Le reines, un simbolo

Le reines sono un simbolo che prescinde dalle batailles in senso stretto.
Quando lo racconti fuori dalla Valle d’Aosta, questi scontri corna contro corna delle bovine stupiscono e talvolta preoccupano per chi non ne conosca l'aspetto alla fine incruento. Ho seguito centina di scontri, quando ne facevo la telecronaca da giovane giornalista, non ho mai visto violenza.
In più ancora oggi trovo vecchi allevatori che ricordano come mio papà Sandro fosse un veterinario in grado di curare le reines, sempre piene di problemi ormonali che poi sono alla base della loro aggressività, che le mette al comando delle mandrie.
Le reines, per tornare al punto, sono un fil rouge, un punto di giunzione fra il passato più profondo e la nostra epoca.
L'addomesticamento degli animali e il loro sfruttamento restano, anche sulle Alpi, una delle pagine più importanti, che ha dato vita all'allevamento, con caratteristiche immutabili nel tempo.
Sulle reines, in un mestiere difficile qual è quelli dell'éleveur, si riversano certi momenti dì svago e dì passione, che vanno ammirati e compresi.
Loro, le mucche, sono curate e vezzeggiate e combattono con impegno e con un pizzico dì vanità.

Tertium non datur

Spiace dover semplificare, ma talvolta bisogna andare al nocciolo di un problema. Per parecchie settimane, ma la storia ha degli antefatti, due esponenti della maggioranza regionale che governa la Valle d'Aosta sono state di lotta e di governo.
Chiara Minelli, lasciato da tempo il ruolo di assessore/a, assieme alla collega Erika Guichardaz hanno innescato - in dissenso su alcuni temi con gli altri eletti nella loro lista e con gli alleati autonomisti - un lungo braccio di ferro rivendicativo, stando «fra color che sono sospese», come diceva Dante per chi vive nel limbo.
Infine, isolate nelle loro scelte, hanno annunciato il loro «no» al Governo Lavevaz in Consiglio Valle, ma creando un blackout perché risultanti di fatto in un limbo... politico, né in quota maggioranza né in quota opposizione. Quanto nel diritto parlamentare, che regge le Assemblee elettive, non esiste.
Un conto è in un gruppo consiliare dissentire su singoli argomenti, un altro è invece che in un medesimo gruppo ci sia chi appoggia e chi no un Governo in carica. Non si può avere «la moglie ubriaca e la botte piena» o, come si dice in francese, non è possibile «vouloir le beurre et l'argent du beurre».
In latino si può essere ancora più precisi con «Tertium non datur» («Una terza cosa non è data»), che sta a significare che una terza soluzione (una terza via, o una terza possibilità) non esiste rispetto ad una situazione che ne prefigura soltanto due.
Per cui - per ragioni di rappresentanza nelle Commissioni ma non solo - si è creata una situazione che ha obbligato a rinviare i lavori e questo spiace e non fa bene in un periodo in cui la democrazia rappresentativa non brilla per popolarità.

Vincitori, vinti e astenuti

Confesso dì non riuscire più a seguire le lunghe dirette elettorali, che non solo nuocciono alla salute, ma danno della politica un'immagine deteriore con quel parlarsi addosso.
Viviamo, invece, in un mondo veloce e sintetico, che gli obbliga a dire due cose in croce.
La prima è che il centrosinistra ha vinto ed il centrodestra ha perso, senza tanti distinguo e mezze misure. Poi, per carità, che questo test valga già per le Politiche del 2023 (se non prima) e un azzardo.
Già perché bisogna fare i conti con la banale constatazione - seconda cosa - che la disaffezione al voto, tecnicamente astensionismo, ha ormai raggiunto picchi mai visti e depressivi per la democrazia rappresentativa. Sarà pur vero che chi vota va contato e chi non si vota si autoesclude, ma la patologia è evidente e non porta bene all’insieme della comunità con sindaci che rappresentano comunque una minoranza degli elettori, perché gli altri hanno disertato le urne per tanti motivi concomitanti.
Ora, passato il periodo turbinoso dei commenti, sarà bene capire che questo distacco fra politica e popolazione non è segno dì una democrazia matura, ma dì una regressione della cittadinanza e non si può dì certo far finta di nulla.

Un bivacco per Claudio Brédy

Mi spiace molto di non aver potuto essere presente all'inaugurazione del bivacco intitolato a Claudio Brédy, nella zona dei laghi di Dzioule, montagne che lui ben conosceva.
Questa costruzione così bella e innovativa - segno architettonico - in una zona meno nota ma affascinante della Valle d'Aosta è un ricordo che la famiglia e gli amici hanno voluto dedicare ad un uomo morto proprio in montagna, terreno amato che percorreva con piglio in tutte le stagioni.
Claudio, che amava la profondità delle sue radici valdostane, era una personalità interessante, piena di interessi culturali e di passioni sportive, oltreché dirigente pubblico di grandi capacità. In politica era un federalista illuminato e cosmopolita (essendo un giramondo), europeista convinto e cresciuto, come Sindaco, alla scuola della democrazia locale.
Assieme uomo dei fatti e intellettuale dalle buone letture, spesso marginalizzato da chi della politica non aveva la stessa visione lungimirante e soprattutto onesta.
Ci ha lasciati troppo presto nell'agosto del 2017 e in molti sentiamo la sua mancanza. Sapeva avvampare di fronte alle ingiustizie e riflettere con calma quando bisognava fare scelte importanti.
Per me è stato compagno di strada in momenti di scelta non semplici e lo ricorderò per sempre.

Io scrivo lo stesso

Ogni tanto mi chiedo: sogno o son desto?
Mi capita di sentire dei rimproveri con borbottii da parte di colleghi consiglieri regionali perché scrivo su questo Blog e ci aggiungo Twitter. Diverte quando viene dai banchi di forze politiche che tracimano sui "social" e se la pigliano con me che non ho strutture pagate per farlo.
Tutta farina del mio sacco: non ho bisogno di scribacchìni a pagamento.
Credo, invece, che sia naturale, nel senso che lo faccio da moltissimi anni, di scrivere sui "social". L'ho fatto sia in politica, prima sulla carta stampata e per radio, e ora sul Web, ma mantenendo viva la presenza anche quando lavoravo in "Rai" nel mio lavoro vero, quello di giornalista.
Per cui, poiché è meglio far invidia che pietà, si rassegnino: scrivo come e quando voglio.
Si chiama libertà d'espressione.
Elementare, no?

Ho sempre detto la verità

A metà Aprile raccontai della mia avvenuta vaccinazione e così la descrivevo con parole semplici: «A fronte dello scatenarsi del fango subdolo delle chat e delle conversazioni da bar, che tanto stanno appassionando parimenti certi miei colleghi e qualche giornalista, ritengo sia utile chiarire in questa sede alcune posizioni per sgombrare il campo da qualsivoglia diffamazione e strumentalizzazione di chi ormai ha come unico mezzo per far parlare di sé la polemica sterile attraverso i "social" e con gli esposti».
Aggiungevo più avanti: «Sono stato vaccinato per il "covid-19" e l'ho detto coram populo pure durante le chiacchiere a margine del Consiglio regionale, senza reticenze quando ebbi la prima dose. Come piace far notare con valenza negativa ai miei detrattori ogni qualvolta se ne parli, con i miei quasi 63 anni sono il decano del Governo regionale. Vecchio per la politica quando si tratta di millantare l'avanzare del nuovo o la rottamazione, in queste ore pare che io miracolosamente sia diventato «troppo giovane» per essere stato inserito nelle liste di coloro cui è stato somministrato il vaccino con la seconda dose di ieri. Non ho alcun problema a dire che espressi sin da subito, mesi fa, ai miei colleghi di Governo la necessità - viste le nostre responsabilità - di provvedere ad una vaccinazione rapida della Giunta. Non ho perorato prerogative di casta e neanche di privilegi. Semplicemente ho esplicitato ciò che qualunque persona di buon senso e senza pregiudizi potrebbe sottoscrivere: chi deve gestire la pandemia, a tutti i livelli, non può farsene travolgere, perché il rischio è la paralisi definitiva di un sistema che fatica già ogni giorno ad andare avanti.
Com'è noto, per altro, cinque membri su otto della Giunta regionale hanno fatto o stanno facendo il "covid" e ne risente il loro lavoro personale. Non tutto si può fare in video o al telefono e questo rende la collegialità del lavoro dell'Esecutivo molto più macchinosa, come avviene per tutto il resto del confronto politico.
La Giunta, a seguito delle mie insistenze, si era espressa nella discussione avvenuta fra di noi comprendendo questa richiesta sulla vaccinazione degli ultra-sessantenni fra i propri componenti, parimenti a quanto osservato dall'Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale, come mi fu detto e di cui ho traccia nelle informazioni ricevute allora.
L'iscrizione alla piattaforma e la chiamata successiva (telefonica e con messaggino con convocazione nel centro vaccinale di Châtillon) non avvennero di nascosto o in modo poco trasparente rispetto alle inoculazioni già avviate dall'anagrafe regionale "Infovaccini", che aveva come documentato sin nelle settimane precedenti effettuato chiamate per moltissimi ultra-sessantenni, in una logica distributiva conforme al Piano che si occupa dei vaccini»
.
Oggi vengo a sapere che è stata chiesta l'archiviazione rispetto a eventuali reati dovuti a quella vaccinazione e scoprirò infine dalle carte chi ha denunciato.
Non commento, limitandomi a dire che ho sempre raccontato la verità su quanto avvenuto, sopportando i castelli in aria e le cattiverie di chi ha approfittato della vicenda per screditare me e persino i miei cari.

Viva il cinghiale…

Chi suggerisce di cambiare la lupa di Romolo e Remo con il cinghiale, perché ormai è questo l'animale che si aggira per le strade di Roma, spesso con la prole, ha ragione solo a metà.
In effetti, sdoganato ormai il cinghiale sfamato dal contenuto dei cassonetti, arriverà anche il lupo dentro le città. Chi pensa che quello sarà sempre e solo un problema dei montanari si sbaglia di grosso. Considerata la grande capacità riproduttiva del lupo, c'è da pensare che - in assenza di un qualunque predatore che si contrapponga - piano piano conquisteranno i loro spazi.
E' possibile che siano più timidi rispetto all'arroganza del cinghiale e dei gabbiani che controllano cielo e terra in vasti territori, ma la timidezza passa e la paura dell'uomo anche. Una volta appurato che non siamo nemici pericolosi, allora tutto sarà possibile. Plaudono gli animalisti, che ovviamente ritengono che certe specie siano come monumenti intoccabili. Poi ci scapperà il morto e tutti saranno pronti a dire quanto sia brutto che questo avvenga.
Viviamo questi tempi sbilenchi in cui mancano certezze e si sceglie il "non fare" per non sbagliare. La paralisi, che dovrebbe scontentare tutti, diventa l'alibi perfetto per non dispiacere a nessuno.
Strano paradosso.

La mia indifferenza

Condivido la scelta del Governo Draghi di chiedere nel lavoro un uso esteso e obbligatorio del green pass. Ciò avverrà con la solita modalità già in atto ad esempio nella scuola, con vaccinazione o tampone ogni 48 ore. Tampone a prezzi ribassati, ma non gratuito, se non per i soggetti fragili.
Credo che sia una scelta giusta, anche se personalmente in alcuni settori si sarebbe dovuta scegliere la vaccinazione obbligatoria a tutela di tutti. Ma il compromesso raggiunto non è comunque al ribasso.
Plaudo al buonsenso e al rigore che hanno portato a questa scelta.
Al netto di molte sparate ascoltate in queste settimane, inseguendo il consenso degli scettici e purtroppo dei contrari, l'esito finale non è quello di uno Stato di Polizia, ma di una Repubblica - visto il concorso delle Regioni - che tutela i cittadini e nega ad una minoranza chiassosa un diritto di veto.
Questa pandemia, per quel che mi riguarda, mi ha aperto gli occhi: ho scoperto, anche fra i miei conoscenti, degli atteggiamenti che mi hanno lasciato allibito e che hanno pure fatto scricchiolare amicizie di lunga data. Ci sono passaggi nella vita che non consentono ambiguità e la pandemia ha chiarito, almeno per me, l'esistenza di un confine non superabile.
Nulla di politico in sé, quanto di morale. Chi sceglie il settarismo si allontana dai miei valori e dunque neppure più mi attardo in inutili opere di convincimento.
I complici del virus meritano la mia indifferenza.

Gli islamisti ci devono preoccupare

Chissà che l'Occidente non cominci a capire che gli islamisti con il loro totalitarismo ideologico restano in buona salute e lo erano già prima che l'Afghanistan diventasse un Emirato islamico. Un simpatico ritorno ad avere uno Stato canaglia la cui logica è, con i talebani, il ritorno del terrore e dell'ignoranza.
Sento dire: «gli afgani si sentono traditi dall'Occidente». Osserverei che in vent'anni gli afgani stessi non hanno capito l'abc della Democrazia, con un esercito burletta, governanti corrotti ed inetti ed un calar le braghe in quattro e quattr'otto di fronte ai rozzi e violenti talebani. Difficile per loro piangere sul latte versato.
Ma attenzione che la stretta islamista si sta vedendo sui Paesi del Maghreb, come Tunisia, Algeria, Marocco, dove la Turchia islamica sta lavorando con grande impegno.
Lo spiega con dovizia di particolari l'ultimo numero di "Le Point" in cui si legge come l'islamismo radicale si stia espandendo. Questo vuol dire guai grossi per l'Europa sia per il terrorismo ed anche per la crescente logica di "assalto" al Vecchio Continente, facendo leva - come già avvenuto in Francia e Germania - anche su giovani figli o nipoti di migranti di tanti anni fa. Una logica ben inversa rispetto a quella dell'integrazione...
Non si reagisce con appelli vaghi al dialogo e con buonismo da salotto, ma con un'Unione europea che abbia una politica estera seria ed anche una politica di sicurezza senza "se" e senza "ma".
Altrimenti torneranno drammi e stragi, mentre in troppe moschee in Europea si predica l'odio e nascono società parallele dove non si rispettano i nostri principi costituzionali e si guarda più alla Sharia che al Diritto.

La smemoratezza di Landini

Non capisco l'ostilità che parte del sindacato, come il leader della Cgil Maurizio Landini, manifesta nei confronti di chi dev'essere sanzionato se non ottiene il green pass - e dunque non si vaccina - per adoperarlo laddove è stato previsto dal Governo Draghi.
Questa confusione, fatta propria dalla Cgil anche sul piano locale nella scia della segreteria nazionale, ha fatto scrivere un passaggio assai interessante da Paolo Mieli sul "Corriere della Sera", che pubblico non abbisognando di ulteriori commenti, se non precisando che nel brano precedente si ricorda la simpatia di Landini per Giuseppe Conte ed i suoi molti silenzi quando l'ex premier imponeva misure a colpi di dpcm: «Adesso Landini ha cambiato registro e sostiene che i protocolli sono sufficienti a garantire la salute nelle aziende e che, perciò, il green pass non serve. Ma protocolli sono stati sottoscritti anche per bar, ristoranti, cinema, teatri, treni, aerei. Per non parlare delle scuole. Ambienti in cui da tempo si sanifica, come è stato concordato con il governo, così da offrire garanzie di sicurezza (per quel che è possibile). Anche lì, anche in quei "luoghi di lavoro" non andrebbe sanzionato chi è sprovvisto di certificato verde?».
Poi così si esplicita la critica: «Viene da chiedersi da dove venga questa grande sensibilità a vantaggio di chi obietta alla certificazione vaccinale. E perché i leader sindacali non siano altrettanto sensibili nei confronti di coloro che, in possesso di green pass, dovrebbero esporsi a rischi vivendo la propria vita lavorativa a stretto contatto con persone che potrebbero contagiarli.
Il segretario della Cgil infine motiva l'attuale irrigidimento anti green pass con tre considerazioni davvero curiose. La prima: "Nessuno può sostenere che gli uffici o le fabbriche costituiscano oggi potenziali focolai per la diffusione del virus". E infatti non lo sostiene nessuno. Proprio nessuno. La seconda: "Non deve passare il messaggio sbagliato che i vaccini e il green pass, pur fondamentali, siano sufficienti a sconfiggere il virus". A chi si rivolge Landini? Che ci risulti, non c'è persona che dica una cosa del genere. Constatiamo, semmai, che le vaccinazioni servono, in caso di contagio, a non finire nei reparti di terapia intensiva o al cimitero. E non è poco. Ma sono discorsi diversi. Il terzo appunto del segretario della Cgil è già stato un cavallo di battaglia dell'opposizione di destra: "Se il governo pensa che il vaccino debba essere obbligatorio, lo dica e approvi una legge. Abbiano il coraggio di farlo!". Non è questione di coraggio, caro Landini»
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Chissà dov'era Landini quando Giuseppe Conte e Roberto Speranza con decreti notturni e nessuna legge ci chiudevano in casa.

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