Basta con questi filorussi

Non capisco come diavolo si possa essere filorussi. Sono stupefatto ogni volta che guardo i Social e spuntano personaggi di vario genere con profili spesso agghiaccianti, che insultano pesantemente chiunque osi condannare la Russia e esprimere la propria solidarietà all’Ucraina. Se ne leggono di tutti i colori da tutti i colori di provenienza non solo con devozione verso Putin, ma deformando la realtà con una logica di controinformazione che dovrebbe far vergognare chi l’adopera, fatti salvi i matti che pure ci sono in giro e a cui per pietà si deve consentire qualunque cosa e capendo, invece, molto bene chi - prima o poi lo sapremo - si attiene al famoso detto “pecunia non olet”.
Mi faceva sorridere amaro quanto scritto dal Foglio che con grande abilità si è interessato di un altro quotidiano, che neppure viene stampato a Mosca: “Una lettura come quella del Fatto quotidiano è ormai un’esperienza che nel mondo non si riesce a fare neppure in cirillico. Vladimir Putin è invitto, le sanzioni non gli fanno un baffo e il suo esercito avanza anche quando indietreggia, mentre l’Ucraina è allo sfacelo e Zelensky sta per essere scaricato dai suoi alleati occidentali che sono ormai sull’orlo del default. “Biden fa filtrare di aver chiesto a Zelensky di abbassare le penne anzitutto sulla Crimea”, scrive Marco Travaglio, e “il generale Inverno aiuterà i russi a riorganizzarsi per scatenare controffensive o mantenere lo stallo che ancora li avvantaggia”. Perché “la Russia non è collassata per le sanzioni (che rischiano di far collassare noi), il mastodontico invio di armi all’Ucraina – sempre più misera, ma assurta a seconda potenza militare del continente – e la sua controffensiva hanno appena scalfito il controllo russo sulle quattro regioni occupate e annesse”... “.
Lo stesso Travaglio dice le stesse cose in Televisione e non solo ai suoi scarsi lettori del suo quotidiano da sempre legato ai pentastellati e lo stesso vale per personaggi filorussi senza arte né parte chiamati sullo schermo come maîtres à penser.
Annota il Foglio: “In realtà, il sostegno occidentale a Zelensky è saldo e l’Ucraina ha liberato complessivamente circa 74.443 chilometri quadrati di territorio occupato dalle truppe russe (un’area pari al 25 per cento della superficie dell’italia). Contemporaneamente l’esperto del Fatto Alessandro Orsini, che pochi giorni prima assicurava che “a Kherson sarà un bagno di sangue, i russi non intendono abbandonare Kherson, vogliono fare un massacro”, spiega che a Kherson l’esercito russo era sovrastante e respingeva la controffensiva ammazzando “come mosche” gli ucraini, ma a un certo punto ha “ceduto la città” con una “operazione di alto livello organizzativo e logistico”. Si tratta di una narrazione talmente caricaturale che ormai non compare neppure nei talk-show della tv russa, dove i propagandisti putiniani sono di umore cupo per lo choc dalla perdita di Kherson e mettono in discussione i piani e la strategia del Cremlino sulla sua guerra. Finirà che per leggere qualche buona notizia sulla guerra, Putin dovrà chiedere una traduzione del Fatto all’ambasciata russa in Italia”.
Manca nell’articolo il riferimento al suggestivo ex generale Fabio Mini, uno dei commentatori del Fatto più comprensivi delle ragioni di Vladimir Putin e critico del comportamento dell’Ucraina, prendendosela con la NATO, quando vaneggia appoggiando i russi con la “narrazione fornita dall’Ucraina, ma orchestrata e preparata dall’esterno” e dicendo in sostanza che gli aggrediti hanno tutti i torti.
Roba da non credere!

La demostalgia

Non è mai facile trovare una chiave di lettura della realtà o meglio del vissuto. Ogni fenomeno lo si può osservare con chiavi diverse ed è un bene essere stimolati da chi propone ragionamenti originali.
Scorrendo la versione francese di Huffpost, sono incappato nei pensieri, che saranno approfonditi in un suo prossimo libro, di Delphine Jouenne (fondatrice di q società di comunicazione strategica) e che riguarda la crisi della democrazia. Attenzione, non è solo l’astensionismo, ma anche gli elementi di passività e pure di aggressività che sono in gioco.
Scrive la Jouenne: “Le dialogue est rompu car la confiance n’est plus. Ces derniers mois, nous avons été parfois les témoins, souvent les acteurs de scénario imprévisibles qui ont particulièrement mis à mal notre collectif : des mouvements de colère et des manifestations, une crise sanitaire, une urgence climatique sans précédent et même une guerre. Ce contexte a gangrené petit à petit notre société où le mal vivre semble être devenu légion”.
E ancora: “Depuis plusieurs mois, voire plusieurs années, des intellectuels, chercheurs, philosophes, professeurs dressent ce même constat alarmant d’un affaiblissement des croyances collectives, fruit d’un désenchantement progressif vis-à-vis du contrat social et dans une certaine mesure de la démocratie représentative”.
Mi pare una situazione generalizzata e palpabile anche da noi, a cui la Jouenne cerca di dare un nome: “Cette défiance généralisée vis-à-vis de nos institutions, ce fossé qui se creuse entre citoyens et politiques méritent que l’on mette un mot sur ces maux: démostalgie. De nature à penser notre tristesse, ce néologisme est construit sur le grec demos qui signifie le peuple. Le suffixe « algie » du grec algos se traduit par « douleur » ou « tristesse » en français. La détresse et la tristesse ont peu à peu gagné notre société. Déçus et amers, tristes et désemparés, bon nombre de nos concitoyens éprouvent une profonde perte de repères”.
Questo il quadro in cui in parte ci si può riconoscere: “La démostalgie se matérialise principalement par le regret de ce que l’on a connu ou par une vision parfois fantasmée d’un passé méconnu. Elle se traduit alors soit par un immobilisme conduisant à la mort clinique de la démocratie, soit par des signes de colère constituant un remède pire que le mal”.
L’autrice indica una linea: “Acceptons le changement de cap. Assumons-le. Laissons émerger une créativité, un courage, une impulsion collective que seuls les moments de désespoir peuvent produire. Pour qu’elle puisse s’exercer pleinement, la fraternité doit ainsi trouver sa place dans un récit national qui manifeste un attachement à un projet collectif. Le nôtre est épuisé. Réhabilitons le goût du débat. Retrouvons le sens des mots. Le temps presse”.
In un momento difficile, con una politica valdostana divisa e fratturata, questa idea generale di uscire dai malumori e dalle angustie che narcotizzano tutto, cercando di aprire un dibattito sull’Autonomia, avrebbe il senso forse di una lucida follia.

Piccolo è bello

L’azione di riflessione in corso a livello politico sulle piccole stazioni sciistiche della Valle d’Aosta ha una logica importante.
Sono stato per molti anni Presidente di una di queste: si occupava delle piste da discesa di Brusson e oggi fa parte del Monterosa Ski e riguarda gli impianti di Estoul-Palasinaz.
Questo mi aiutò diventare VicePresidente nazionale dell’ANEF (acronimo che sta per Associazione nazionale esercenti funiviari), esperienza unica per capire altre realtà montane.
Già allora - e parlo di una quarantina di anni fa - bisognava in quella attività prendere decisioni drastiche e si giunse alla determinazione non semplice di chiudere lo storico skilift di Brusson, situato nel cuore del paese a vantaggio del comprensorio più in alto con la realizzazione, di cui fui fierissimo, di una nuova seggiovia.
Ho seguito in più il destino di altre stazioni. Penso ad Antagnod, dove avevo una casa in affitto. Anche in quel caso un piccolo comprensorio che alimenta una presenza locale importante per il mantenimento di una zona, esattamente come avveniva ad Estoul. Piccoli impianti senza i quali molte attività chiuderebbero, lì come in località analoghe. Bisogna sempre ricordare che esiste un effetto moltiplicatore degli impianti sull’economia e questo vale per i grandi come per i piccoli.
Ho seguito il destino di altri due comprensori, pur diversi. Il primo - di cui ho parlato anche in Consiglio Valle con un certo trasporto - è il Weismatten di Gressoney-Saint-Jean, che fu negli anni Cinquanta fra le prime se non la prima seggiovia monoposto agli albori del boom dello sci. Si sono investiti molti soldi per avere, accanto alla mitica pista nera, uno stadio dello sci in onore del povero Leonardo David, seguendo le promesse delle autorità dello sci, che si dicevano disponibili ad avere una gara di Coppa del
Mondo dedicato al giovane gressonaro prematuramente scomparso, se avessimo allestito quanto necessario. Lo facemmo è mai la promesso è stata mantenuta. Quel piccolo comprensorio mantiene una sua ragion d’essere!
Idem per una battaglia combattuta di persona per il Col de Joux di Saint-Vincent, dove i miei tre figli hanno messo per la prima volta gli sci nei piedi. Un’improvvisa decisione di un Sindaco del passato portò alla chiusura. Oggi, per fortuna e coraggiosamente, si lavora per l’apertura in barba ad alcuni politici gufi del paese. La progettualità esce dal solo inverno e si indirizzo al mercato estivo della bicicletta. Non vedo l’ora comunque di sciarci di nuovo.
Potrei continuare l’elenco delle altre stazioni dove sono stato: da Crevacol a Cogne, da Rhêmes a Valgrisenche e non snocciolo le altre.
Intanto si sta studiando, accanto al supporto alle piccole con legge regionale, come avere una gestione più unitaria delle grandi e medie stazioni valdostane, cercando di contemperare un legame locale con logiche di ampio respiro per metterle assieme. Progetto ambizioso e difficile per logiche campanilistiche da superare con meccanismi di coinvolgimento delle comunità, ma sapendo che solo una massa critica unitaria può consentire di affrontare le sfide future anche con economie di scala.
Certo il tema del cambiamento climatico e dell’innevamento diverso dal passato non vanno sottostimati, ma certe Cassandre, che predicano Alpi senza più lo sci con modelli di sviluppo che fanno impressione per la loro ingenuità, estremizzando i rischi. Lo sci resta essenziale per il turismo di montagna, che certo deve trovare, come si sta facendo, nuove offerte che si aggiungano a quanto fatto. Ma le chiusure nel nome dell’ideologia di un ambientalismo massimalista sarebbero un colpo mortale per l’economia alpina anche nelle stazioni più piccole, che porterebbe allo stato d’abbandono di intere zone dove c’è uno sci meno costoso e più “umano” a portata delle famiglie e questo rischio bisogna evitarlo a tutti i costi.

Strano mondo

Complottisti, negazionisti, sovranisti: ormai ne incontri tutti i giorni e sono un male con cui convivere.
Li trovo molto prevedibili e seriali. Loro “sanno” e non si fanno ingannare, mentre noi sì: siamo fessi, manovrabili, pecoroni. Ogni discussione appare inutile e l’atteggiamento saccente non consente margini.
Perciò inutile cercare dialogo, anche se so quanti danni facciano e dunque bisognerebbe, se non fosse diabolico, perseverare.
Sono queruli e aggressivi e ti disprezzano, facendo squadra con i loro simili, perché agiscono sui Social che permettono loro di incontrare - grazie ai famigerati algoritmi - solo chi la pensi come nello stesso modo. Così si inerpicano in scambi di informazione grotteschi e ridicoli, che diventano il Verbo che è indiscutibile e, come tale, sacro. Amen.
Se uno, però, dissente - e qualche volta mi capita stupidamente di farlo - si scatenano contro la preda come una muta di cani nel nome della loro Credo, dimostrandosi integralisti su argomenti specifici e affini. Negano ogni evidenza e le informazioni che si prova a dar loro sono considerate menzogna, se non provocazione. Hanno i loro guru che dettano sprezzanti la linea contro ogni evidenza: prendere o lasciare e mai si deflette. Chi non si allinea finisce nella lista nera dei nemici.
Concita De Gregorio scriveva giorni fa su Repubblica: “Ciascuno può dire quel che ritiene - che i vaccini ti fanno diventare autistico, che Putin è democratico, che le Ong sono in combutta con gli scafisti e bloccare le navi di soccorso significa fermare l'esodo biblico dalla morte alla vita, fermare la storia mentre accade - il problema è chi ci crede. La grande questione è non chi dice: chi crede”.
Già ci saranno cattivi maestri e grandi vecchi che manipolano, ma non bisogna solo condannare i manipolatori ma intristirsi per i manipolati, che invece si sentono ganzi e super intelligenti, mentre noi - cambiando vocale - siamo gonzi e stupidi agnelli sacrificali dei vari poteri forti, se non peggio complici corrotti del Sistema.
La De Gregorio annota: “Come, quando è successo che i cittadini elettori, gli spettatori, gli utenti social che su tutto la sanno lunghissima hanno smesso di distinguere una boiata pazzesca da una storia vera o verosimile, com'è possibile che serva Elon Musk per certificare con un bollino blu la verità.
Come si spiega che il popolo antagonista che ti mette in guardia nelle chat dal diffidare dei poteri forti e dalla Nato, degli euroburocrati, dai competenti tecnocrati, dai giornalisti venduti, dal cibo contraffatto dal pensiero unico e dalla pace armata siano gli stessi che poi abboccano a qualsiasi slogan, alla pochette che diventa dolcevita, al vittimismo eroico di chi non ne indovina una ma fa il botto in tv”.
Già i Conte (in maglione perché è più di Sinistra), i Travaglio (gelidamente patologico), gli Orsini (strampalato con sguardo fisso) e tutta la compagnia funebre dei furboni, che fanno ascolti con chi li seguo come se fossero pifferai magici che trascinano nell’abisso dei loro mantra.
Conclude la De Gregorio: “La ragione per cui i negazionisti dell'evidenza sono sempre in tv è che fanno ascolti. Il pubblico, da casa, li sceglie col telecomando. E siccome la tv è un generatore di denaro, di pubblicità, chi fa ascolti vince su chi non li fa. È la domanda che genera l'offerta, in questo sistema. Nell'odiato Sistema. Sono i dati del giorno dopo che dicono chi aveva ragione, fino a che non arriverà qualcuno capace di suscitare con un'offerta nuova una domanda che non c'era.
Dunque è il pubblico che decide, siete voi. È abbastanza ridicolo dire che la tv i giornali fanno schifo se poi, dati alla mano, quel che volete è lo schifo. Un grande equivoco è che ci sia bisogno di semplificare, dire due tre cose semplici e sovente farlocche. Così si vince. Sì, è vero. La maggioranza adulta e analfabeta di codici la prendi”.
Insomma: non ci resta, talvolta, che abbozzare. Con il grande Fernando Pessoa che lo scrive tra il serio (molto) e il faceto (poco): “Nella vita attuale il mondo appartiene solo agli stupidi, agli insensibili e agli agitati. Il diritto a vivere e trionfare oggi si conquista quasi con gli stessi requisiti con cui si ottiene il ricovero in manicomio: l’incapacità di pensare, l’amoralità e l’ipereccitazione”.

L’anonimo astensionista

Mentre la politica valdostana, ma non è la sola perché l’instabilità sembra ormai insita nella democrazia, arranca alla ricerca di un equilibrio che eviti le seconde elezioni anticipate, gli astensionisti sono e restano dei desaparecidos.
Il termine forse non è felice, ma è vero che se ai non votanti aggiungiamo le schede bianche e nulle questo esercito di rinunciatari è in mezzo a noi. Chissà quanti ne sfioro ogni giorno nei tanti incontri che faccio sul lavoro e nel tempo libero. Tranne rari casi, ma sono quelle quasi sempre persone bizzarre che se la pigliano genericamente con la politica e i politici, nessuno - dico nessuno! - mi ha mai affrontato, dicendo pacatamente: “Io non voto più!”.
Sarebbe davvero interessante, ma tecnicamente impossibile ormai perché la privacy impedisce di sapere chi ormai snobba il voto, poter scavare di persona nel fenomeno. Incontrare chi ha deciso di non partecipare a quel momento del voto, di quel suffragio universale che è stato così difficile e sofferto da raggiungere. Una conquista mica da ridere, se pensiamo a quanti regimi dittatoriali ci sono nel mondo, compresi quelli che usano le votazioni come beffa.
Scorrendo l’ottima sintesi della Treccani, ricordo come per la nostra Valle d’Aosta valeva, sino alla proclamazione del Regno d’Italia, la legislazione sarda (Regio editto n. 680/1848; R.d. n. 3778/1859), estesa al nuovo Stato unitario (l. n. 4385/1860), che prevedeva un suffragio particolarmente ristretto (circa il 2 per cento della popolazione) e combinava alti requisiti di censo e di capacità, oltre al requisito di saper leggere e scrivere. Un primo allargamento del suffragio è stato operato con la l. n. 593/1882, che abbassò l’età minima da venticinque a ventuno anni ed ha ridotto significativamente i requisiti di censo a favore di quelli di capacità (l’aver compiuto con buon esito il corso elementare obbligatorio), portando il rapporto tra elettori e popolazione al 7 per cento. Un più cospicuo allargamento del corpo elettorale (fino a circa il 23 per cento) si ebbe con la l. n. 665/1912, che introdusse il cosiddetto suffragio quasi universale maschile: a seguito di questa legge, parteciparono al voto tutti i cittadini maschi di età superiore ai ventuno anni che avessero superato con buon esito l’esame di scuola elementare e tutti i cittadini di età superiore ai trenta anni indipendentemente dal loro grado di istruzione.
Il suffragio universale maschile vero e proprio fu introdotto con la l. n. 1985/1918, che ammise al voto tutti cittadini maschi di età superiore ai ventuno anni, nonché i cittadini di età superiore ai diciotto anni che avessero prestato il servizio militare durante la Prima Guerra mondiale. Il voto alla donne venne riconosciuto, invece, con il d.lgs.lgt. n. 23/1945. Dopo le prime elezioni comunali, questo allargamento interessò nel 1946 il referendum fra Monarchia e Repubblica e in contemporanea l’elezione dell’Assemblea Costituente. Da allora il fatto più significativo è stato l’abbassamento a 18 anni del diritto di voto, essendo questa la maggiore età, valida ormai per tutte le elezioni, Senato compreso.
Insomma: un percorso ad ostacoli, che incappò anche nelle norme restrittive del diritto di voto di epoca fascista, e non a caso si evocano i valori della Resistenza come le basi per il ritorno ad un voto libero e il suo rafforzamento con il voto alle donne.
Resta il fatto che oggi la fuga dal voto ha superato quei livelli endemici di astensionismo e questo non solo svuota le urne, ma suona come un campanello dall’allarme sul funzionamento di un meccanismo essenziale della democrazia. Questo risulta particolarmente grave laddove, come da noi, la comunità è piccola e rischia di sgonfiarsi quel meccanismo partecipativo che sostanzia anche l’Autonomia speciale, che non è affatto un’acquisizione, pur imperfetta, ottenuta per sempre. Anzi…

Di nuovo sulla Luna e poi Marte

O graziosa luna, io mi rammento

Che, or volge l’anno, sovra questo colle

Io venia pien d’angoscia a rimirarti:

E tu pendevi allor su quella selva

Siccome or fai, che tutta la rischiari.
(Giacomo Leopardi)

Quante Lune hanno descritto i poeti e quante lune, da diverse prospettive e in stagioni diverse, ciascuno di noi ha visto nei cieli.
Ora la Luna torna di attualità e sembrano passati secoli da quando l’uomo calcò il suolo lunare per l’ultima volta.
Sulla riconquista della luna scrivono alcuni autori sull’ultimo Internazionale. Nulla di romantico, per carità! Semmai una spiegazione utile della posta in gioco. Con una consapevolezza nella lettura, che mi ha accompagna da tempo e cioè che quelle spedizioni lunari furono rischiosissime e in certi casi fu davvero la Fortuna ad evitare tragedie spaziali.
Ma torniamo al punto con Leah Crane, New Scientist, Regno Unito: «”Mentre compio l’ultimo passo dell’uomo su questa superficie, vorrei solo dire quello che penso sarà ricordato dalla storia: che la sfida americana di oggi ha forgiato il destino umano di domani”. Queste furono alcune delle ultime parole pronunciate nel 1972 sulla Luna dall’astronauta statunitense Eugene Cernan mentre saliva la scaletta per rientrare nel modulo lunare. Contrariamente alle sue speranze, da allora nessuno ha più messo piede sul mondo solitario che orbita intorno al nostro. Ma le cose stanno per cambiare, perché gli Stati Uniti prevedono di tornare a mandare esseri umani sulla Luna entro il 2025 e stabilirci una base permanente. Se a questo si aggiungono i piani della Cina e di altri paesi, per non parlare delle tante missioni robotiche, è evidente che stiamo entrando in una nuova era di esplorazione della Luna. La domanda, dopo tanti anni, è: perché ora?».
Intanto il programma in essere verso la Luna serve per una seconda ambizione: andare su Marte. E non è più, come ricorda l’autore, una corsa ì solitaria degli Stati Uniti: “Artemis è una gigantesca collaborazione. Varie parti delle missioni sono affidate alle agenzia spaziali di Unione europea, Canada, Giappone e altri paesi. “È un caso molto diverso dall’Apollo”, dice Erika Alvarez, ingegnere della squadra Artemis della Nasa. La progettazione e costruzione di elementi tecnologici cruciali, come per esempio i veicoli per l’allunaggio e la stazione spaziale orbitante, saranno appaltate ad aziende private. Mentre i primi voli useranno il razzo Sls, di proprietà dello stato, alcuni viaggi successivi per portare carichi sulla Luna saranno effettuati con la Starship, un vettore altrettanto enorme progettato e costruito dalla SpaceX di Elon Musk. È molto più economico dell’Sls da gestire, e alcuni pensano che potrebbe sostituirlo completamente”.
Già, i privati: chi lo avrebbe mai detto!
Ma, come dicevamo, il balzo vero sarà verso Marte, come scrive Crane: “ I primi esseri umani a raggiungere Marte affronteranno un viaggio di nove mesi solo per arrivarci, e dovranno restare lì per altri mesi prima di poter cominciare il viaggio di ritorno. Per questo imparare a creare un insediamento sulla Luna sarà indispensabile per poter prendere anche solo in considerazione un soggiorno sul pianeta rosso. “La Luna è una base perfetta per testare queste tecnologie, le attrezzature, la manutenzione e le riparazioni. Perché dalla Luna possiamo sempre tornare a casa”, spiega Alvarez.
Secondo alcuni non vale la pena mandare esseri umani lontano dalla Terra. Se l’obiettivo è esplorare e fare ricerca, mandiamo dei robot: sono molto più resistenti e adattabili degli esseri umani. Potrebbero non essere in grado di interpretare il paesaggio intorno a loro, ma possono inviarci dati e immagini.
Come dice Dittmar, però, forse questa nuova spinta a mandare di nuovo qualcuno sulla Luna è semplicemente nella natura umana: la nostra specie ama esplorare. “Perché mai dovremmo salire su una barca e avventurarci sull’acqua dove non riusciamo ad arrivare a nuoto?”, dice. “Perché dovremmo attraversare un passo di montagna o un ponte di ghiaccio? È scritto nella nostra natura, ha senso biologicamente. Quello che succede ora è che la nostra tecnologia si è sviluppata, come accadde quando ci portò fuori dall’Africa e oltre gli oceani. Ora si è evoluta fino a portarci fuori dal pianeta. Non mi sembra diverso dal resto della storia umana”.
Già, la voglia di scoprire, di esplorare, di rischiare. Avremo mille difetti, ma lo spirito di avventura non difetta.

Meglio la schiettezza

Ci sono argomenti difficili da trattare e sui quali esprimersi ti espone alle critiche in un mondo nel quale la polemica è diventata pane quotidiano. Personalmente ho il difetto di parlare chiaro anche su argomenti divisivi. Non gioco nella squadra di chi dà un colpo al cerchio e uno alla botte per non dispiacere a nessuno, per cui capisco che c’è chi coltiva la vulgata secondo la quale ho un cattivo carattere. Se è un prezzo da pagare rispetto alla schiettezza contro la mistificazione, allora va bene così.
Ci pensavo rispetto a certe mie prese di posizione chiare sui vaccini. Ancora di recente aver espresso la bontà della scelta è la critica a chi non si è vaccinato mi ha portato un mare di insulti su Twitter, ovviamente pilotati dal sistema settario dei contrari al vaccino, che mostrano una visione antiscientifica e la ripresa dei soliti temi triti e ritriti. Ma quel che colpisce è la violenza nelle parole e parolacce, nelle minacce evidenti e rabbiose. nella catena di Sant’Antonio di commenti volgari. Eppure – mi spiace per loro – io continuo convintamente, malgrado la loro speranza che certe espressioni mi facciano paura o cambiare idea.
Ora si prospetta la questione delicatissima dei migranti che fuggono dai loro Paesi e arrivano in Italia sulle spiagge del Sud o attraverso i Balcani. E’ un tema annoso (ricorderete gli albanesi in fuga dal loro Paese nel 1991), che accende il dibattito politico e sul quale si esprimono posizioni del tutto inconciliabili fra chi vuole sbarrare le frontiere e chi consentire ingressi senza limiti. Naturalmente sono queste le due posizioni estreme, che da tempo si fronteggiano. L’argomento è carsico, nel senso che appare e scompare dal dibattito politico e oggi, in effetti, ci sono altre priorità più evidenti che mettono la sordina al tema.
Tuttavia non sfugge il fatto che la questione vada affrontata con maggior determinazione e non esclusivamente per una questione di ordine pubblico o di rispetto delle norme internazionali che, solo per fare un esempio, evidenziano l’assoluta legittimità del diritto d’asilo. Guardavo in queste ore – legate al settore scolastico – le ennesime statistiche che riguardano le nascite in Valle d’Aosta e la popolazione giovanile fra gli 0 e i 29 anni. Sono dati che spaventano per l’invecchiamento crescente della popolazione e l’impoverimento di una società senza nuove risorse. Certo è necessaria una politica più decisa per contrastare la denatalità, come fanno altri Paesi europei, ma gli esiti restano incerti e comunque non sul breve periodo. Il nostro tasso di fecondità è così basso da rischiare di essere quasi irreversibile. Avremo, comunque, necessità di rimpinguare la nostra popolazione.
Questo significa che avremo bisogno anche nel nostro piccolo di ragionare, nel limite delle nostre possibilità di fronte ad un problema epocale che obbliga l’Unione europee a politiche comuni, sui flussi migratori, che oggi avvengono a casaccio senza alcuna regia e in mano alla criminalità che regola il traffico dei disperati.
Credo che sia ora, come qualche volta in passato è avvenuto con alcune sperimentazioni nel settore turistico e in quello agricolo, di ragionare sul tema, uscendo dalle dispute ideologiche, profittando ad esempio di alcuni programmi comunitari sul Mediterraneo e sul Centro Europa. Se non si cercheranno forme di accordi e di pianificazione, allora sarà il Caso con le circostanze che si creeranno a gestire il fenomeno migratorio, di cui non si potrà fare a meno e ciò avverrà in modo caotico e forse conflittuale.

L’importante è sapere

Sia chiaro sin da subito che non è un bene che la Valle d’Aosta venga dilaniata dall’instabilità politica. E - lo preciso - si illude chi pensa che l’elezione diretta del Presidente sia la soluzione salvifica o che basti una riforma elettorale di chissà quale genere per eliminare questa situazione.
Certo l’attuale legge elettorale è pessima con questa storia della preferenza unica per evitare - si motivava a suo tempo - il controllo del voto, eliminabile ormai con il voto elettronico in un mondo digitale in cui è ridicolo continuare ad usare carta e matita copiativa.
Ma non è questo il punto. La principale ragione di instabilità risiede nella crisi profonda dei partiti e dei movimenti politici, che hanno perso la solidità di un tempo e vagano alla ricerca di una loro identità. Questo vale in particolare per quella eccezione rispetto alla politica nazionale, che è stata dal 1945 l’Union Valdôtaine.
Tra molte contraddizioni e forti personalità dominanti, il Mouvement era davvero la caratteristica valdostana distintiva rispetto all’ordinarietà della partitocrazia italiana. Convivevano talvolta confusamente al suo interno più anime che riuscivano infine o per capacità delle leadership o per senso di responsabilità dello stare insieme a superare lacerazioni da sempre presenti.
Poi questi equilibri si sono rotti. dopo i successi che avevano fatto crescere progressivamente l’UV sino ad ottenere la maggioranza da sola in Consiglio Valle. Un cammino per nulla piano, fatto di alti e bassi sino infine alla diaspora che io stesso ho vissuto, partecipando a nuove formazioni, pur sempre nel perimetro autonomista.
Non rinnego questa mia scelta, fatta anche da altri nel corso degli anni. Di vita ce n’è una sola e quando si ritiene che la propria dignità sia stata ferita è legittimo sbattere la porta e trovare nuovi spazi.
Tuttavia, questo non deve impedire di guardare oggi con freddezza allo scenario attuale e allo sconcerto di un caos per nulla confortante. Situazione fatta di rotture in tutti gli schieramenti politici, non solo nel mondo autonomista, ma per me è quella peculiarità valdostana che va salvaguardata, essendo uno dei collanti a difesa di un’Autonomia speciale che ha avuto e avrà più nemici che amici. Spesso i peggiori sono quelli che ci sono in casa e che fanno finta di riconoscersi nei valori autonomisti, ma neanche sanno di cosa parlano o nella realtà si comportano in modo ostile, pur nascondendosi dietro alla propaganda a uso elettoralistico.
Ecco perché resto convinto che si dovrebbe creare un’Union Valdôtaine coesa e compatta con meccanismi democratici interni che contemperino la civile convivenza con l’efficacia di funzionamento, perché l’azione politica dev’essere rapida e non consente perdite di tempo.
Da anni lo dico e con me altri lo fanno e comincio a pensare di essere un povero illuso, se non peggio perché percepito da qualcuno che dovrebbe ascoltare come uno che coltiva chissà quale ambizione nel perseguire la réunification (che è meglio di réunion).
Ogni volta che parlo o scrivo della riunificazione - sia chiaro - ricevo consensi e mi ero sinceramente convinto che ci fosse un idem sentire. Ora mi accorgo l’abisso fra il dire e il fare da parte di alcuni decisori e penso che siamo giunti al punto dell’adesso o mai più di fronte a crisi politiche a ripetizione che minano le istituzioni autonomiste e il nostro ordinamento e in una temperie italiana che non prevede cielo sereno.
Non lancerò - per non apparire patetico - un ultimo appello al buonsenso o all’amor patrio, essendo tutto già stato espresso ed in certi casi ripetersi non serve. So bene che esiste un reticolo complesso di detto e non detto, di comprensioni e incomprensioni, ma alla fine bisogna capire se esista o non esista una prospettiva comune. Non c’è nulla di peggio di traccheggiare e rinviare di anno in anno, come se il semplice parlarne fosse già una soluzione fatta e finita.
Non è, purtroppo, così e avere certezze illumina la scena, consentendo con serenità a ciascuno le scelte future.

Pensando all’Iran

Il velo islamico venne abolito in Iran nel 1936 da Reza Shah Pahlavi, il famoso Scià di Persia, defenestrato nel 1979 da quella rivoluzione islamica che avrebbe dovuto portare nuovi valori e - per chi ci credeva… - maggior libertà e invece ha significato una crescente condizione di oppressione attraverso una vera e propria dittatura per il popolo iraniano e grandi vessazioni verso le donne trascinate indietro rispetto allo status che avevano ottenuto. Questo ha significato per loro diritti negati e il velo obbligatorio, diventato e vissuto sempre di più come un simbolo di sudditanza.
Mi ricordo quando Romano Prodi a Bruxelles ci raccontava di questo Paese di una bellezza straordinaria e ci lasciava interdetti con questa storia delle piste di sci con due skilift, uno per le donne è uno per gli uomini con le donne costrette a sciare con il volto coperto. E io ricordavo le manifestazioni studentesche della
seconda metà degli anni Settanta con parte della Sinistra italiana - di certo i giovani comunisti - che con il solito antiamericanismo inneggiavano al ritorno in patria di Khomeyní, allora esule a Parigi amato dalla gauche caviar che prese uno dei peggiori abbàgli per chi divenne poi Guida suprema dell'Iran dal 1979 al 1989 con un feroce uso del peggior fondamentalismo.
Ora e non per la prima volta dal mese di Settembre le donne iraniane hanno scatenato una protesta che è diventata ribellione e ciò è avvenuto dopo l’uccisione di Mahsa Amini, una giovane uccisa dalle guardie della rivoluzione islamica perché portava in modo sbagliato il velo.
Da allora le proteste e la violenta repressione. Su Il Mulino Shirin Zakeri, ricercatrice e docente di Medioriente e Iran contemporaneo alla "Sapienza"-Università di Roma, ha tracciato alcuni aspetti della vicenda. Prima di citarla noto come l’attenzione occidentale sui fatti in corso si stia raffreddando e come certe piazze protestatarie in Italia siano state assenti.
Ecco qualche passaggio dell’articolo: “Sebbene all’origine ci siano le rivendicazioni femminili per la libertà, contro il controllo del corpo femminile e contro il velo obbligatorio, ora le proteste si sono allargate, al di là delle questioni femminili, enfatizzando parole come libertà e vita.
Lo slogan principale - “Donna, vita e libertà” - ha dato un’atmosfera vigorosa e nuova rispetto alle proteste precedenti: è uno slogan che sfida un sistema patriarcale e che va contro alcune leggi discriminatorie della Repubblica islamica, soprattutto in merito alle disuguaglianze di genere e ai pari diritti. La centralità del discorso femminile e la sensibilità del popolo iraniano verso l’immagine della donna, nonché la consapevolezza sui regolamenti non più tollerabili nella società iraniana, hanno dato un maggior peso critico contro l’intero sistema socio-politico”.
E ancora: “È la nuova generazione che ha sostenuto la continuità delle proteste. La generazione su cui sono stati investiti tanti fondi pubblici per avvicinarla ai principi della Rivoluzione islamica
È la nuova generazione che ha sostenuto la continuità delle proteste. Proprio la generazione su cui sono stati investiti tanti fondi pubblici per avvicinarli ai principi della Rivoluzione islamica; il che, a fronte delle proteste di queste settimane, mostra il fallimento dello stesso sistema ad educativo-ideologico iraniano”.
C’è da sperare che questa protesta fattasi speranza sortisca effetti positivi e serva anche a noi che viviamo in uno Stato di diritto per interrogarci su come in parti delle comunità islamiche che vivono anche in Europa, ci siano e vengano tollerate come se fosse accettabile nel nome del relativismo culturale, situazioni di discriminazione verso la donna. È bene parlarne per non essere ipocriti e piangere su vicende distanti, distogliendo lo sguardo per quanto avviene vicino a noi.

Invocando la neve

Pensavo l’altro giorno a come l’obbligo in Valle d’Aosta delle gomme da neve a partire dal 15 ottobre fino al 15 aprile sia purtroppo un segno del passato.
Eppure, contro i catastrofismi e considerando fuori dalla norma inverni come quello scorso anno,
nevicherà sempre sulle Alpi, ma non più molto alle quote inferiori per via delle temperature e del rischio pioggia e ci saranno stagioni più corte.
Lo dico guardando al cielo e benedicendo le temperature basse finalmente giunte, che consentono di ”sparare” (verbo usato in positivo!) quella neve artificiale che permette di avere la base su cui si poggerà quella naturale, che ci auguriamo abbondante.
Scriveva Mario Rigoni Stern: “La neve ti mette tanta malinconia. Io ricordo quando sono nella mia stanza o a casa mia e vedo nevicare, la prima neve d'autunno, è una valanga di ricordi che ti preme il cuore”.
Certo per la mia generazione, che ha avuto il privilegio di vedere nevicate monstre, resterà sempre questa nostalgia (nel mio caso venata di allegria) per le "neiges d'antan", cui tanti di noi associano ricordi indelebili d'infanzia. Se penso che mettevo gli sci nei prati a fianco al castello di Verrès a 500 metri di altitudine…
Ma bisogna smitizzare l’espressione, il cui significato esatto, nella celebre poesia di François Villon («Mais où sont les neiges d'antan?»), riguarda la nevicata di un solo anno prima a Bruxelles e non di chissà quando.
Capisco che è deludente, ma è così.
Era esattamente l'inverno del 1511 e scrive di questo evento un professore universitario belga, Paul Verhuyck: "Cet hiver fut si sévère que les habitants bâtirent plus de cent poupées de neige par-ci par-là dans la ville; ce n'étaient pas tout à fait nos bonshommes de neige rudimentaires et enfantins, mais de véritables sculptures artistement ciselées dans la neige gelée". Uno spettacolo incredibile: con statue ispirate alla mitologia greca e latina, a personaggi biblici e popolareschi.
Altro che i pupazzi di neve!
Amo ricordare in queste occasioni le varietà delle bevi proprio nella classificazione francese.
Eccole: Neige croûtée: Couche de neige dont la surface présente une croûte plus ou moins cassante due au regel, au vent, à la pluie...
Neige fondante: neige composée de grains ronds regelés et qui commencent à fondre en surface ous l'action du soleil.
Neige fraîche: neige récente encore composée de particules reconnaissables.
Neige humide: neige contenant de l'eau sous forme liquide. Sa température est toujours de 0°C.
Neige mouillée: neige très humidifiée (pourrie).
Neige poudreuse: neige récente peu transformée caractérisée par une faible masse volumique et une cohésion faible (particules reconnaissables). Certaines neiges transformées (couches de faces planes) peuvent garder ou acquérir un aspect poudreux.
Neige profonde: neige poudreuse d'épaisseur importante.
Neige sèche: neige qui ne contient pas d'eau qainqinsous forme liquide.
Neige soufflée: neige ayant subi une action du vent (transport ou érosion). Les zones d'érosion sont en général caractérisées par une surface irrégulière (neige dure, zastrugis, rides...).
Neige trafollée: neige de surface déjà tracée par des skieurs. C'est un terme du langage familier.
Neige transformée: neige (totalement) métamorphosée ayant subi un cycle de gel/dégel et composé de grains ronds. La couche superficielle présente une croûte très dure le matin qui fond durant la journée.
(source: ANENA Guide Neige et Avalanches. Connaissances, pratiques, sécurité).
Aspettiamola, dunque, questa neve, che assume livree così diverse.

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