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Referendum costituzionale: il mio NO

Manifestanti a Roma per il 'no' al referendum costituzionaleMi vien da sorridere a chiamarlo un "ultimo appello": oggi sono una persona senza un partito, che crede in certi valori in politica e spera presto di poterli condividere con chi osserva con crescente tristezza una Valle d'Aosta alla deriva. Così determinate scelte tattiche per il referendum domenicale sono il segno di una comunità che non ha più punti cardinali nella difesa dell'Autonomia, se in troppi - specie nella sempre più informe area autonomista - sentono il bisogno di assecondare le mire del potente di turno, illudendosi di finire sotto la sua ala protettiva, anche se si deroga - così facendo - ai propri ideali, messi sul mercato. Stupiscono anche rispettabili personalità locali che hanno scelto di essere silenti in questa circostanza, perché non sempre «il silenzio è d'oro», mentre molti esponenti dell'establishment italiano dicono "sì" perché sperano che il loro dire "sì" possa trasformarsi in... oro.

Io domenica voterò "no" al referendum costituzionale e lo farò anzitutto contro un testo pasticciato e pieno di contraddizioni, che costruisce un sistema politico che accentra il potere su di una sola persona: chi si trova e chi si troverà a fare il Presidente del Consiglio. Un vestito che Matteo Renzi ha abilmente costruito su sé stesso, spendendosi in una campagna elettorale parossistica, in un clima di crescente e ingiustificata autocelebrazione dei fasti del suo Governo e del suo ruolo di leader. Assecondarlo in questo disegno di potere personalistico - suo e della sua corte con molti punti oscuri su dove voglia davvero andare - è un rischio troppo grande, che potrebbero facilitare anche coloro che si turano il naso per votare il "sì", quelli che scelgono di soccorrere il vincitore, quelli che si fanno abbindolare dal nuovismo e l'elenco potrebbe continuare.
Voto "no" perché il regionalismo e la democrazia locale vengono umiliati e vilipesi con la scelta sciagurata di uno Stato italiano che cesserebbe di essere una Repubblica delle autonomie. Il centralismo delle istituzioni è già una scelta autoritaria, che fa l'occhiolino a quei potentati economici che non vogliono comunità e cittadini fra i piedi. Lo stesso vale per la scelta, per vincere il referendum, della deriva antieuropeista. Si va a Ventotene per ricordare i confinati che sotto il fascismo sognavano uno Stato e un'Europa federalisti e si fa il contrario con una politica fatta di racconti ammiccanti, promesse favolose, piccoli aiuti a pioggia per comprare voti e coscienze, gruppi di potere di amici degli amici. Si cavalca l'antipolitica per consolidare metodi di governo vecchi come il cucco e fa sorridere che a incarnarli sia un quarantenne, Renzi, vecchio nelle idee e nelle scelte, perché formato nelle lotte di potere della Democrazia Cristiana, come mostrano le sue foto di ragazzino sorridente con quei capipartito da cui ha succhiato il latte e di cui oggi usa gli insegnamenti per dare corpo ad una vecchia politica che si finge nuova con l'uso massiccio di una propaganda che utilizza tutte le nuove tecnologie.
Chi in Valle d'Aosta insegue il "pifferaio magico" e la sua riforma - eccettuato, e ne conosco, chi si è fatto illudere in buona fede da un rassicurante mondo di cartapesta - lo fa sposando e facendo sposare ai cittadini l'idea che la riforma antiregionalista non ci tocchi, perché potremo - se passasse - riscrivere uno Statuto nuovo che rilancerà, d'intesa con lo Stato, la nostra Autonomia speciale. La norma transitoria che lo permetterebbe è però ambigua ed agisce in un clima di ostilità manifesta di chi, compreso Renzi, ha scritto in epoca non sospetta che la Specialità è da sopprimere e l'antiregionalismo generale permea la riforma costituzionale e chi cita quella sorta di baraccone che sarebbe il nuovo Senato come conquista federalista non sa davvero cosa dice.
La verità è che le Regioni sono concepite come enti inutili, spogliati di funzioni e competenze e fa sorridere chi immagina che in questo deserto possa spuntare il fiore di una rafforzata Autonomia valdostana con l'aiuto di Matteo, che nel frattempo ha impoverito la nostra autonomia finanziaria, dando qualche "mancetta" al posto delle certezze dei vecchi riparti fiscali. La Valle d'Aosta rischia grosso se votasse "sì", perché è come mettere fischiettando allegramente la testa dentro una ghigliottina pronti allo "zac".
Passata la festa, gabbato lo santo: con il nuovo sistema istituzionale sopprimere con legge costituzionale la specialità, toccando non gli Statuti, ma l'articolo 116 della Costituzione che li fonda sarebbe uno scherzo da ragazzi.
Mi auguro, per tutte queste ragioni, che vinca il "no"; se vincesse il "sì" non mi sentirei comunque di demordere, perché son fatto così.

Commenti

Caro Luciano...

io invece ho votato "sì". Dico ho votato, perché, come tu ben sai, appartengo a quella bolgia di presunti bricconi che voterebbero dieci, venti, trenta volte a testa, anche noti come "italiani all'estero".

Di ragioni ce ne sono diverse.
Per cominciare, la Costituzione del 1948, pur scritta in maniera esemplare e certo non pasticciata, i pasticci li ha portati dopo. E tanti. Troppo potere a partiti, sindacati,clientele e interessi particolari, sempre pronti ad ostacolare il raggiungimento del bene collettivo pur di proteggere i propri privilegi. Senza comunque mai doverne dare veramente conto, eternamente mescolati e confusi dentro coalizioni, gruppi, maggioranze o opposizioni. Camaleonti sul più variopinto degli sfondi.
Almeno con un uomo solo al comando sapremo a chi dover tirar le uova. O rinnovare la fiducia.
Per quel che riguarda le Regioni poi, a parole sarebbero dovute diventare il luogo istituzionale in cui il Cittadino avrebbe potuto esercitare un controllo più diretto su settori cardine, quelli nei quali realizzare appieno il potenziale suo e dei luoghi in cui viveva. In realtà, se a Roma facevano le porcate, a livello locale son venuti fuori i porci proprio.
Sapere che il nuovo Senato verrà scelto tra questi personaggi certo non consola, ma almeno avrà meno poteri.
Un'occasione davvero sprecata quella delle Regioni, anche e soprattutto in VdA. Quante persone brillanti e capaci che avrebbero potuto raggiungere molto per sé stessi e la comunità sono invece finite dipendenti - in tutti i sensi - del potere pubblico, delle sue cricche e dei suoi piccoli tiranni.
Per tornare alle mie motivazioni, vivendo in altri Paesi si è confrontati con realtà nelle quali molti di quei meccanismi ed istituzioni che in Italia sono presentati come essenziali ed immodificabili, spesso non esistono o sono assai diversi. Eppure la vita continua, il sole sorge ogni mattina e tanto male non si campa, malgrado i problemi di tutti i giorni che, come in Italia, si incontrano anche altrove.
Insomma, la tanto paventata "Deriva Autoritaria" qui suona più come i vecchi «Ha da arriva' Baffone» o «Mamma li Turchi!» .
Forse però la ragione vera per il mio "sì" è più profonda. Io spero che questo referendum sia l'inizio di quel cambiamento attraverso cui mio figlio Alessandro, se un giorno lo vorrà, possa andare a vivere in un'Italia diversa e migliore.
Se dovesse vincere il "no", credo che perderei anche questa speranza.

Comunque, come dicono, «Qui vivra verra».

Caro Erik...

rispetto le tue decisioni e spero - se vincerà il "sì" - che tu non debba troppo pentirtene.
Se vivessi qui penso che, respirando l'aria dei tempi forse non percepibile dal Sud Africa, avresti forse votato diversamente. Sul voto all'estero nessuno dubita che tu sia un galantuomo, ma gli scandali post referendum che emergeranno altrove saranno lo specchio di un sistema che non va.

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