calzature in legno, sono l’elemento caratterizzante dell’artigianato tradizionale dell’alta Val d’Ayas. 
Il mestiere del sabotier, con una forma di vendita del prodotto scendendo anche nelle pianure piemontesi, era un tempo molto diffuso poiché consentiva di lavorare anche durante i lunghi mesi invernali, periodo in cui le attività agricole non potevano essere svolte.
Domenico mi guarda e dice: “Già, da lì - se ricordo bene - viene anche il verbo “sabotare”!”
Apriti cielo! No. Ci avevo mai pensato!
Sabotare sarebbe: “Sottoporre edifici, impianti, servizi, eccetera., ad azioni di sabotaggio, specialmente a scopi di rappresaglia politica, economica o militare."sabotare un macchinario". O anche: “Ostacolare o disturbare la realizzazione di qualcosa; boicottare il progetto del ministro".
Appurato dunque che è un francesismo scavo trovo questa spiegazione sulle origini: “Le mot sabotage a pour racine sabot. Le sabot est une chaussure en bois. Au XIXe siècle, les ouvriers portaient des sabots au pied. Lorsqu'il y avait une grève, ils utilisaient probablement leurs chaussures pour casser les machines avec lesquelles ils travaillaient. C'est probablement l'origine du mot sabotage”.
Trovo poi un ulteriore indizio che fa sorridere su sabot: “De l’ancien français çabot, inflexion de bot (« botte »), de savate (« soulier »), de l’ancien occitan sabata, du turc zabata, de l’arabe sabbât (« sandale ») ; cf. italien ciabatta (de ciavatta), espagnol zapato”.
Mi viene in mente quando sono stato ad Amsterdam, dove negozi di souvenir campeggia molto del ciarpame visibile in ogni parte del mondo, ma certo per un valdostano colpisce la presenza di zoccoli in legno, molto simili proprie alle già citate alle "tsoque" fatte dai sabotier valdostani di Ayas, anche se sono calzature da campagna più basse e più panciute. Ricordo - anni fa - un ayassin doc che raccontava ad avvenenti turiste in preda alla speranza di acchiappo ma in piena presa in giro chiamata "cabala" in patois locale - come un olandese fosse capitato ai piedi del Monte Rosa e avesse istruito i montanari alla lavorazione dei sabot. Una balla, naturalmente, ma trovo che un "ponte" oggi ci dovrebbe essere: trovo che i nostri sabotier potrebbero creare delle linee nuove da ornamento, con colori accesi e geometrie bizzarre, come fanno lassù.
O si tratta di sabotaggio della tradizione?

Non perdere la scrittura manuale

Non ricordo esattamente quando io abbia cominciato ad adoperare la scrittura digitale. Probabilmente nella seconda metà degli anni Ottanta con un Macintosh regalatomi da Eddy Ottoz. Prima scrivevo a mano o adoperavo nella redazione Rai la macchina da scrive e già avevo trovato rivoluzionaria la macchina da scrivere Olivetti di cui eravamo dotati.
Oggi scrivo con il computer o con il telefonino, ma non ho affatto abbandonato la scrittura tradizionale con cui annoto appunti e note con la mia grossa e imperfetta grafia, che ha una sua originalità. I miei collaboratori si sono sempre divertiti a vedere poche parole su di un post-it che mi bastano per sviluppare un lungo intervento orale.
Un amico mi ha segnalato Dal Corriere uno stralcio dell’intervento « Scrittura a mano versus scrittura digitale: conflitto o integrazione?» del professor Roberto Travaglini dal primo numero di «Graphos, Rivista Internazionale di Pedagogia e didattica della scrittura», Edizioni Ets.
L’interrogativo che ci si pone è “che cosa rappresenta oggigiorno lo scrivere a mano, in un tempo storico in cui la scrittura digitale sta assumendo globalmente un nuovo e diverso significato rispetto a quando gli strumenti tecnologici non consentivano altro se non l’uso della tecnica manuale di scrittura per la costruzione del linguaggio scritto”.
E ancora : “Bisognerebbe chiedersi pure se si possa intravedere la possibilità di un’integrazione tra le due forme di scrittura, tra la scrittura manuale (che è materiale) e la scrittura digitale, quest’ultima costruita virtualmente con i nuovi mezzi tecnologici”.
In attesa di leggere il libro nella sua interezza, annoto alcuni pensieri dell’autore: “La scrittura manuale è una tecnica sviluppatasi nel corso della storia dell’umanità talmente evoluta che non dovrebbe stupire l’idea secondo cui il suo naturale esercizio si ponga a fondamento di un sano sviluppo psicofisico dell’essere scrivente in un dato spazio-tempo sociale e culturale: l’apprendimento della scrittura è un processo che in genere comincia in un’età psicologica caratterizzata da una notevole plasticità cerebrale e mentale, e da una rapida e costante evoluzione psicofisica. (...) Se nella scrittura manuale troviamo al contempo elementi narrativi ed elementi metacomunicativi, nella scrittura digitale rimane vivo solo l’aspetto narrativo, comunicativo, esterno e oggettivo, perdendosi del tutto quello interiore, cinestetico-corporeo e non-verbale. Bisogna chiedersi quali conseguenze possa comportare l’avvento così massiccio e rapido di un globalizzato processo di crescente traslazione della scrittura dalla mano dell’individuo a quella, qui metaforicamente intesa, del mezzo digitale: la scrittura si spersonalizza, diventa uguale per tutti i fruitori del mezzo che la produce, si disincarna virtualizzandosi”.
Prosa certo specialistica ma illuminante. Ma che fine farà quel tratto così intenso e personale che è la scrittura manuale?
Traggo dal testo questa risposta: “Sui banchi scuola si può osservare che le scritture prodotte a mano vacillano, sono insicure, spesso incomprensibili; non presentano una sana, naturale e fluente espressione grafomotoria: anziché essere educate in modo adeguato fin dall’inizio, le scritture finiscono per rappresentare un grave handicap per il bambino che produce una scrittura non leggibile e disorganica, con cui fatica a comunicare e che dovrà poi essere ripensata grazie a un processo di prolungata e attenta cura rieducativa dell’intero assetto scrittorio. Come si chiede stupito Robert Oliveaux, «Sarà necessario rieducarla in continuazione, quando sarebbe invece così semplice educarla all’inizio?». Il contesto sociale certamente non facilita questo compito educativo, se è vero che raramente il bambino o il ragazzo ai giorni nostri sono indotti a scrivere manualmente nella vita quotidiana, laddove invece i nuovi mezzi di comunicazione sociale (per esempio, i social network) hanno senz’altro la meglio, esercitando una seduttività maggiore rispetto alla “sorpassata” e forse “anacronistica” scrittura manuale, ormai considerata dai giovani delle ultime generazioni una sorta di moda vintage, disprezzata o tutt’al più stimata come un oggetto di relativo o molto scarso interesse”.
Naturalmente e condivido Travaglini milita per mantere la scrittura manuale, adoperando anche la “naturale attività ludica del bambino, che è puer ludens, come lo chiama Francesca Antonacci nella sua disamina sul gioco quale fondamento educativo dei processi di apprendimento nelle prime età della vita: l’azione grafico-scrittoria è una specifica espressione simbolica e narrativa che tende a «valorizzare la facoltà di entrare in relazione con le immagini del mondo, con la sua qualità simbolica e con la sua sostanza sognante per tornare a giocare»”.
Tutto ciò - scrive il Professore - per “mantenere vivi i correlati dinamismi neurocognitivi, emotivi e pulsionali che sono alla base della sua naturale espressione: dinamismi soggettivi irrinunciabili dell’essere umano quali narrazione, fantasia, creatività, estro personale, lo sviluppo di particolari formae mentis e chissà quant’altro di misterico e non indagabile in questo modo possono continuare a prendere forma e a essere praticati con tutta la loro originale vitalità”.

La mossa giusta

I sondaggi – e questo ormai è ampliamente dimostrato – lasciano il tempo che trovano e molti esempi persino mondiali chiariscono un assoluto rischio di errore. Troppo spesso, infatti, gli interpellati non dicono la verità e forse la stessa qualità delle domande poste ingenera talvolta confusione. Per cui anche i sondaggi diffusi in vista della prossima scadenza elettorale, riferendomi a quelli indipendenti e non a quelli di partito che nascono per impressionare l’elettorato, vanno presi con le pinze, visto anche il numero spaventoso del solo primo partito già ampiamente noto ad urne ancora chiuse, quello degli astensionisti. Segno ormai di una patologia vera e propria e non di un fenomeno comprensibile quando non raggiunge certe punte che minano le fondamenta della democrazia partecipativa.
Per altro queste elezioni in modo definitivo aprono uno scenario imbarazzante sullo svolgimento delle campagne elettorali, rese in Italia ancora più ridicole nella parte proporzionale del voto, visto che a decidere chi eleggere sono i partiti con la scelta delle posizioni nelle lite a seconda delle circoscrizioni. In questa situazione si piazzano tutti i leader, che possono pure non fare la propria campagna elettorale, avendo il sedere al caldo. Per cui i vecchi comizi sono morti e sepolti, anche per mancanza di partecipazioni spontanee e debordano i Social regno ormai del grottesco, come si è visto con un Silvio Berlusconi con la dentiera fischiante su Tik Tok. Se in più la campagne elettorale è estiva al limitare dell’autunno tutto peggiora: si passa dalla distrazione popolare per le vacanze alla incazzatura per il rientro in un periodo in cui la crisi energetica appare per tutti come il vero incubo.
In Valle d’Aosta l’onda lunga delle discussioni nazionali irrompe, come si vide già con l’incredibile elezione della pentastellata Elisa Tripodi nelle ultime Politiche. Ed è difficile valutare l’incidenza attuale di questo vento romano che spazza via certe tematiche “valdostane” che dovrebbero caratterizzare il voto uninominale. L’eccesso di liste in lizza stravolge il nostro all’inglese, che prevedrebbe forti alleanze contrapposte e tutto ciò confonde l’elettore. Certo non me, che voterò i candidati espressi anche dagli autonomisti, al di là delle scelte che sono state fatte e di certe amarezze personali, scoprendo il fuoco nemico e pure purtroppo quello amico. Rino Formica, socialista del tempo che fu, disse opportunamente che la Politica è sangue e merda e la battuta resta purtroppo buona e realistica. Conta avere la coscienza a posto e chi non ce l’ha sa bene che i boomerang tornano indietro.
Resta tuttavia importante ricordare che la rappresentanza valdostana a Roma in Parlamento deve occuparsi certo della difesa dell’Autonomia, che non è una cosa astratta, ma è fatta di battaglie quotidiane su temi assai concreti e non solo di principio e mi auguro che tutti i candidati ne siano consapevoli.
Questa consapevolezza dovrebbe essere ben chiara a tutti i valdostani. Siamo in anni difficili, peggiori rispetto a qualunque previsione, e di questo bisogna tenere conto. Chi ha una certa esperienza - e spero che questa almeno mi sia riconosciuta - sa che è in passaggi come questi che bisogna mantenere i nervi saldi e cercare la mossa giusta. Anche quando si va alle urne.

La pagina bianca

Esiste la “pagina bianca” associata al cosiddetto "blocco dello scrittore", cioè alla paura di certi scrittori dinanzi alla pagina completamente vuota, quando devono cominciare a scrivere e non ci riescono in un blackout intellettuale e emotivo.
Per carità, non voglio affatto comparare il mio quotidiano esercizio di scrittura - un cimento cui nessuno mi obbliga e dunque mi sono scelto - a chi scrive davvero pagine e pagine di vere opere letterarie.
Il mio alla fine é una sorta di diario in cui annoto di tutto e la sfida di esserci ogni giorno mi smuove dal rischio della pigrizia e credo che serva a non arrugginire le mie rotelle e l’esercizio fa bene a tutte le età.
Di questi tempi non é tanto facile farlo e, senza aver paura della pagina bianca che pure ovviamente si riempie bene o male secondo gli argomenti e gli umori (non tutte le ciambelle riescono con il buco…), ci sono giorni in cui ho anche io nel mio piccolo una specie di blocco. Non sono le preoccupazioni o i problemi che la vita ti pone di fronte, che certo influenzano anche gli scritti, la scelta dei temi e pure la scrittura, quanto un clima generale che ci avvolge tutti e che crea apprensioni e impone purtroppo chiodi fissi che ci riguardano come singoli e come componenti - uso un parolone - della società.
Ho il privilegio, come politico chiamato anche a fare l’amministratore e viceversa, di avere un luogo di osservazione particolare, incontrando ogni giorno molta gente e dunque i loro pensieri incidono sui miei e non sempre a titolo di consolazione. Il mio compito, nelle deleghe che ho nel mio lavoro e che spaziano in diversi settori, è di dovere in sostanza risolvere questioni impellenti e, quando riesco, a progettare cose nuove, sorvegliando assieme l’ordinarietà della mia azione di governo e di quella degli altri, visto la logica collegiale di molte decisioni.
Tutto diventa più difficile quando il contesto generale, come di questi tempi, è avvelenato dalle molte preoccupazioni - di cui vi risparmio l’ennesimo elenco, avendone tutti contezza - che rallentano le nostre vite e non colorano di rosa i nostri orizzonti.
Odio il pessimismo che serve solo a porsi in una posizione di partenza sfavorevole e agitano le nostre notti di fantasmi che si ingigantiscono. Ha scritto Francesco Alberoni: “Il pessimista ha uno straordinario potere di contagio. Talvolta basta incontrarlo al mattino, per strada, e, in poco tempo, vi trasmette tutta la sua negatività e la sua passività. Ci riesce sfruttando alcune tendenze presenti in tutti noi e che non aspettano altro che di essere svegliate e potenziate”.
Già, è proprio così. Esiste e in parte lo constato con una rischio di contagio, parola che purtroppo in questi anni ci accompagnato con la sua alea non certo favorevole e che ci ha messo su un continuo chi vive e questa situazione non ci ha aiutati di certo.
Così ogni tanto la pagina bianca si tinge anche per me di scuro e francamente mi preoccupo, perché il rischio della cupezza, che ti rende il mondo in bianco e nero, non ha mai fatto parte del mio carattere. Anzi, sono sempre stato solidale e vicino a chi vedeva la vita con il freno a mano tirato, che fosse un passaggio sfortunato o peggio una malattia che incide. E sappiamo bene come - lo dicono quelli che curano le malattie della mente e dell’anima - che molti malesseri e tanti mali di vivere prosperano quando il quadro generale preoccupa e pesa sulle nostre esistenze.
Allora troviamo una leva e penso nella sua secchezza a quanto scrisse chi seppe governare periodi terribili, come il bizzarro Winston Churchill: “Il pessimista vede difficoltà in ogni opportunità. L’ottimista vede opportunità in ogni difficoltà”.

Il ruolo di cittadino

Essere cittadini a pieno titolo, che esercitano i propri diritti ma sono capaci ad affrontare i propri doveri e non per le sole costrizioni giuridiche, ma anche per motivi morali.
Questo è avvenuto in epoca di pandemia e lo ha fatto larga parte della popolazione, anche quando certe regole erano difficili da digerire, se non talvolta incomprensibili.
Il senso del dovere, di fronte alle emergenze, paga. Chi ha deciso altrimenti ha fatto scelte che non condivido, violando i principi di convivenza. per inseguire niente altro che teorie bislacche.
Mauro Magatti lo ricorda, evocando la prossima e in parte già in corso, emergenza nel settore energetico. Così scrive sul Corriere della Sera: “Lo avevamo già visto col Covid: esiste una stretta relazione tra la regolazione statale e la responsabilità individuale. Una relazione che nell’emergenza sanitaria (uso corretto della mascherina, osservanza della quarantena, rispetto del metro di distanza, adesione alla campagna vaccinale etc.) ha suscitato fortissime polemiche, sfociate poi nelle tensioni registrate con i no vax.
Oggi di fronte al caro energia si ripete lo stesso copione: il programma del ministro sarà applicato? Chi ne controllerà l’esecuzione? Quale sarà la partecipazione popolare? Il punto è tutt’altro che banale. Per gestire la complessità dei problemi della supersocietà, il cittadino — inteso come persona libera, intelligente e responsabile — è chiamato a dare il proprio contributo per affrontare questioni che nessuno — né lo Stato né il mercato — da solo è in grado di risolvere”.
Insiste poi: “Il problema è che questo passaggio è tutt’altro che automatico: nel corso del tempo l’idea che il cittadino possa essere chiamato a metterci del suo per risolvere i problemi collettivi si è persa per strada. Ridotto a consumatore, portatore di istanze sui diritti individuali e di bisogni di assistenza statale, il cittadino contemporaneo è per lo più un richiedente. E certo non si pensa come qualcuno a cui spetta una parte delle cose da fare”
Di fronte alla crisi energetica e alla mobilitazione civile dei cittadini si segnalano tre questioni: “La prima riguarda il piano della comunicazione. È necessario fornire indicazioni chiare e coerenti su quello che è utile fare per raggiungere gli obiettivi comuni. Nel breve e nel lungo termine. Nei giorni della pandemia non sempre questo è successo, e spesso sconcerto e confusione hanno prevalso. (…)
La seconda condizione è di ordine politico. Il contributo individuale ha senso — e dunque si rafforza — se si colloca nel quadro di uno sforzo collettivo che viene verificato e misurato. Non basta indicare gli obiettivi da raggiungere insieme, occorre anche verificare che siano effettivamente perseguiti. Inoltre, prima di moltiplicare gli obblighi — strada che espone a tutta una serie di problemi — vale la pena pensare di introdurre delle premialità per chi aderisce alla campagna del risparmio energetico. Da questo punto di vista vanno benissimo i sussidi e gli aiuti ai più deboli. Ma a condizione che non si alimenti l’idea che alla fine il problema si risolva semplicemente scaricando i costi sulle spalle dello Stato.
Infine, il contributo di ciascuno va iscritto in una cornice di giustizia. A muoversi nella direzione auspicata devono essere dunque prima di tutto le istituzioni pubbliche (la scuola, le amministrazioni statali e locali, etc), coloro che hanno responsabilità politiche o amministrative, i grandi soggetti economici”.
Condivido i pensieri finali dell’editoriale: “La figura del «cittadino contributore» è un pezzo della risposta: noi non siamo solo «contribuenti» quando paghiamo le tasse, ma siamo anche «contributori» quando partecipiamo attivamente alla realizzazione di quel valore condiviso (una volta di chiamava bene comune) che permette di rispondere prima e più in fretta alle sfide delle emergenze che ci troviamo a dover affrontare. Un contributo che va riconosciuto e valorizzato”.
Concordo e rilancio: questo è uno dei capisaldi del pensiero federalista.

Ritornare sulla Luna

Il 20 luglio del 1969 ero al mare, ad Imperia, avevo dieci anni e ricordo benissimo nelle confuse immagini televisive in bianco e nero quel duetto-duello fra Tito Stagno e Ruggero Orlando (che conobbi poi bene) sull'atterraggio del LEM sul nostro satellite. Erano le 20.18, quando il modulo lunare "Eagle", della missione "Nasa" "Apollo 11", ai comandi di Buzz Aldrin, si posava sul suolo lunare sull'altipiano denominato "Mare della Tranquillità". Solo sei ore più tardi, prima il comandante, Neil Armstrong («Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un gigantesco balzo per l'umanità») e poi Buzz Aldrin furono i primi esseri umani a mettere piede sulla Luna. L’ultimo allunaggio fu nel dicembre del 1972 con Eugene Cernan, l'ultimo uomo ad aver camminato sul nostro satellite. E dunque da 50 anni nessuno è più salito sin lassù.
Intanto si guarda al futuro e ancora nelle scorse ore è stato rinviato il test del razzo, che nel 2024 dovrebbe riportare gli astronauti in orbita intorno alla Luna, per farli poi tornare sul satellite della Terra nel 2025. Un passaggio per preparare l'atterraggio su Marte, cui la Nasa già lavora da anni.
Ho letto con curiosità su Le Monde un articolo di William Audureau et Gary Dagorn, che così è riassunto dal giornale: “Des propos mal interprétés de l’astronaute Thomas Pesquet sur la mission Artemis ont relancé le mythe selon lequel le NASA aurait monté un canular en 1969. “
Questa la frase, che ha scatenato i complottisti: “Est-ce humainement possible d’aller aussi loin ? (…) On va aller très loin, aussi loin qu’aucun être humain ne s’est jamais éloigné de la Terre”.
Spiegano i giornalisti: “Sa déclaration se référait en effet aux futures orbites autour de la Lune, prévues dans la mission Artemis II, qui seront bien plus éloignées que celles des missions Apollo. Mais pour certains commentateurs suspicieux, l’astronaute avouait que les Américains n’auraient jamais foulé le sol de la Lune. Cette théorie du complot, que l’on croyait passée de mode, est en réalité presque aussi vieille que les missions Apollo elles-mêmes”.
Si dipana poi il racconto che dimostra come e quanto una fake news con teoria strampalata possa diffondersi.
Eccone le origini: “En décembre 1969, cinq mois après les premiers pas de Neil Armstrong et Buzz Aldrin sur la Lune, le New York Times relevait les doutes des membres d’une association qui clamaient que l’exploit de la NASA aurait été réalisé en plein désert du Nevada. Il faut attendre 1976 pour qu’un inconnu, Bill Kaysing, accuse l’agence spatiale d’avoir organisé un canular, dans un court livre autoédité, We Never Went to the Moon.
Cet homme sans formation scientifique, employé chez Rocketdyne, un sous-traitant de la NASA, entre 1956 et 1963, affirme que les ingénieurs de cette entreprise motoriste de la fusée Saturn V, lui auraient confié leurs doutes sur la possibilité technique d’aller sur la Lune et d’en revenir en sécurité. Il y développe aussi les premiers grands arguments classiques qui seront popularisés plus tard (absence d’étoiles dans le ciel lunaire visible sur les clichés, absence de cratères creusés par le souffle des moteurs, etc.)”.
Queste storie appaiono e scompaiono negli anni successivi e io stesso ho conosciuto persone che coltivavano con convinzione queste idee balzane.
Il culmine in questi anni è stata la tesi che un serie di messaggi nascosti lasciati dal famoso Stanley Kubrick nel film Shining sarebbero la prova che la missione dell’Apollo 11 è stata tutta una montatura e che lo stesso regista fu il creatore dei filmati dello sbarco sulla Luna.
Kubrick aveva diretto “2001: odissea nello spazio” e – secondo le tesi complottiste – viene segretamente chiamato dal governo americano per realizzare i filmati di un finto allunaggio. Data la sua esperienza con gli effetti speciali legati allo spazio, il regista sarebbe stata la persona più indicata per inscenare l’epica impresa che la Nasa non sarebbe stato in grado di portare a termine, ma per motivi politici l’impresa doveva essere compiuta fittiziamente, girando una simulazione.
Sono naturalmente stupidaggini che ogni tanto tornano a galla, aspettando di tornare sulla Luna.

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