luciano's blog

Uniti si vince e si cresce

Giuseppe De Rita, che è stato ed è affezionato amico (insegnito nel 2013 quale “ami de la Vallée d’Aoste”) e frequentatore radicato (per anni Presidente della Fondazione Courmayeur) della nostra Regione, ha osato sul Corriere occuparsi di un tema cruciale in Italia e pure da noi.
Lo presenta così: “In un ambito politico ancora infestato dal novero delle cose da disprezzare (i partiti, le oligarchie, la casta e quant’altro) può sembrare controcorrente la crescente propensione ad una «domanda di partito», al bisogno cioè di poter fare riferimento non ad avventurose leadership personali, ma ad una macchina organizzativa capace di confrontarsi pubblicamente con idee, proposte, poteri, istituzioni”.
Lo dico anche con logica autocritica ed è per questo che bisogna, con umiltà ma senza rinnegare le ragioni che mi spinsero a lasciare l’Union Valdôtaine, dire che è assai positiva un’apertura al dialogo da parte del Mouvement, avvenuta in vista di una possibile réunification con una lettera che propone un percorso a VdaUnie-MOUV’ e ad Alliance Valdôtaine, che sono già sulla strada della federazione fra di loro. Si tratta di un passo decisivo per riunire le energie in un logica pluralista e non personalista, che darà solidità al mondo autonomista per affrontare le tante sfide in campo.
Su questo ruolo delle forze politiche De Rita è tranchant: ”Eppure, nella maggioranza di governo come nell’opposizione (a destra e a sinistra, si sarebbe detto una volta) si può intravedere un desiderio o un bisogno di «fare partito». Ed è un fenomeno che circola non solo fra gli inquieti soggetti politici oggi in campo, ma anche in un elettorato stanco del succedersi di offerte politiche troppo personalistiche”.
L’area autonomista è ricca di personalità varie di tutte le estrazioni ed esperienze e di età che coprono dai più giovani ai più vecchi ed è un patrimonio decisivo per l’avvenire.
Il socialogo chevronné guarda all’Italia, ma si può applicare anche da noi e - lo ripeto - senza risparmiare nessuno, me compreso: ”Se si guarda anzitutto al panorama attuale, si vede che esso da anni è pieno di proposte politiche costruite sulle persone: da quella, risultata oggi vincente, dell’attuale Presidente del Consiglio a quelle dei due leader laterali della maggioranza di governo, a quelle dei tre o quattro segmenti di potenziale opposizione. Si corre sempre su un impulso e una decisionalità di tipo individuale, in quanto tutti questi protagonisti non hanno dietro le spalle un vero partito organizzato; si blindano con stretti circuiti di fedeltà personale; e si assestano su coalizioni occasionali e senza intima coesione; con la conseguenza di una spettacolare «ronda del piacere» dove vince la vitalità e/o la furbizia spregiudicata dei soggetti più vitali. Ma con questa vitalità non si va molto lontano e si comincia a sentire il bisogno di avere strutture organizzate capaci di gestire la crescente ambiguità dei problemi sociopolitici e dell’opinione pubblica”.
La conclusione va letta d’un fiato: ”Questo bisogno comunque non cresce solo in chi fa professionalmente politica, va crescendo anche nel magmatico e sfuggente mondo dell’elettorato. Un elettorato che si sta stancando di rincorrere gli appelli generici dei potenziali leader; la loro attrazione mediatica improbabile; la furbizia delle loro strategie personali; le tante onde di consenso che vanno e che subito scompaiono; la moltiplicazione di personaggi carismatici destinati a durare, se sono bravi, per qualche lustro (Berlusconi, Bossi, Grillo), o per pochi anni (Fini, Salvini, Renzi, Zingaretti, ecc.).
L’elettore medio, un po’ cinico e sconsolato, si domanda di fronte a ciò cosa ci dobbiamo aspettare: l’arrivo di un uomo forte; nuovi e più freschi protagonisti della personalizzazione della politica; o la maturazione consolidata di quelli che già ci sono? Oppure la rottura della tendenza in atto e il crescere di una domanda di organizzazioni politiche capaci di fare coscienza e mobilitazione collettiva?
Rispondere affermativamente a questa domanda rischia di scatenare l’inferno in una opinione pubblica che da trent’anni a questa parte si è abituata a disprezzare i partiti e le loro macchine organizzative («meglio i partiti leggeri che d’apparato») e a non sopportare i processi decisionali complessi (a favore di procedure facili e labili, magari le mitiche primarie). Sono passati trent’anni da Tangentopoli, che spazzò via il valore stesso della «forma partito»: trent’anni non bastano per un ripensamento sull’obbligata dimensione organizzata del fare politica? Dobbiamo aspettare ancora perché il pendolo torni indietro verso un approccio più realista della catarsi dei primi anni ’90? Forse è ragionevole non forzare la mano, ma cominciamo intanto a prendere coscienza del fatto che la politica senza organizzazione diventa per alcuni un’esaltante avventura, per il sistema un’ambigua palude populista”.
Tanti valdostani aspettano da noi che l’originalità della proposta autonomista, che ci differenzia dalla modellistica italiana, torni ad essere un luogo unico di aggregazione in cui dibattere e confrontarsi, sapendo che uniti, forti e coesi si vince e si cresce.

Un Trattato che è una chance

Un anno fa venne firmato il Trattato del Quirinale, che si occupa di una cooperazione rafforzata fra Italia e Francia. Pane quotidiano per noi valdostani per ragioni culturali dovute alla nostra storia e alla nostra posizione geografica e chi se ne dimentica fa un torto al buonsenso, ma anche all’utilità di rapporti che fanno crescere.
Per me il Trattato è motivo di giubilo perché si tratta di una miniera di possibilità in cui scavare per chi crede utili per noi i rapporti con i territori d’Oltralpe, le loro autorità e l’insieme delle popolazioni.
Per capire come basta poco affinché gli scenari mutino sono sufficienti poche righe. Il Presidente Sergio Mattarella è stato un protagonista assoluto con il Presidente francese Emmanuel Macron di questo Trattato e per fortuna è rimasto a vigilare. Ben diverso è l’approccio della neoPresidente Giorgia Meloni rispetto al suo predecessore, Mario Draghi, uomo dal curriculum europeo che ben comprende i rischi del provincialismo di chi inalbera in modo polemico le bandiere nazionali.
Questo è un approccio che non ci può appartenere se vogliamo credere ad un nostro ruolo storico di cerniera fra Italia e Francia, senza il quale si impoverirebbe la nostra autonomia. Non si tratta di essere filofrancesi ma di essere francofili e cioè di dimostrare simpatia per un mondo con cui abbiamo avuto e abbiamo rapporti di vicinato privilegiati e l’uso del francese è una chiave che ci agevola nei rapporti, creando un evidente legame di maggior confidenza e di comprensione della cultura francofona che ha un dimensione mondiale.
Ho partecipato ieri ad un seminario organizzato da Università italiane e francesi sulla cooperazione transfrontaliero, di cui in Valle siamo evidenti protagonisti ormai da una trentina di anni.
Scorrendo il Trattato, emergono elementi assai stimolanti. Intanto nelle premesse spicca la specificità dell’Arco alpino, che per noi ovviamente è il punto di giuntura con la Francia da tempo immemorabile con i Colli e infine con il Traforo del Monte Bianco Tunnel ormai gravemente acciaccato e dovrà essere un argomento perché il Trattato parla di infrastrutture e trasporti.
Ma ci sono anche temi che fanno tremare i polsi, come l’energia e il cambiamento climatico. Molto concreta è la collaborazione nel settore universitario con un ruolo dell’Università della Valle d’Aosta e fra Parchi, pensando ai Parchi confinanti del Gran Paradiso e della Vanoise. Ma un punto cruciale, per il nostro bilinguismo scolastico, è l’insegnamento, così come lo scambio più forte degli insegnanti e naturalmente degli allievi.
Nodale sarà il Comitato per la cooperazione transfrontaliera che dovrebbe dare impulso a tutto il sistema e sarebbe bello che il Sommet politico annuale si svolgesse da noi per la prima volta per l’evidente significato anche simbolico.
In fondo si tratta di un pezzo di cammino in cui, almeno per quel che mi riguardo, vedo qualche scintilla federalista della mitica Europa delle Regioni, che esiste nei fatti, ma patisce purtroppo di guinzagli degli Stati e di un’Europa ancora troppo debitrice degli Stati.
Ogni azione diversa - che pure nasce da interstizi “nazionali” - va sfruttata senza complessi d’inferiorità e mettendoci cuore e cervello.

Assieme per le Alpi

Sono stato a Trento per la chiusura della Presidenza trentino-tirolese della strategia macroregionale alpina. La si chiama con l’acronimo Eusalp" (in inglese "EU strategy for the Alpine region"), che i francesi in ossequio alla loro lingua e contro lo strapotere dell'inglese chiamano "Suera" ("Stratégie de l'Union européenne pour la Région alpine"). Sarebbe stato meglio usare il latino con un comprensibile “Alpes”.
Ricordo che come perimetrazione si tratta della vasta zona transfrontaliera - di cui facciamo parte - che coinvolge 46 Regioni appartenenti a sette Stati: Italia (Lombardia, Liguria, Friuli e Venezia Giulia, Veneto, Provincia autonoma di Trento, Provincia autonoma di Bolzano, Valle d'Aosta e Piemonte), Austria, Svizzera, Francia, Germania, Liechtenstein, Slovenia.
Parliamo di un'area di 400mila chilometri quadrati, che investe una popolazione di 70 milioni di abitanti, con un "PIL” stimato di oltre tremila miliardi di euro, ma la cifra è probabilmente superiore.
Ho sempre ricordato come ci siano due movimenti che ci interessano. Ce n'è uno orizzontale, che guarda il massiccio alpino in tutto il suo sviluppo, usando il famoso esempio della cerniera, che non è una novità ma una costante millenaria nei rapporti reciproci, quando gli Stati nazionali neppure esistevano. Ce n'è un altro che lavora su di una dimensione verticale corta che lega il versante Sud e quello Nord attraverso strumenti vecchi e nuovi di cooperazione.
Entrambe le geometrie complementari, tenendo conto della vecchia "Convenzione Alpina" e dei suoi Protocolli, dovrebbero ragionare in termini di vera cooperazione territoriale senza quelle ingerenze statali in negativo che proprio sulla "Convenzione Alpina" hanno pesato, rendendola pressoché inutile, con i Ministeri dei rispettivi Stati che in modo dirigistico e con lo stampino troppo ambientalista hanno cercato di mettere il naso ovunque, anche laddove poteri e competenze risultano solidamente su base regionale. 
Bisogna per questo valorizzare gli aspetti politici della dimensione alpina in chiave europea ma con ruolo essenziale delle Regioni per capire meglio come le comunità abbiano reagito in diverso modo ai medesimi problemi da affrontare. Un terreno fertile e indispensabile, perché ognuno nel proprio ambito - compresa la nostra Autonomia speciale - possa farsi forte non solo attraverso l'interscambio di buone pratiche, ma facendo sistema assieme agli altri "alpini" nel rapporto con le autorità europee e quelle statali.
Facendo attenzione che le grandi città del sistema, prevalentemente subalpine, non “schiaccino” la dimensione montana vera e propria.
Paul Guichonnet, il più grande studioso della “civilisation” delle Alpi nella sua veste di geografo e ai storico, ci ha lasciato purtroppo quattro anni fa, dopo aver dedicato la sua vita intera a studiare le “sue” montagne e le popolazioni che le vivono, scriveva: “Les Alpes sont, certainement, les montagnes les plus singulières et attachantes de la Terre. Au cœur du Continent européen, berceau de la civilisation industrielle développée, elles séparent et unissent, tout à la fois, le monde méditerranéen et les façades nordiques et océaniques du continent, dont elles constituent l'ossature majeure».
Le sue conclusioni sono espresse con grande efficacia in una breve frase: «la recomposition d'un espace alpin, moins subordonné et asservi, ne pourra se faire que dans le cadre de l'intégration européenne».
Avere grazie ai suoi studi che molto mi impressionarono ho compartecipato nel mio lavoro alla spinta per avere e la ottenemmo, nel quadro dell'Unione europea, questa strategia macroregionale delle Alpi in analogia a quelle già in sviluppo attorno al Mar Baltico, al fiume Danubio e al Mare Adriatico.
Ma la politica - e in primis gli eletti della montagna alpina - ci devono credere e evitare che la macroregione alpina sia un luogo per soli dialoghi tecnici su specifici argomenti, ma diventi luogo di confronto e di crescita della politica. Altrimenti resterà una creatura debole e infruttuosa.
Scriveva l'Abbé Joseph Bréan, riprendendo un tema caro ad Émile Chanoux, in "Civilisation alpestre": «Le moment est peut-être venu où cet immense réservoir de valeurs humaines, constitué par les Pays des Alpes, doit ouvrir ses écluses, pour répandre tout autour les flots d'une civilisation capable de sauver et de rénover le Vieux Continent, ce noble et malheureux Continent qui se débat dans un désarroi angoissant, cherchant une voie de salut».

Parole riferite agli orrori della Seconda Guerra mondiale e avere una visione europeista mostra la grandezza di Bréan. Pensieri che suonano come un sinistro ammonimento con i venti di guerra in Ucraina, che mostrano i rischi sempre presenti nel caso specifico derivanti dalla spinta del nazionalismo e dall’ imperialismo russo.
Uscire dalla logica dei soli Stati nazionali può avvenire proprio sulle Alpi e si può fare grazie all’approccio europeista, diventando un esempio fruttuoso di come scavalcare le frontiere lavorando assieme.

Con chi in Iran combatte per la libertà

Twitter, se Elon Musk il bizzarro inventore milionario, non farà pasticci, resterà un insostituibile mezzo di comunicazione sia per la rapidità del mezzo sia per il concatenamento di notizie che possono offrire in modo sintetico informazioni dal mondo.
Penso a casi come la rivoluzione iraniana in corso e le cronache in pillole efficacissime del giornalista di Radio Radicale, Mariano Giustino, che si erge con il suo lavoro puntuale su di una informazione italiana che non segue con il giusto impegno quanto sta capitando in Iran.
Le piazze mobilitatesi in Italia per il movimento di ribellione al regime iraniano sono state incredibilmente vuote in un Paese dove ci si mobilita per vicende neanche comparabili per la gravità di violazione dei più elementari diritti civili e umani.
Ne ha scritto su Repubblica con equilibrio Sofia Ventura: “La rivolta che in Iran assomiglia sempre più a una rivoluzione è nata come la sfida di una generazione contro un regime. Una generazione che, come ci spiegano gli analisti, sta portando dalla propria parte sempre nuovi gruppi. Contro un regime teocratico che ha fatto dell'Islam un'ideologia da utilizzare come motore per la trasformazione della società e dell'individuo e come legittimazione di un potere feroce e disumano. Ferocia e disumanità che si palesano oggi di fronte a giovani imprigionati, torturati, picchiati, giustiziati. A migliaia, ormai”.
Un moto di rabbia e di impotenza scuote chiunque di fronte all’efficacia di queste frasi.
Ancora Ventura: “Giovani che non hanno conosciuto nella loro esperienza che l'umiliazione della donna e la repressione dei liberi comportamenti e del libero pensiero, ma che in quanto parte del mondo tecnologico e globalizzato contemporaneo, figli di una società colta e avanzata nonostante la coltre oscurantista calata su di essa più di quarant'anni fa, ben sanno che un'altra vita è possibile. E a costo della loro incolumità, da quasi due mesi non smettono di animare università, strade, piazze con le loro proteste e i loro sberleffi al potere teocratico”.
Come reagisce l’Europa, che ha accolto in questi anni tanti fuggitivi che hanno evitato di finire ammazzati? Così commenta l’autrice dell’articolo: “Macron ha incontrato alcuni dissidenti iraniani e ha espresso il suo appoggio all'azione coraggiosa di chi si sta rivoltando in Iran in nome di valori che rappresentano l'emblema della nostra stessa civiltà.
Tuttavia, leader politici e capi di Stato e di governo europei perlopiù sonnecchiano, l'Unione Europea esprime il proprio sostegno per voce di Von der Leyen, ma non va molto oltre. Vittime, evidentemente, di una malintesa concezione della realpolitik, la stessa che, unita al relativismo sui valori fondamentali, ad esempio, nel 2017 portò l'allora Alto rappresentante dell'Unione per gli Affari esteri Federica Mogherini a recarsi in Iran coperta da quel velo che rappresenta la sottomissione e l'emarginazione della donna e viene oggi bruciato dalle giovani iraniane che rivendicano la dignità dei loro corpi.
Le opinioni pubbliche paiono più ricettive, ma non in Italia. Un Paese vecchio anagraficamente e nelle sue prospettive e incapace di condividere questo nuovo anelito di libertà, come ha osservato Carmelo Palma su Linkiesta. Ma anche un Paese ancora malato di Terzomondismo che sceglie i diritti e le libertà da difendere a seconda di chi li conculca.
E analogamente, attraverso politiche e intellettuali di punta, condanna ciò che rimane del patriarcato in Occidente e distoglie lo sguardo da sistemi dove il patriarcato, in una forma violenta e fanatica, costituisce l'essenza del regime”.
Da qui un appello alla Meloni, che dovrebbe far capire l’autorevolezza del Presidente del Consiglio: “La nostra Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, espresse il suo dolore per la morte di Mahsa Amini e il sostegno alle donne in Iran in settembre. Per poi dedicarsi ad altri temi, sino a ieri (martedì 22 novembre), quando in un video messaggio per un incontro sulla violenza delle donne ha elogiato il coraggio delle iraniane.
Meloni da mesi si sforza di convincere della sua accettazione piena dei valori occidentali e da sempre denuncia le ipocrisie del nostro mainstream culturale. Quale migliore occasione per rendersi credibile e rendere credibili le sue critiche che andare oltre qualche occasionale riferimento e fare degli eventi iraniani un tema della sua parola pubblica, anche assumendo in Europa l'iniziativa di un più deciso sostegno a chi in Iran combatte e muore per la libertà?”.
Vedremo il seguito.

Maroni e gli interrogativi di Zaia

Credo di poter dire di aver conosciuto bene Roberto ”Bobo” Maroni, che frequentai per larga parte durante mio percorso da parlamentare. Entrò a Montecitorio nel 1992, diventando Capogruppo della Lega in piena espansione, e vi rimase sino al 2013, avendo importanti incarichi di Governo. Divenne poi Presidente della Regione (ci sentimmo anche allora), finendo nell’ombra - anche dopo una ingiusta vicenda giudiziaria finita con l’assoluzione in Cassazione - per gli evidenti dissidi con Matteo Salvini (auspicò di recente che ci fosse un nuovo Segretario per la Lega).
Era un uomo simpatico e preparato e come tale spiccava nelle file leghiste per le sue capacità di mediazione, condita da una sorridente ironia da generazione rock. Fu lui ad invitarmi all’inizio degli anni Novanta a congressi leghisti, quando esisteva ancora una sorta di rispetto verso la Valle d’Aosta, visto che si ascriveva il merito di quel risveglio federalista dei “padani” al ruolo dell’esponente unionista Bruno Salvadori, cui Maroni dedicò la grande sala riunioni del Gruppo, che dalla DC era stata intestata ad Aldo Moro.
Io avevo cominciato la mia carriera da deputato nel 1987, condividendo gli uffici con un amico di Maroni, Giuseppe Leoni, primo onorevole della Lega, mentre Umberto Bossi, il Senatur, era approdato – anche lui da solo – a Palazzo Madama. Questo aveva cementato un rapporto di collaborazione, dentro i rispettivi Gruppi Misti. Poi nella Legislatura successiva la Lega ebbe un mare di voti e di seggi e arrivò anche Maroni, sempre gentile con le minoranze linguistiche. Bossi, invece, non sempre si dimostrò simpatico, capitanando all’epoca polemiche contro i privilegi delle Regioni a Statuto speciale e anche con atteggiamenti di chi si era un pochino montato la testa ed era forse comprensibile per chi era diventato dal nulla un importante ago della bilancia.
Ricordo, perché il caso volle che fossi al Viminale da lui per un appuntamento preso tempo prima, la caduta nel 1995 del Governo Berlusconi. Maroni era Ministro dell’Interno e con me quel giorno non si dava pace della scelta del Capo, sostenendo che si trattasse di un errore politico clamoroso. Mi inquietò poi il fatto che profittò dell’incontro per mostrami della carte - una sorta di dossier - che dimostravano come io fossi controllato e spiato in quegli anni da non so bene quali “Servizi”. Non ne capisco bene ancora oggi le ragioni, se non perché – commentammo assieme allora - ero un esponente “autonomista” e come tale forse sospetto di chissà che cosa di potenzialmente eversivo.
Con Maroni esce di scena un esponente dell’ala federalista della Lega, risultata perdente dalla scelta nazionalista e sovranista dell’attuale leader. E’ una constatazione non un giudizio e spiace il ridimensionamento di quella spinta federalista, che era in capo al grande politologo Gianfranco Miglio (ero con lui nella Bicamerale per le Riforme), che portai ad Aosta con Augusto Barbera proprio per discutere di federalismo in anni in cui la spinta leghista aveva posto la questione forma di Stato in una posizione rilevante nel dibattito italiano. Nel 1992 personalmente presentai una Costituzione federalista fatta e finita, la prima mai presentata alle Camere.
Ora quell’eredità federalista della Lega delle origini resta in capo a qualche Presidente di Regione, come Luca Zaia, che proprio ieri ricordava su La Stampa alcune questioni legate alla possibilità per le Regioni Ordinarie, come il Veneto, di avere un’autonomia differenziata grazie ad un comma aggiuntivo all’articolo 116 della Costituzione, che è lo stesso che sancisce l’Autonomia speciale della nostra Valle.
Osserva Zaia: “L' autonomia è figlia della Costituzione. Il nostro progetto non è frutto della ricerca di cavilli o di divagazioni giuridiche, perché la nostra Carta fondamentale è limpida a riguardo. Lo era fin dalla sua promulgazione nel 1947 e ancora più chiara si presenta dopo la modifica del titolo V del 2001. Tutt' oggi, però, la gestione del Paese è centralista e quindi inadempiente nei confronti dei dettami messi nero su bianco dai padri costituenti. È la Carta costituzionale che prevede si possa concretizzare l' autonomia differenziata che, come dice lo stesso termine, rappresenta un federalismo su misura, un «abito sartoriale», che possa adattarsi alle esigenze di ogni Regione che desideri adottarlo. Prevede, infatti, la possibilità per tutte le Regioni di sottoscrivere un'intesa propria con lo Stato in cui possono chiedere di gestire fino a ventitré materie, elencate in maniera puntuale nella Carta”.
Più avanti incalza: “È il momento di una presa di coscienza generale. Il vero nemico dell'autonomia è la disinformazione che in alcuni casi la dipinge come una minaccia per il Paese. Autonomia significa federalismo, un obiettivo di modernità che contraddistingue oggi i Paesi più efficienti, mentre l'Italia continua a vivere arroccata nel suo modello centralista che, come diventa ogni giorno più palese, è uno dei grandi limiti che ne frenano il progresso. Impegnarsi per un futuro del Paese basato sull' autonomia regionale non vuol dire contrastare l identità nazionale o svilirla. Ci sono realtà squisitamente federali, come la Germania o gli Stati Uniti, in cui le identità territoriali non confliggono con quella nazionale, anzi, la rafforzano”.
E ancora: “Il federalismo è centripeto e il centralismo è centrifugo; il primo rafforza gli Stati, il secondo li disgrega. (…) Il vero tema su cui ci si deve confrontare è se siamo o non siamo d'accordo nel disegnare un Paese federale. Oggi la storia sta offrendo su un piatto d'argento al nuovo governo, emerso dalle elezioni del 25 settembre 2022, l'opportunità di segnare una tappa fondamentale per il futuro del nostro Paese: scegliere tra il medioevo del centralismo e il rinascimento del federalismo, scongiurando l'alternativa di un disastro annunciato. Dovrà essere questo esecutivo a dimostrare di saperla cogliere fino in fondo. L' autonomia, infatti, prima o poi si raggiungerà e diventerà una realtà. Quel giorno decisivo passeranno alla storia sia coloro che, pur avendone avuto l'occasione, non saranno riusciti a dare compimento a un simile obiettivo, sia coloro che si saranno resi capaci di concretizzarlo, per la lungimiranza e, soprattutto, per aver consegnato al Paese quella che è la vera grande opportunità affinché possa costruire una prospettiva di ripartenza”.
Dubito francamente che questo potrà avvenire con Meloni Presidente del Consiglio e credo che lo stesso Maroni, da quanto aveva scritto ancora di recente sulla situazione politica italiana, condividerebbe il mio pessimismo.

Non guarderò il Mondiale

È iniziata la Coppa del Mondo FIFA 2022. I mondiali di calcio 2022, che si concluderanno domenica 18 dicembre, sono in corso- e fa impressione scriverlo - questo avviene in Qatar e, per la prima volta nella storia della competizione, le gare non verranno disputate in estate e la ragione è che più che al calcio bisogna pensare per spiegare perché si è finiti laggiù alla geopolitica.
Mancano gli azzurri, che per la seconda volta - vogliamo dire che è una vergogna? - non giocheranno perché eliminati anzitempo. Questo fatto rende meno vivace la discussione in Italia sulla opportunità o meno di seguire questa competizione. Personalmente credo che siano molte le ragioni per disertare questi Mondiali e capisco che senza la Nazionale italiana risulti più facile dire che, come scelta personale, non li seguirò neanche in televisione.
Su Internazionale pubblicano due articoli usciti sul giornale tedesco
Die Zeit, uno che spinge per non seguire queste competizioni, l’altro per seguirle ma con i necessari distinguo. Segnalo che in Germania molti hanno sostenuto senza esito persino il ritiro della Germania dal Mondiale.
Cominciamo dalla prima posizione con Mark Schieritz: “Il Qatar è una monarchia assoluta con leggi che si basano principalmente sulla sharia, la legge islamica. Gli stadi in cui si giocheranno i Mondiali di calcio che cominciano il 20 novembre sono stati costruiti dai lavoratori immigrati in condizioni spesso allucinanti e con molte morti sul lavoro, come riferiscono le organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Per evitare che le partite si giochino in stadi con gli spalti vuoti, tifosi da tutto il mondo devono arrivare in aereo in questo paese desertico: il Qatar, infatti, ha meno abitanti di Berlino. Ditemi voi se non è pazzesco”.
E più avanti: “Il regime qatariota spera che i mondiali siano un palcoscenico d’eccezione in termini d’immagine. E allora meno gente li guarderà meno il regime riuscirà nel suo intento. Un mondiale senza pubblico televisivo europeo – considerando il potere d’acquisto e l’entusiasmo per il calcio del vecchio continente – darebbe inoltre un segnale forte alle federazioni sportive internazionali, i cui responsabili la prossima volta magari ci penseranno due volte prima di scegliere un paese ospitante inadeguato dal punto di vista politico e ambientale come il Qatar”.
Il secondo è Yassin Musharbash: “Ormai è inevitabile che i mondiali si svolgano nel deserto del Qatar, ma solo ora i sostenitori del boicottaggio chiedono di non guardarli. E invece la prospettiva va ribaltata: adesso l’importante sarà illuminare con riflettori più potenti che mai gli angoli bui del Qatar; e anche i fallimenti della Fifa, insieme agli scarpini da calcio. In quest’ottica spegnere la tv serve a poco”.
Aggiunge ancora: “Pare che la coscienza critica stia crescendo, altrimenti non si spiega perché non ci sia stata una campagna di boicottaggio simile prima dei mondiali del 2018 in Russia, a quattro anni dall’annessione illegale della Crimea. Certo, forse da allora è cresciuta soprattutto la rabbia contro la Fifa. E il Qatar si presta bene a simboleggiare una commercializzazione fuori controllo del calcio.
In ogni caso è giusto esprimere le proprie critiche e allo stesso tempo seguire i servizi sui mondiali. Perché proprio nel caso di questo campionato sarà molto importante guardare con consapevolezza il lavoro dei giornalisti e osservare le posizioni che prenderanno sportivi e funzionari in Qatar”.
Un dibattito a distanza civile e rispettoso. Quanto ce n’è bisogno ovunque in questi tempi in cui la violenza scritta, specie sui Social, premia i peggiori che fanno sistema.

L’ora delle decisioni

Ne scrivo con dispiacere, evocando mesi di incontri in una Valle d’Aosta alla ricerca della stabilità politica, come se fosse un’introvabile chimera, il mostro leggendario della mitologia greca.
Capita nel gioco dell’oca: si torna da troppo tempo, dopo tante discussioni, al punto di partenza con il nulla di fatto e con un rinvio delle decisioni infinito che sembra il teatro dell’assurdo. Questo accresce la frustrazione di chi ci prova, trovandosi un pugno di mosche in mano e alimenta un’esasperazione popolare che non ha alcuna ideologia politica e non distingue più fra chi si ingegna cercando soluzioni e chi boicotta con gusto ogni tavolo.
Di conseguenza chi commenta con crescente preoccupazione gli eventi rischia di essere spiaccicato contro il muro come il grillo parlante di Pinocchio o di venire bollato apposta con dileggio genere ”Cicero pro domo sua”, come si dice di chi parla o agisce per il proprio tornaconto. C’è poi chi evoca il mitico “bene comune”, prezzemolo buono per ogni ambizione personale riconoscibile lontano un miglio per chi ha naso e io, modestamente e per le sue dimensioni, ne ho.
Le riunioni previste sempre come decisive di settimana in settimana sono ormai senza alcuna riservatezza, come si dovrebbe. Invece già durante i confronti c’è chi scrive fuori in presa diretta un bel Whatsapp e la politica diventa l’arte di far uscire le notizie che fanno più comodo a chi spiffera i contenuti, secondo la convenienza del momento e c’è chi ne fa la cronaca sguazzandoci.
Bisognerebbe chiudersi in conclave non per eleggere un Papa o per distribuire pani e pesci, ma per astrarsi da ruoli, deleghe e manuali Cencelli e fare in modo ordinato l’elenco delle priorità. Questo dovrebbe avvenire anche prima di capire alleanze, allargamenti e discettare come ho fatto pure io dell’ormai favolistica réunification (réunion sembra un’assemblea condominiale).
Ma è difficile farlo se, con tante teste e tante idee, manca la sintesi e a tratti quella necessaria lealtà che dovrebbe valere anche in politica per evitare che tutto vada in vacca. Mi riferisco alla necessità di lavorare per un progetto comune, al di là delle differenze, con numeri ragionevoli per non cadere in Consiglio regionale se solo ad uno venisse una colica renale, per non dire del dover trattare con chi si sente indispensabile - e ognuno può dirlo - per mantenere la rosicata maggioranza e alza il prezzo.
Certo ci sono i personalismi, ruggini vecchie e nuove, legittime ambizioni e personalità miste. Gli eserciti di tutti, al di là dei voti, sono ridotti a poca cosa. Le dispute fra maggioranza e opposizione in Consiglio sono troppo spesso - per chi attacca come un toro che vede il rosso - discussioni per il proprio rispettivo elettorato più che per la ricerca di sintesi necessarie per andare avanti.
Chi lavora sulle cose fa la figura del fesso rispetto a chi passa il tempo a pensare alla prossima rielezione, vedendo in chi incontra non un cittadino ma solo un elettore da cui farsi votare in una campagna elettorale a vita che distorce la realtà con una politica dei favori se non dei favoritismi che non porta bene sulla lunga distanza a chi la pratica.
Così si avanza a fatica e anche se i problemi si risolvono con pazienza questo conta poco. Si manifestano la lotta continua e il chiacchiericcio, specie da parte di chi ha come passatempo il movimentismo. Peccato che essere di lotta e di governo non può convivere e la Politica senza onore la pratica chi semina zizzania e complica anche gli affari semplici.
Chi indica le elezioni come un magico reset - e vien quasi da riderne - è perlopiù ispirato da chi non è in Consiglio regionale e spera di andarci o di tornarci, fingendosi il nuovo che avanza.
Strane storie che servono a poco se non ci sarà una scelta di buona volontà di partire da quanto necessario per la Valle d’Aosta più che dagli interessi di bottega, che hanno pure una loro dignità, ma di fronte a disegni credibili per uscire dal caos. Bisognerebbe farlo senza clamore mediatico e impegno civile con un mondo autonomista che dovrebbe essere coeso e facendo piazza pulita - come dice un detto - di ”parenti serpenti, cugini assassini, fratelli coltelli”.

Il Papa torna a casa

Questa bella storia di Papa Francesco che torna in Piemonte da Pontefice, pranzando nella casa della cugina ad affermare le radici della famiglia Bergoglio, fa pensare. Esattamente come la sua ammissione del piemontese lingua madre appreso dalla nonna, ricordando ancora canzoni e filastrocche e usandolo coi parenti.
Il nonno del Papa emigrò in Argentina (e la nonna dall’Alessandrino) e lui torna - non per la prima volta, ma questa volta dall’alto del soglio pontificio - a Portacomaro nell’Astigiano dei Bergoglio per un pasto di famiglia, ovviamente alla piemontese.
Anche tanti valdostani sono finiti laggiù. Ricordo un viaggio del Senatore César Dujany in Argentina con un delegazione parlamentare e si mise a guardare un elenco telefonico, scoprendo un mare di cognomi indubitabilmente valdostani e ben più scientifica fu la scoperta della valdostana Alessandra Tognonato, che fu console a Buenos Aires, che appurò da documenti quanti fossero i valdostani, catalogati come piemontesi per ovvie ragioni.
In una scheda del Museo italiano dell’Emigrazione si legge: “L'emigrazione valdostana nasce dalla mobilità stagionale, tradizionale dell'arco alpino, e dalla prossimità con la Francia e la Svizzera, nonché dall'esistenza di una costante comunicazione con l'area germanica. Nel Trecento i mercanti di stoffe si spostavano d'inverno sul lago di Costanza e la Baviera; nel Settecento arrivavano sino all'Austria - Ungheria. Dal Cinquecento muratori, carpentieri e tagliapietre lavoravano d'estate in Francia e nel Piemonte, attratti in particolare da Marsiglia e Torino. Infine il commercio di bestiame, tipica attività locale, comportava spostamenti in tutte le aree limitrofe. L'emigrazione post-unitaria si innestò su questa mobilità a breve e medio raggio e acquistò caratteri internazionali perché alcune aree, come Nizza e la Savoia, non facevano più parte del medesimo Stato".
"Nei primi decenni dopo l'Unità gli spostamenti rimasero stagionali - si legge ancora - e contrassegnati dalla tendenza a tornare. Da fine Ottocento agli anni Trenta del ventesimo secolo l'emigrazione divenne definitiva, anche perché il governo fascista favorì l'espatrio di una popolazione ritenuta straniera in quanto francofona. Nello stesso periodo l'economia locale iniziò a sfruttare la risorsa turismo, preparando gli sviluppi successivi alla seconda guerra mondiale. Sino a quest'ultima, comunque, le partenze temporanee e definitive si divisero fra le abituali mete europee e quelle intercontinentali (Argentina e Brasile, Canada francese e Stati Uniti, Australia). Dopo la Seconda Guerra Mondiale l'esodo decrebbe e allo stesso tempo si orientò verso le fabbriche di Torino e della Svizzera. Quasi contemporaneamente l'industria turistica attrasse lavoratori, dal Veneto, dal Piemonte e dal Meridione, trasformando la Regione in area prevalentemente di accoglienza".
Mi pare che si confondano i walser con il resto dei valdostani sulla parte germanica, ma la sintesi è interessante.
Nel tempo - per quel che mi riguarda - ho scoperto, non so assolutamente di chissà quale ramo, un Caveri emigrato negli Stati Uniti, partendo da Le Havre in Normandia, mentre altri Caveri erano partiti dal porto di Genova (essendo originari della zona di Moneglia) proprio per andare in Argentina nella Terra del Fuoco (alcuni si sono poi trasferiti a Parigi, dove li ho conosciuti), mentre altri Caveri sono da tempo a Buenos Aires (il più famoso è stato l’architetto Claudio Caveri).
Un mondo di persone alla ricerca della fortuna e Bergoglio l’ha trovata nella Fede sino ad arrivare in Vaticano.

Le tante varianti del Freddo

Dopo tanti mesi caldi e a tratti torridi - che hanno segnato l’ennesimo record - il ritorno del freddo è una benedizione. Fa sorridere amaro scriverlo, visto che mai come quest’inverno i costi del riscaldamento peseranno gravemente.
Tuttavia, sappiano bene che sull’altro piatto della bilancia ci sono i danni e le preoccupazioni del riscaldamento globale e viene in mente subito la stagione invernale scorsa con poca neve e poca acqua. Per non dire di quanto inciderà sugli assetti ambientali e sociali l’orizzonte futuro con profonde trasformazioni e forti impatti, specie se non si invertirà la corsa.
Fra le discussioni da conversazione standard quelle sul caldo e il freddo, anche nella quotidianità, sono un classico. Con la constatazione che ci si lamenta comunque: del caldo quando fa caldo e del freddo quando fa freddo.
Ma è vero - autentico discorso da caffè al bar al mattino - che al freddo si può reagire con la giusta attrezzatura. Specie il “nostro” freddo alpino che è “secco” e mi vien da sorridere a pensare per contro a certe giornate nebbiose a Torino, quando cominciai a fare il giornalista, con nebbie fitte mai più viste e soprattutto quella umidità che ti entrava nelle ossa, benché imbacuccato.
E pensavi a consolazione a quel freddo d’alta quota, con gli sci ai piedi, con la neve che scricchiola sotto le lamine o a quell’impagabile sensazione della neve fresca che ti dà quel tocco inebriante nel suo turbinio, mentre scendi galleggiando nel gelo.
A ben pensarci è un po’ di anni che non ci sono più quelle temperature sotto zero nel fondovalle valdostano che trasformavano i prati in una tundra e lo stesso vale per quelle nevicate che anche a quote più basse congelavano il paesaggio.
Il freddo nei miei ricordi ha anche un aspetto tragico. Quando mi sono trovato per la prima volta, nel cuore dell’inverno con un’amica polacca a visitare il campo di sterminio di Auschwitz. Durante la seconda guerra mondiale, tra il 1940 e il 1944, furono sterminati là dentro, in quella macchina di morte, più di 1 milione di prigionieri, in larghissima aparte ebrei. Un luogo spettrale e doloroso che mi ha colpito in profondità. Il freddo era terribile in questo mondo in bianco e nero, così terribile perché evoca drammi umani e la violenza allo stato puro che si manifesta ancora come genius loci. Lì il freddo non era solo un fatto climatico, ma una specie di inquietante presenza nel percorrere quelle strade interne, vedere quegli edifici grigi, guardare le vetrine con i giocattoli, gli occhiali, le protesi di quelle persone poi volate via nel fumo dei forni crematori, cui vennero prima persino strappati i denti d’oro. Orrore e crudeltà.
Ha scritto Primo Levi su quei luoghi: ”Come questa nostra fame non è la sensazione di chi ha saltato un pasto, così il nostro modo di avere freddo esigerebbe un nome particolare. Noi diciamo “fame”, diciamo “stanchezza”, “paura” e “dolore”, diciamo “freddo”, e sono altre cose. Sono parole libere, create e usate da uomini liberi che vivevano, godendo e soffrendo, nelle loro case. Se i Lager fossero durati più a lungo, un nuovo aspro linguaggio sarebbe nato”.
Parole come macigni.
Ma, per carità, finiamo in allegria con un consolatorio Gianni Rodari:
”Bollettino meteorologico

Italia sottozero.

Lo stivale è ghiacciato.

Sta la neve sul Vesuvio

come panna sul cioccolato.

A Roma i busti di marmo

del Incio battono i denti.

I gatti del Colosseo

a Roma, battono i denti.

Si pattina sul Po

e sui maggiori affluenti.

E’ gelata la coda

di un asino a Potenza.

Le gondole di Venezia

sono a letto con l’influenza.

Un pietoso alpinista

è partito da Torino

per mettere un berretto

sulla testa del Cervino.

Ma dov’è, dov’è il mago

con la fiaccola fatata

che porti in tutte le case

una calda fiammata?”.


Antifrancese mai

Il braccio di ferro dell’Italia con la Francia mi ha profondamente imbarazzato. Le gaffes di Giorgia Meloni (il Presidente!) hanno creato scintille con Emmanuel Macron (le Président!), che certo ha il suo caratterino, ma era stato il primo leader europeo a “sdoganare” in un incontro a Roma la giovane esponente di Fratelli d’Italia. Scelta non semplice, pensando che la maggior competitrice nella politica francese è Marine Le Pen, che ha radici nella stessa area di estrema destra dell’italiana.
A metterci una pezza ci ha pensato, con la solita signorilità e con garbo istituzionale, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che si è beccato persino le rampogne di Ignazio La Russa, Presidente del Senato e seconda carica dello Stato, che ha è stato come un elefante nella cristalleria rompendo un bon ton istituzionale. Un errore quello di Meloni, che dimostra la sua angustia culturale e la mancanza di fondamentali nella diplomazia e che conferma come non ci si possa improvvisare in certi ruoli.
Amo la Francia per la grande considerazione che ho verso la loro democrazia antica e la loro civilisation, compresa la lingua, che appartiene anche in piccola misura anche a noi valdostani. Per questo mi avvilisce che anche qui da noi ci siano coloro che mostrano logiche antifrancesi a causa di ignoranza e di disinformazione.
Rispondendo a lettere nella sua rubrica, Aldo Cazzullo sul Corriere scrive: “In effetti lo scontro con Macron è alla lunga un bel guaio per la Meloni sul piano politico, ma sul breve può essere un vantaggio propagandistico. Gli italiani sono convinti di essere disprezzati dai francesi. Invece, i francesi amano l’Italia e sono affascinati dagli italiani”.
Posso confermarlo: certi pregiudizi del passato verso gli italiens non li vedo più. Se ci sono delle eccezioni sono eventi rari. L’inverso, invece, è usuale, purtroppo.
Prosegue Cazzullo: “Diverso è il giudizio sulla nostra politica. L’Italia fascista attaccò la Francia con i tedeschi già a Parigi: una «pugnalata alle spalle» che in particolare i gollisti non ci hanno mai perdonato. La Francia è stata governata per quasi mezzo secolo dalla destra antifascista, espressione che da noi è considerata quasi un ossimoro. È abbastanza normale che qualsiasi giustificazione del fascismo suoni stonata sull’altro versante delle Alpi. Quando poi vince le elezioni italiane un partito che ha lo stesso identico simbolo di Marine Le Pen, contro cui Emmanuel Macron ha combattuto e vinto due durissime campagne presidenziali (senza contare legislative e amministrative), è chiaro che qualche problemino si crea. Se poi il governo francese, tra cento spocchie — «vigileremo sul rispetto dei diritti umani» — e mille pregiudizi, fa un gesto di buona volontà accogliendo una nave, e un’ora dopo si legge i tweet di tracotante esultanza del vicepremier, allora si può serenamente concludere che lo scontro ce lo siamo andati a cercare. E purtroppo non lo vinceremo, perché ci piaccia o no la Francia è un Paese che sotto ogni profilo — Pil, abitanti, nucleare militare e civile, peso e costo del debito pubblico, seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, financo numero di turisti — conta più di noi. Poi c’è la Germania, che conta ancora di più, e ha interessi ancora più divergenti dai nostri. Non occorre un genio della politica per capire che con la Francia sarebbe meglio andare d’accordo. Senza scomodare a ogni occasione rivalità e legami, Napoleone e Platini, Gambetta e Zola, Belmondo e Pierre Cardin, che si chiamava in realtà Piero Cardìn ed era di Sant’Andrea di Barbarana, Treviso”.
Parole che nel loro insieme condivido. Nel mio piccolo la settimana prossima non a caso parteciperò ad un interessante seminario sul Trattato del Quirinale, che era stato un passo in avanti significativo nei rapporti Italo-francesi, e che resta - malgrado le attuali turbolenze- pieno di spunti utili anche per la Valle d’Aosta.

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